BIOFORUM
Quarta edizione: la sfida della biotecnologia Italiana
Una vetrina delle opportunità italiane in campo biotecnologico. Una passerella per collegare due universi troppo spesso distanti: ricerca universitaria e imprenditoria. Una finestra per presentare su un palcoscenico globale nuovi prodotti e servizi biotech italiani, specie nel settore salute, dove l’Italia ha grandi potenzialità. È il bioforum: la mostra-convegno giunta nel 2007 alla sua quarta edizione. Organizzata a fine settembre dall’Università degli Studi di Milano, ha sottolineato il successo e rilanciato la sfida de lla biotecnologia italiana. Che, come i costi della politica, cresce costantemente.
Oltre quattro miliardi di fatturato e 222 imprese operative (87, pari al 40%, costituite dopo il 2000). Più di 14mila addetti e 1.2 miliardi di investimenti in Ricerca e Sviluppo. Un esercito di nuovi prodotti, di cui 42 sono in fase di sviluppo clinico avanzato, sette addirittura superavanzato. Più del 60% sono biofarmaceutici, cioè proteine ricombinanti terapeutiche, prodotti basati su anticorpi monoclonati usati “in vivo” a scopo medicale, farmaci basati sulle tecnologie degli acidi nucleici e della terapia cellulare.
Ben 162 delle 222 aziende italiane biotech operano nell’area salute (red biotech), 30 in ambito agricolo, zootecnico e veterinario, 17 industriale e ambientale, 13 bioinformatico:
168 sono piccole imprese (meno di 50 dipendenti, fatturato annuo sotto i 10 milioni di euro), 27 sono medie imprese, altrettante le grandi aziende e 30 sono filiali di multinazionali con R&S in Italia (le cosiddette subsidiaries). La maggior parte si trova in Lombardia (72), seguita a distanza da Piemonte (32), Toscana (23) e Friuli (18).
Intendiamoci: non siamo i primi della classe in materia di biotech. I più brillanti parlano inglese con accento indiano (Dr. Reddy’s, Shanta Biotech, Rambaxi e Biocon sono biocompany con sede a Bangalore dai profitti scintillanti). Ma l’Italia, almeno un sette in pagella, se l’è guadagnato con il settore in esplosione (nel 2006 il mercato ha sfiorato i 60 miliardi di dollari), stiamo recuperando terreno, e in alcuni segmenti vantiamo innovazioni eccellenti. Questi successi sembrano un delizioso miracolo. Per rendersi conto del perché, basta dare un’occhiata agli investimenti pubblici nelle biotecnologie in Italia (non superano lo 0,6% del Pil; toccano l’1,2% sommando quelli privati) e confrontarli con quelli di altri Paesi (la Svezia tocca il 7%, gli Stati Uniti il 45%).
I nostri risultati, soprattutto nel settore clinico e dello sviluppo biomedico, sono merito di università e industria: archiviando sospetti e rivalità, hanno cominciato a collaborare per tradurre in business le scoperte di laboratorio. E il modello spesso funziona. I punti di forza del biotech italiano sono l’ottima qualità della ricerca e il suo rapporto qualità prezzo (tra i più competitivi al mondo), l’impegno di Regioni e Governo a sviluppare il settore e infine il buon livello di accettazione sociale del biotech, specie in area medica e industriale.
ETICHETTE associate (TAGS) : biologia, biotecnologia, tecnologia
Damiano Beltrami 25 anni. Nato a Genova e cresciuto a Ovada, Alessandria. Sono laureato in Interpretariato e
Comunicazione (Inglese e Spagnolo) all’Università Iulm di Milano e specializzato in Linguistica
all’Università di Cambridge, Gran Bretagna. Ho vagabondato per tutta Europa in treno e per
l’India settentrionale in pullman. Dal settembre 2006 collaboro con il Sole 24 Ore redazione
Esteri, dove sono stato per sette mesi in stage. Nell’aprile 2007 ho ricevuto il premio Montanelli
(sezione giovani) per tre reportage su Milano. Amo scrivere racconti, giocare a calcio-balilla e
prendere il tè con il latte. Colleziono macchine per scrivere affascinanti.
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