Fra i tanti colossi finanziari globali, Lloyd’s è stato il primo ad alzare la voce sull’enorme danno ambientale che si rischia nel territorio artico per via delle trivellazioni alla ricerca di petrolio… Lo fa sapere il quotidiano britannico Guardian.
La compagnia assicurativa britannica ha infatti stilato un rapporto sul tema, con la collaborazione del think tank Chatnam House. Nel prossimo decennio – si stima – gli investimenti delle compagnie petrolifere in tali territori arriveranno a circa 100 miliardi di dollari. Ma riparare i danni delle fuoriuscite di petrolio nell’Artico è un’operazione che presenta «molteplici ostacoli», il che costituisce «un fattore di rischio unico e difficile da gestire».
È «altamente probabile», secondo i ricercatori, che le trivellazioni danneggino ulteriormente i diversi ecosistemi che sono stati già duramente colpiti dal cambiamento climatico. E le conseguenze potrebbero essere a lungo termine. Quindi, i giganti petroliferi dovrebbero innanzitutto studiare l’ambiente naturale in cui si vanno a inserire, per poi mettere in atto un costante monitoraggio dell’impatto delle proprie attività. Secondo il Ceo di Lloyd’s Richard Ward, in sintesi, dovrebbero «fare un passo indietro e pensare attentamente alle conseguenze» delle loro scelte.
A due anni dal disastro causato dalla BP nel Golfo del Messico, a prendere in esame il futuro dell’area artica è una commissione della Camera dei Comuni inglese. Si stima che in tale regione si possa concentrare circa un quarto delle riserve mondiali di idrocarburi. Cosa che non può che attirare l’attenzione dei principali colossi petroliferi mondiali, che in questo periodo danno il via a nuovi progetti: da Cairn Energy e Shell in Canada e Groenlandia, a Total nel mare di Barents, a una joint venture di BP in Russia.





