Silvano Savoldi batte due colpi sul tavolo. Sotto la mano c’è il disegno di una cartina, che ha fatto lui stesso. Una decina di strade che si distendono tra il quartiere di San Polo e Buffalora, nella circoscrizione est di Brescia. Un fazzoletto di tre chilometri ai limiti della città, dove a breve dovrebbero sorgere due delle fermate della nuova metropolitana leggera. «Nella legenda – dice il membro del Comitato spontaneo antinocività – ci sono i nomi delle zone inquinate». Alfa Acciai, Ecoservizi, Bonomi metalli, la discarica Ve-part, l’ex cava Piccinelli. Bombe ecologiche che rilasciano diossina e pcb e che nascondono, a pochi metri dalla falda acquifera, scorie inquinanti, fanghi industriali e materiali radioattivi, come il Cesio 137.
I veleni di Brescia
Secondo “Ambiente e tumori”, uno studio congiunto dell’associazione degli oncologi italiani (Aiom) e dei medici ambientalisti (Isde), nel 2011 la percentuale di tumori infantili a Brescia è cresciuta dell’8%, contro una media italiana del 2%. All’anno, in città, si registrano almeno 25-30 nuovi casi di carcinomi nei bambini tra i 6 e i 14 anni. Nella Leonessa d’Italia si muore un terzo di più rispetto al resto del Paese. A San Polo la situazione è ancora più critica: tra il 2008 e il 2011 la Asl locale aveva previsto che i decessi per tumore sarebbero stati 273. Invece, a fine triennio, sono stati 20 in più. Fra i fattori responsabili di questo record, come sostengono Isde e Aiom, ai primi posti c’è il degrado ambientale.
Silvano Savoldi combatte l’inquinamento dal 1970, quando era dipendente Fiat. Prima militava nel sindacato, oggi – a 75 anni – è membro del Comitato spontaneo antinocività di San Polo. Nella sua lotta, ha perso una figlia di 30 anni e il fratello, operaio come lui. Entrambi sono stati colpiti dallo stesso male: un tumore al fegato e al pancreas. Ricorda che in quegli anni era facile morire di quel male. Soprattutto in via Violante, dove abita ancora oggi, a 800 metri dall’Alfa Acciai. Nessun rapporto ufficiale ha mai inchiodato i responsabili dei decessi, ma secondo Savoldi tra loro ci sono i fumi sbuffati dalle ciminiere dell’acciaieria di San Polo.
«È ancora la minaccia principale per i cittadini» afferma. Il 10 maggio l’azienda ha pubblicato un rapporto in cui dimostra di avere abbattuto l’emissione di diossine dell’aria, arrivando a 0,1 ng/m cubo. Un dato cinque volte inferiore ai limiti di legge. «Anche se fosse, il problema è il cocktail micidiale che minaccia la città» spiega Carmine Trecroci, vicepresidente di Legambiente Brescia. I cittadini bresciani erano convinti che gli enti locali avrebbero lasciato più spazio al verde. «Attorno a San Polo doveva sorgere il Parco delle Cave (previsto nel Pgt da 30 anni, ndr), un polmone verde per ridare ossigeno alla città – spiega Lidia Bontempi, portavoce del Comitato antinocività di San Polo – l’amministrazione e la Regione l’hanno trasformata in una parco di discariche».
La discarica radioattiva. Oltre all’aria, anche il suolo e l’acqua sono a rischio. Prima di tutto per la presenza del Cesio 137 trovato nella falda superficiale dell’ex Cava Piccinelli: una spianata di cemento, sovrastata da un edificio vuoto. Una bomba ecologica che nessuno sa come disinnescare. Il 7 giugno l’amministrazione comunale ha annunciato l’inizio dei lavori di bonifica. La Loggia ha messo sul piatto 340 mila euro, di cui 90 mila per rimuovere 12 bidoni ricolmi di terra contaminata. Alle spalle della cava, separati con una rete metallica dall’area contaminata, ci sono un camion per il movimento terra mezzo sepolto, amassi di lamiera e scocche di auto semidistrutte. Abbandonata nel 1988, dal ’94 la cava, e le relative buche di scavo, sono diventate il luogo ideale dove interrare materiali ferrosi e scarti industriali (come il fluff, composto di detriti dei macchinari fuori uso) contaminati con Cesio 137. Una discarica a cielo aperto. Finché l’azienda Nucleco nel 1999 non ha coperto il tutto con un telo speciale, onde evitare che le scorie, lavate dalla pioggia, penetrassero la superficie argillosa della terra. «Doveva essere una soluzione temporanea, per due anni al massimo. Invece quei teli ci sono ancora» dichiara Carmine Trecroci. «Ma è solo questione di tempo, ormai sono logori e il rischio è che il Cesio arrivi a contaminare anche la falda acquifera, che in questi cinque anni s’è naturalmente alzata di 4 metri».
La politica e il portafoglio. Accanto al sito Piccinelli, in una cava abusiva, sono stati rinvenuti altri rifiuti ferrosi. Solo per questa bonifica, servirebbero 5 milioni di euro, stima Legambiente. «Il principio costituzionale è che chi inquina paga – spiega Guido Sesana di Arpa Brescia – ma il più delle volte il colpevole non si trova. E la bonifica diventa affare di Comune e Regione, che di soldi non ne hanno». Questa situazione ha degli evidenti costi sanitari e si tratta solo di spostare le voci di spesa sulle bonifiche – risponde Giulio Cavalli, consigliere regionale di Sel. È stato lui a chiedere in un’interrogazione che venisse fatta luce sulla situazione della Piccinelli. La questione dei costi non è nemmeno da trattare.
«Come amministratore, mi ferisce che si dipinga San Polo come un posto invivibile. Ho molti amici che abitano lì e stanno un gran bene». Parola dell’assessore all’ambiente del Comune di Brescia, Paola Vilardi, che difende l’operato della giunta. «Abbiamo fatto quanto si poteva, stanziando tutto il possibile per le bonifiche. E continuiamo a farlo, ma i soldi sono pochi». Fra i risparmi investibili, 3,5 milioni verranno spesi per l’abbattimento di un palazzone di San Polo, la Torre Tintoretto. Una spesa evitabile secondo i comitati. Sui costi sanitari dell’ambiente, Vilardi è prudente: «I dati del rapporto Asl vanno letti nel modo corretto. Bisogna capire chi sono i veri responsabili delle malattie tumorali. Ci possono essere tanti fattori, come l’alimentazione, lo stile di vita, l’ereditarietà».
Dario Boselli è un genitore di San Polo. La figlia maggiore ha problemi respiratori, alcuni dovuti ad allergie altri di più difficile comprensione. Stessi sintomi per il figlio minore, ancora troppo piccolo per essere sottoposto a test allergologici. «Quando porti i figli all’ospedale la prima cosa che i pediatri ti dicono è ‘dove abiti? A San Polo? Cambiate casa… ‘ Indipendentemente che siano forme allergiche o meno, l’ambiente non aiuta a star meglio».
Potabile per legge. Di fronte alla scuola Deledda del quartiere Chiesanuova, una colata di cemento impedisce che i ragazzi, all’ingresso, vengano a contatto con la diossina. Ogni sei mesi, dal ’92, un’ordinanza del sindaco impedisce che sia movimentata la terra della zona. Per motivi di emergenza, si legge. Uno stato di pericolo che dura da dieci anni. Lì accanto, diviso solo da una staccionata, si trova il parco giochi. Il terreno è contaminato allo stesso modo, ma qui si può giocare.
La minaccia alla salute non arriva solo dal suolo. Secondo le analisi dell’Asl sull’acqua della zona, i livelli di cromo esavalente (o cromo 6) arrivano a 8,5μg/l. Per l’Istituto superiore per la prevenzione e la sicurezza sul Lavoro, la sostanza è cancerogena e può provocare tumori e mutazioni genetiche. Tuttavia parte della comunità scientifica considera il cromo 6 pericoloso solo in caso di inalazione. Nemmeno la legge aiuta a far chiarezza: il limite al di sopra del quale le forze dell’ordine chiudono un pozzo è di 10 μg/l, calcolati sommando tutte le “varianti” del cromo, inclusi il cromo 3 e 4, considerati innocui per la salute.
Resta il fatto che A2a, l’ente gestore della rete idraulica cittadina, per garantire l’acqua potabile è costretto a un lavoro di trattamento molto costoso. Con il risultato che in bolletta i bresciani pagano in media 226 euro per l’acqua, contro i 106 dei milanesi. «Tutte le falde cittadine sono compromesse da cromo 6, tetracloroetilene e tetracloruro di carbonio (solventi che producono danni epatici e renali, ndr), con concentrazioni diverse» spiega Marino Ruzzenenti, ambientalista e storico. Ad inquinare l’acqua sono le industrie galvaniche della Valtrompia, a monte di Brescia, da sempre prive della minima rete fognaria e degli impianti di depurazione necessari. E poi la Baratti, l’unica azienda condannata a pagare i danni provocati all’ecosistema della zona: «I suoi terreni avevano una concentrazione di 900milaμg/l di cromo 6, un valore altissimo», aggiunge il professor Ruzzenenti. Ad accorgersene per primi sono stati i residenti del quartiere, nel 2009. I muri all’esterno dell’azienda avevano cambiato colore a causa delle esalazioni tossiche.
Articolo di Lorenzo Bagno





