La regia è di Francis Ford Coppola, dall’inizio alla fine. Le vigne sono coltivate con metodi biologici come voluto dal signor Coppola, le etichette delle bottiglie in carta riciclata sono state ideate dal signor Coppola, il menù del ristorante è una scelta delle pietanze casarecce preferite dal signor Coppola.
La Coppola Winery, un parco in stile Don Corleone a metà tra un vigneto-enoteca, una trattoria toscana e una piscina di lusso in cui dare party alla grande Gatsby, è il regno del regista Francis Ford Coppola, il luogo in cui i visitatori hanno il privilegio di degustare vini bio come l’Archimedes del 2006 (38,00 Euro alla bottiglia), il Syrah Dry Creek Valley del 2008 (26,00 Euro) o il Touriga Port Jim’s Vineyard (28,00 Euro). Ma soprattutto possono assaporare la vita in stile Coppola.
«Qui non usiamo alcun tipo di pesticidi» spiega Jill Jones, la guida alla winery, una signora non più giovane, ma dal sorriso pronto e i luminosi occhi turchese. «Puntiamo sulla biodiversità del nostro vigneto, promuovendo la presenza di insetti in grado di combattere quelli nocivi».
Coppola, grande amico di Alice Waters, chef stimata e fondatrice del ristorante bio Chez Panisse a Berkeley, California, ha importato alla winery le pratiche dell’agricoltura biologica di cui la Waters è pioniera e da sempre promotrice.
Sperimentate da Coppola già dall’inizio degli anni Ottanta nel vigneto Rubicon nella Napa Valley, la sua prima impresa vinicola, adesso ha perfezionato le tecniche in questa sua ultima creazione che intende celebrare allo stesso tempo il dio Bacco, la buona tavola e la sua carriera cinematografica.
Camminando su e giù per le rive e per le valli, per le lunghe colline di Geyserville nella contea di Sonoma in California dove la vigna di Coppola sorge, si può staccare qualche acino e vedere se l’uva è pronta per la vendemmia, si può far due chiacchiere con i viticoltori (tutta gente della zona assunta per sostenere la comunità locale), si può soffermarsi nella zona in cui le bottiglie vengono sigillate con tappi di sughero provenienti da foreste sostenibili e confezionate in scatole di cartone riciclato al 100%; si possono sentire in lontananza le note blu di un’orchestrina jazz, gli strilli dei bambini che giocano al pallone in piscina.
La lavorazione è affascinante, ma i visitatori scalpitano, non vedono l’ora di passare all’azione, ovvero ai calici. Al bar c’è tutto un ventaglio di vini da provare, suddivisi in categorie: dal Francis Ford Coppola Reserve (eccellente il Cabernet Sauvignont Strasser Vineyard) al Director’s Cut (la scelta del regista), dal Director’s (altri vini prediletti da Coppola) al Sofia Wines (i rosé preferiti dalla figlia, regista pure lei), dal Su Yuen al Diamond Collection (tra cui spiccano Chardonnay e Malbec), passando per i Ford Coppola Presents (Moscato, Rosso Classic, Bianco Pinot Grigio).
A questo punto, leggermente alticci per l’impegnativa degustazione, ci si può concedere un “sorbetto-culturale”: si zigzaga per le straducce, tra casali e chioschi costruiti con il materiale ecologico Kalwall, e si approda al museo Coppola. Vale la pena. Qui troneggiano una serie di oggetti comparsi nei suoi film.
Si va dalla scrivania di Don Corleone al famoso telefono d’oro che Mike Corleone riceve in visione nelle scene cubane del secondo episodio della saga, passando per l’uniforme del capitano Benjamin L. Willard, interpretato da Martin Sheen, protagonista del film “Apocalipse Now”. Ma c’è pure il foglio di block-notes in cui Coppola annotò i personaggi del fortunato film con accanto gli attori a cui aveva pensato per impersonarli, l’accendino con cui in casa Corleone ci si avviava i sigari e alcune copie dei finti giornali che davano notizia delle vicissitudini criminose della famiglia.
Benché sia proibito, si può anche, furtivamente, sedere alla scrivania di Don Corleone, quella che compare nel primo episodio della serie, quando il padrino riceve il signor Bonasera, il padre di una ragazza insolentita e picchiata da due giovani ai quale il tarchiato genitore intende farla pagare. Da qui ci si gusta attraverso la finestra il colpo d’occhio dei campi messi a vite e il formicaio di agricoltori che vi lavorano. Fertilizzano con liquame ricavato da scarti d’uva e irrigano con le acque reflue della cantina, per massimizzare l’economicità della produzione e ridurre l’impronta ecologica della Coppola winery.
I risultati di tanto lavoro si possono apprezzare alla trattoria (molto meglio stare al coperto, fuori legioni di perfide api non danno pace). I vini accompagnano una serie di piatti creati dall’onnipresente Coppola. Ognuno ha la sua storia. Ci sono le “Braciole with rigatoni in meat ragù”, ricetta della madre di Francis, la signora Italia Pennino Coppola. La spiegazione dice: «Le braciole sono fantastiche da guardare e incredibili da mangiare, come facevamo noi, famiglia Coppola, alla domenica alle quattro di pomeriggio, quando mia mamma le preparava con i rigatoni».
Oppure c’è la portata “Habit forming ribs” (Costolette da assuefazione) che Coppola sostiene di aver provato per la prima volta quando sgobbava come lavapiatti in un ristorante polinesiano di Los Angeles a due passi dalla sua scuola di cinema. Oppure ancora “Mrs. Scorsese’s Lemon Chicken”, un manicaretto della mamma del regista Martin Scorsese, amico fraterno di Coppola. Il segreto, in questo caso, riferisce Coppola nel menù, è «annegare il pollo nel succo di limone prima di cuocerlo». Parola di Martin.
«Il signor Coppola passa spesso qui alla winery» racconta la guida, la signora Jones, ripetendo quello che suona come un copione collaudato. «A volte si siede ai bordi della piscina e fumare un Toscano, sorseggiare un espresso, guardare i piccoli sguazzare nella piscina. E quando vede i genitori sdraiati con in mano un bicchiere di buon vino sorride».
di Damiano Beltrami




