Siria: armi chimiche, Assad espande il suo arsenale

Mentre la Siria affonda sempre di più in una drammatica guerra civile, il regime di Bashar al-Assad sta cercando di ampliare il suo già vasto arsenale di armi chimiche. Fonti vicine al Ministero della Difesa degli Stati Uniti hanno nuovamente denunciato negli scorsi giorni il tentativo siriano di acquistare altre scorte di agenti nervini che potrebbero essere utilizzati nella resa dei conti contro i ribelli antigovernativi che da venti mesi cercano di rovesciare il regime. Dopo aver denunciato «la grave minaccia» rappresentata dalle armi chimiche e biologiche già nelle mani di Damasco, l’amministrazione di Barack Obama sta continuando a seguire l’evolversi del conflitto interno alla Siria non nascondendo una certa preoccupazione per i possibili sviluppi. Il pericolo è duplice: da una parte esiste l’effettiva possibilità che Assad decida di ricorrere ad un uso massiccio di armi chimiche contro la popolazione, dall’altra il caos di un paese sull’orlo di una guerra civile potrebbe trasformarsi in un’opportunità per il terrorismo internazionale di entrare in possesso di micidiali strumenti di distruzione di massa. A Washington il livello di allerta è alto. Gruppi come Hezbollah o al-Qaeda starebbero cercando di impossessarsi degli impianti di produzione e dei depositi segreti di armi chimiche. Si tratta di 25 siti sparsi in tutto il paese e attualmente ancora sotto il controllo dell’esercito regolare siriano, ma la situazione potrebbe precipitare.
La possibilità di armare le forze antigovernative per cercare di risolvere la crisi dall’interno continua ad essere motivo di dibattito negli Stati Uniti. Per ora è prevalsa la linea delle “colombe” in attesa di nuovi eventi, eppure ad Amman c’è già attiva un’unità di crisi statunitense che sta lavorando ad un piano di accoglienza per i rifugiati siriani, in vista di una possibile fuga di massa dal regime di Assad. «Per noi la linea rossa sarà oltrepassata quando vedremo muoversi un gran numero di armamenti chimici» aveva detto lo scorso 20 agosto il presidente Obama.
Per Damasco si tratta di apprensioni ingiustificate. «Mai», ha assicurano il portavoce del Ministero degli Esteri siriano Jihad Makdissi, «le armi chimiche in possesso del governo saranno utilizzate all’interno del paese». Un’affermazione accolta con scetticismo dall’associazione Human Rights Watch che nei mesi scorsi ha denunciato l’uso di bombe a grappolo contro la popolazione.
Il precedente più noto e drammatico sull’uso delle armi chimiche contro dei civili inermi è quello perpetrato contro la minoranza curda da Saddam Hussein nel 1980. Migliaia di persone vennero sterminate dai  gas, perché ritenuti colpevoli dal regime di aver appoggiato Teheran nel corso della guerra tra Iran e Iraq. Una vicenda che per alcuni versi appare molto simile all’attuale conflitto tra   Assad e la guerriglia siriana.

Le armi di Damasco – La Siria possiede uno dei più grandi arsenali di armi chimiche del mondo. Nel 1997 il regime si era rifiutato di firmare la Convenzione sulla messa al bando delle armi chimiche (CWC), una scelta seguita invece da oltre 180 nazioni.
Tra le scorte di armamenti nelle disponibilità di Damasco, il sito Globalsecurity.org indica il gas Sarin, capace di colpire in maniera irreversibile il sistema nervoso degli esseri umani, e l’agente nervino XV classificato dalle Nazione Unite come arma di distruzione di massa. Nei depositi siriani ci sarebbero inoltre notevoli quantità di iprite, nonché intere batterie di missili Scud e SS-21 in grado di diffondere gli agenti chimici. Un enorme potenziale di morte, ufficialmente mai confermato né smentito dal regime, accumulato dal 1980 in poi e cresciuto a dismisura a causa delle tensioni con Israele.
Nel 1982 Amnesty International accusò il governo siriano di aver utilizzato del gas al cianuro per reprimere una rivolta della Fratellanza musulmana nella città di Hama.
Secondo Seth Carus, del Centro Studi sulle armi di distruzione di massa della National Defense University, la Siria nel quinquennio successivo alla strage di Hama riuscì a disporre di una  avanzata tecnologia di produzione degli agenti nervini. Un risultato sbalorditivo e inquietante che nel giugno del 1986 costrinse gli Stati Uniti a vietare la vendita di Sarin e iprite a Damasco. Tuttavia, la presa di posizione dell’amministrazione Regan non fermò il commercio illegale di sostanze chimiche per usi militari che continuò a prosperare dal 1990 in avanti assieme ad alcuni tentativi di riconversione delle fabbriche siriane di prodotti per l’agricoltura. Fabbriche di fertilizzanti e pesticidi situate tra le città di Damasco, Homs e Aleppo, vennero trasformati in fabbriche di armi chimiche.
Dal 2002 al 2006, la CIA ha confermato la portata rilevante dell’arsenale bellico di Assad evidenziando la volontà di «sviluppare agenti nervini ancora più tossici e persistenti».
Infine, dopo alcuni anni in cui l’arsenale siriano si era mantenuto pressoché invariato, lo scoppio dei disordini anti-Assad ha provocato una brusca ripresa dell’approvvigionamento militare. Il regime continua non solo ad armarsi, ha anche acquistato (almeno) 11.000 maschere antigas dalla Cina. Tutti segnali che alla Casa Bianca suonano allarmanti. «C’è stato un momento in cui abbiamo pensato che stessero per usare i gas» ha dichiarato un funzionario americano al magazine Wired, «ma poi abbiamo capito che non l’avrebbero fatto». Ciò non significa affatto che il rischio di un Armageddon chimico sia passato: alcune stime indicano che nei depositi siriani ci sono pronte più di 500 tonnellate di agenti nervini d’uso bellico.

di Massimiliano Ferraro

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