ClimatePoint: India, Cina vs Usa, EU

Day 2

Appena chiusa la conferenza stampa dei BASIC, il gruppo Cina, India, Brasile, South Africa. Assistere all’ora abbondante di domande serrate rivolte dalla stampa internazionale dà subito la misura dell’avanzamento dei negoziati. La volontà c’è, l’impegno anche, ma rimangono alcune differenze apparentemente insormontabili.

Da anni BioEcoGeo segue la finanza sul clima, ma mai come questa volta il tema economico e il principio di differenziazione tra economie sviluppate e economia in via di sviluppo è chiave per il successo della Conferenza sul Clima parigina.

Conferenza Stampa, delegazione india, Cina, S.Africa e Brasile.

Xie Zhenhua, il negoziatore cinese è lapalissiano: nel regime post-2015 sul clima dovranno perdurare le divisioni imposte dal principio di Responsabilità Divise ma Differenziate (CBDR, secondo la lingua negoziale). Paesi industrializzati Vs Paesi in via di Svilupo (PVS).

Le economie sviluppate (la cui lista dovrebbe ricalcare l’Annex 1 del Protocollo di Kyoto), dovranno, secondo gli accordi del 2009, mobilitare 100 miliardi di dollari entro il 2020, e poi 100 miliardi l’anno dal 2020. Una cifra esorbitante, specie se il carico rimane sulle economie più sviluppate (oggi si spendono 24 miliardi nella cooperazione per lo sviluppo nord-sud).

Europa e Usa chiedono una partecipazione anche alle economie di nuova industrializzazione, superando una divisione nata nel 1992, quando Cina e India ancora non erano le potenze industriali. Oggi il PIL di questi paesi (insieme a colossi emergenti, come Indonesia, Vietnam, Argentina, ecc) può essere considerato di pari peso di vari paesi industrializzati.

Il ministro dell’ambiente italiano Gian Luca Galletti, in un’intervista con l’autore, ha sottolineato come trattandosi di un trattato di lungo termine non ha senso una divisione di questo tipo. Quale sarà lo sviluppo di Corea del Sud o della Cina nel 2025? Non dovrebbero anche loro contribuire ai 100 e più miliardi necessari per il sostegno all’adattamento e mitigazione dei paesi meno sviluppati e paesi insulari (i più esposti ai cambiamenti cimatici)?
Trovare un ponte tra le due posizioni sarà una bella gatta da pelare per negoziatori nelle prossime 48 ore.

Secondo numerose fonti ministeriali è proprio la Cina al momento il principale ostacolo a chiudere sul testo entro venerdì, che strategicamente sfrutta una serie di paesi africani per ostacolare il processo e favorire le sue posizioni (niente vincoli finanziari, meccanismi di reporting e verifica efficienti ma non stringenti, preservazione del CBDR). Ma ci si aspettano brutte sorprese anche da India e USA. L’EU rimane un attore debole, ribadisce Mariagrazia Midulla, climate expert di WWF Italia.

L’altro grande “cattivo” è l’Arabia Saudita che sta sistematicamente bloccando ogni progresso negoziale, per poter difendere il proprio diritto al petrolio (ma anche probabilmente per negoziare qualche accordo politico sul Medio Oriente con John Kerry, segretario del dipartimento americano).

Sul versante tecnico: Ancora giornata tortuosa per il loss&damage usato come carta mobile negoziale, su cui invece insistono gli stati insulari, che verrebbero così tutelati dagli impatti di larga scala (su tutti l’innalzamento delle acque ed eventuali rilocalizzazioni di massa). Meglio invece il lavoro sugli step intermedi, secondo cui gli INDC, i contributi di riduzione decisi a livello nazionale, dovrebbero essere verificati ogni 5 anni. Questo è fondamentale come step per verificare con efficacia la riduzione delle emissioni e l’effettiva efficacia della finanza climatica per i paesi meno sviluppati. Chi è ostile? gli stati che sanno già falliranno nelle politiche di riduzione emissioni e temono così di perdere importanti finanziamenti.

La buona notizia dell’Italia è venuta dall’intervento in plenaria di Galletti che ha ribadito l’obbiettivo di 1,5°C come tetto di aumento medio delle temperature globali (al momento la COP si orienta verso l’obbiettivo dei 2°C).

Per il momento il negoziato prosegue, tra apparizioni di star (Oggi è stata la volta di Al Gore e Alec Baldwin) e momenti di totale follia (prendere le cuffie alla conferenza stampa cinese è stato più divertente che acchiappare la maglietta ad un concerto dei Metallica). Le prospettive sono di cauto ottimismo. Ma così era anche a 3 giorni dalla chiusura di Copenhagen.

Per ClimatePoint è tutto, da Parigi.



Emanuele Bompan

Emanuele Bompan è un giornalista e geografo. Si occupa di cambiamenti climatici, energia, green-economy, politica internazionale. Vive tra Washington DC, Milano e le montagne. Ha vinto per tre volte l’European Journalism Center Grant, il premio Giornalista per la Terra e la Middlebury Environmental Journalism Fellowship. Ha svolto reportage in 60 paesi, sia come giornalista che come consulente.


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