Alluvione del Sannio, 7 mesi dopo. L’intervista all’esperto

Nella notte tra il 14 e il 15 ottobre una terribile alluvione colpiva il territorio sannita. A sette mesi da quell’ evento, BioEcoGeo ha intervistato l’esperto Paolo Magliulo, professore di Geomorfologia Applicata alla Conservazione del Suolo dell’Università degli Studi del Sannio di Benevento. Ecco cosa ci ha detto.

sannio_bioecogeo

Prof. Magliulo, sono passati poco più di 7 mesi dall’alluvione che ha colpito il Sannio. I giornali locali e nazionali ci hanno parlato di dissesto idrogeologico dell’area. Possiamo spiegare “tecnicamente” cosa è successo in quel territorio?

Nella notte tra il 14 e il 15 Ottobre dello scorso anno (e, in misura minore, il 19 Ottobre), un evento piovoso di notevole intensità si è abbattuto su una porzione, nel complesso, arealmente limitata del Sannio beneventano. L’evento meteorologico è stato piuttosto complesso e non è agevole spiegarlo sinteticamente in questa sede. Limitiamoci a dire che esso è stato innescato dallo “scontro” tra una massa d’aria calda e umida proveniente da sud-est e una di aria fredda e asciutta proveniente dai quadranti settentrionali; l’energia dell’evento è stata, inoltre, incrementata dal calore ceduto dalle acque del Mar Mediterraneo, riscaldatesi in maniera anomala durante la torrida estate del 2015, nonché dal passaggio, ad alta quota (circa 11 km), di un ramo della cosiddetta “corrente a getto”.  Questa combinazione di fattori ha fatto sì che cadesse su Benevento, in sole cinque ore, una quantità di pioggia pari a circa 140 mm: un dato significativo, se si pensa che, nel capoluogo sannita, la piovosità media del mese più piovoso, ovvero Novembre, è pari a circa 110 mm. Questa precipitazione così intensa e continua ha provocato un rapido innalzamento del livello dei fiumi Calore e Tammaro quantificabile in circa 6-8 m, con le nefaste conseguenze che tutti noi abbiamo, purtroppo, potuto osservare.

 

Nel terribile gioco delle colpe, quanto pesa la mano dell’uomo e quanto quella della natura?

Nel caso di un evento indiscutibilmente complesso come quello dell’Ottobre 2015 è sempre difficile dare una risposta a questa domanda. Senza dubbio, l’energia dell’evento piovoso è stata notevole. Va però anche detto che una piena fluviale non è mai funzione esclusivamente di “quanto piove”, ma risente anche delle dinamiche che avvengono nell’alveo e nel bacino idrografico in cui esso è localizzato. A partire dagli anni ’50, molti fiumi hanno sperimentato una “aggressione” da parte dell’uomo, consistente nell’escavazione di sedimenti direttamente dal fondo, nella cementificazione di tratti più o meno lunghi, nella costruzione di dighe, nel prelievo di acque per uso irriguo e potabile, eccetera; parallelamente, sui versanti, pratiche come il disboscamento, l’urbanizzazione e lo sfruttamento intensivo dei suoli per fini agricoli hanno modificato la quantità di acqua e sedimento che trovavano recapito nei fiumi. I corsi d’acqua hanno, quindi, risposto modificando la loro larghezza, profondità, sinuosità e morfologia e questo ha radicalmente cambiato estensione e localizzazione delle superfici potenzialmente inondabili. Va aggiunto che i suoli che si sviluppano in prossimità dei corsi d’acqua sono particolarmente fertili e questo ha portato a spingere spesso le coltivazioni fino alle sponde dei fiumi, su superfici inondabili anche durante piene ordinarie.

 

“Nessuno ci ha avvertiti”. Si è sentita spesso, ritornando al discorso sannita, questa affermazione. In quell’area vi è stata anche una mancanza di comunicazione delle istituzioni. Quali strumenti aveva ed ha una popolazione per capire se il luogo in cui vive è in pericolo?

Purtroppo la natura è spesso imprevedibile. Tuttavia, il paesaggio ci comunica il suo “stato di salute”, anche se, ovviamente, lo fa con il suo “linguaggio”, per comprendere il quale disponiamo comunque di strumenti potenti. Un’analisi geomorfologica dei versanti, ad esempio, è in grado di fornire indicazioni sul tipo, sull’intensità e sull’efficacia dei processi di erosione (ovvero di rimozione di suolo, roccia o sedimento per opera di componenti ambientali quali acqua, vento, gravità, ecc.), i quali, a loro volta, concorrono a determinare la quantità di materiale solido che trova recapito nei fiumi; ancora, l’analisi degli alvei fluviali è in grado di fornire indicazioni circa il “trend” evolutivo del corso d’acqua, che può essere in fase di approfondimento o restringimento o altro, e questo ha chiaramente ripercussioni sulla dinamica degli eventi di piena; il monitoraggio, la caratterizzazione e l’elaborazione, mediante modelli, di eventi meteorologici estremi consentono di comprendere la tendenza evolutiva del clima; e così via.

 

Quanto sta cambiando il territorio campano e quali politiche bisognerebbe attuare per la sua salvaguardia?

Non è soltanto il territorio campano che sta cambiando, ma l’intero pianeta. L’espansione delle aree urbane coesiste, quasi paradossalmente, con la ricerca di nuove superfici coltivabili per far fronte al crescente fabbisogno di cibo su scala mondiale. Purtroppo, sia l’uno che l’altro processo troppo spesso non tengono conto delle normali dinamiche geologiche e geomorfologiche, spingendosi anche su superfici che andrebbero lasciate nella loro condizione naturale per evitare impatti nefasti sull’antroposfera. La Campania è parte di un territorio geomorfologicamente giovane, la cui “spina dorsale” è costituita da una catena montuosa (l’Appennino) tuttora in fase di sollevamento: in contesti come questo, i processi geomorfologici di evoluzione del paesaggio (frane, alluvioni, ecc.) sono spesso più frequenti e/o violenti che altrove. Impedire che essi si verifichino è ovviamente impossibile; tuttavia, l’individuazione delle aree più pericolose e un loro sfruttamento che tenga conto della probabilità che esse possano essere interessate da un evento catastrofico è un processo imprescindibile per evitare o, almeno, ridurre impatti negativi.

 

Parliamo di ricerca. Quale è lo stato di salute della ricerca geomorfologica in Italia? Quali sono i pro e contro della situazione attuale?

Purtroppo è uno stato di salute non dissimile da quello della ricerca italiana in generale. L’Italia è all’ottavo posto al mondo per produzione scientifica, e questo testimonia l’eccellenza della ricerca italiana, ma è soltanto al ventiseiesimo posto per i fondi destinati alla ricerca, secondo i dati OCSE. La “scuola geomorfologica napoletana”, in particolare, ha prodotto ricercatori di prestigio internazionale, come Ludovico Brancaccio e Aldo Cinque, dei quali ho avuto l’immensa fortuna di essere allievo. A fronte di questo elevato spessore culturale, la cronica carenza di fondi è un problema serio, specialmente se si tiene conto che l’Italia, per le caratteristiche fisiche prima accennate e per la sua particolare “collocazione” climatica, è un paese in cui coesistono, e in grado elevato, tutte le possibili pericolosità geologiche e geomorfologiche: dalla pericolosità da piena fluviale a quella da frana; da quella da erosione del suolo a quella da erosione costiera; da quella vulcanica a quella sismica. Depauperare la ricerca geomorfologica equivale a rallentare o indebolire il processo di caratterizzazione e comprensione di un territorio fragile e delle sue dinamiche, che è l’unico strumento per evitare conseguenze nefaste dei normali processi evolutivi del paesaggio. Non credo che tale situazione abbia dei pro, mentre immagino che i contro appaiano chiari a tutti.  La consapevolezza dei processi naturali in atto e il rispetto del territorio sono le uniche armi che oggi abbiamo per coesistere con forze infinitamente più grandi di noi e che hanno sempre agito, sin dalla comparsa del nostro pianeta. L’importante è non invadere i loro spazi: ma per non invaderli, dobbiamo conoscerli.



Roberto Malfatti

Roberto Malfatti, sociologo, appassionato di fotografia, rockettaro quanto basta. Da sempre combattente e studioso delle tematiche ambientali. Tra i fondatori della rete Napoli Est Brucia che rivendica il risanamento del territorio di Napoli Est dall'inquinamento selvaggio delle raffinerie.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

3 × quattro =