Rifugiato ambientale, la prima proposta nel 1976

Lo status di “rifugiato ambientale” è stato proposto fin dal 1976, ma ad oggi rimane sospeso fra progetti, dibattiti giuridici e il parziale recepimento da parte di alcune normative nazionali.

rifugiati ambientali

L’espressione “environmental refugee” sta a indicare il migrante forzato da squilibri ambientali ed è stata proposta, appunto, per la prima volta nel 1976, da Lester Brown, ricercatore del Worldwatch Institute. Ma, a oggi, le espressioni «rifugiati climatici» e «rifugiati ambientali» restano giuridicamente imprecise, una confusione originata dal fatto che lo status di rifugiato fa riferimento soprattutto ad una situazione di persecuzione, come nel caso, appunto, di un conflitto di matrice etnica.
Eppure, il Rapporto sulla protezione internazionale in Italia 2015, evidenzia che le situazioni in cui può trovare applicazione la Convenzione di Ginevra esistono, «in quanto l’esposizione a impatti climatici o degrado ambientale può equivalere a persecuzione per una ragione della Convenzione».

Alcuni esempi: vittime di disastri naturali che fuggono perché il loro governo ha rifiutato o ostacolato l’assistenza per punirli o marginalizzarli; politiche di governo che prendono di mira gruppi particolari in casi in cui il cambiamento climatico sta già compromettendo la loro sopravvivenza agricola; governi che provocano siccità distruggendo o avvelenando l’acqua, o contribuisce alla distruzione ambientale inquinando terra e acque; governi che rifiutano l’aiuto di altri Paesi dopo un disastro; governi che non si sono curati di prevenire un disastro. Inoltre, chi fugge da un disastro climatico può sempre, almeno teoricamente, chiedere protezione al proprio Paese. La verità è che le migrazioni forzate da eventi di natura climatica sono legate a doppio filo con i contesti umani di sviluppo, disuguaglianza o conflitto del Paese in cui nascono. E, allora, il concetto di “rifugiato ambientale” richiede molta prudenza e un dibattito lungo e approfondito.

Secondo il Rapporto sulla protezione internazionale 2015 e alla luce dei dati più recenti, «Sebbene non ci sia un rapporto di causalità unico fra cambiamento climatico, disastri, spostamenti e migrazione, l’esistenza di un chiaro collegamento fra i fenomeni è sempre più evidente e riconosciuto». Ma cifre a parte, c’è da mettere in conto il contesto sociale e umano in cui i disastri climatici generano i propri effetti. In questo senso, un conto sono stati gli effetti dell’uragano Katrina in Usa o dello tsunami in Giappone, un altro quelli del terremoto nella misera Haiti o, ancora, quelli della siccità nella povertà dell’Etiopia. Sono tanti gli esempi in tutto il mondo in cui i disastri ambientali hanno generato, di fatto, tragedie umane ed economiche che hanno costretto le persone ad emigrare per rifugiarsi altrove: dopo la fine della guerra civile degli anni ’90, in Burundi siccità e degrado ambientale hanno esacerbato i micro-conflitti legati al possesso della terra che hanno forzato molti a lasciare il territorio; in Somalia la situazione di guerra endemica si somma agli effetti di siccità e degrado ambientale; in Kenya il campo profughi di Dadaab è uno dei più grandi al mondo e ciononostante la situazione ambientale non è migliore di quella dei Paesi da cui gli ospiti fuggono. E proprio in Kenya la competizione fra sfollati da siccità e popolazione locale per l’acqua e la raccolta di legna da ardere, attività in genere svolta dalle donne fuori dai campi, ha causato un’impennata di violenze sessuali. E poi c’è il caso particolare che ha fatto il giro del mondo, nel luglio dello scorso anno, di un cittadino di Kiribati, uno Stato insulare dell’Oceania, con la sua famiglia, che fece richiesta d’asilo in Nuova Zelanda portando come motivazione l’assedio montante dell’oceano alle sue isole. In quel caso, la richiesta fu respinta dalle autorità di Auckland, ma sicuramente alimentò il dibattito internazionale sulla questione.

I numeri.

Le stime più attendibili sono quelle, parziali, dell’IDMC (Internal Displacement Monitoring Centre), che fa capo a un’ONG indipendente, il Consiglio norvegese per i rifugiati, riferite agli sfollati interni causati sia da disastri climatici che geofisici (terremoti, eruzioni vulcaniche). Il solo 2014, ultimo anno disponibile, ne ha prodotti in totale 19,3 milioni, per lo più in Asia. Di questi, ben 17 milioni e mezzo, il 91%, sono stati costretti a fuggire dalle proprie case a causa di disastri climatici. A partire dal 2008, anno del primo monitoraggio IDMC, l’andamento del fenomeno è altalenante. Tali stime non tengono conto degli effetti indiretti di siccità, degradazione dei suoli, incidenti industriali o nucleari ed epidemie. Proiezioni più aleatorie sono, invece, sintetizzate dal recente Rapporto sulla protezione internazionale 2015 di ANCI, Caritas, Migrantes, Cittalia e SPRAR in collaborazione con l’UNHCR, che dedica al tema un intero capitolo, prevedendo attorno alla metà di questo secolo 200 milioni di “migranti del clima”, di cui 50 milioni solo in Africa. Sarebbero 100 milioni, invece, le persone esposte entro il 2100 a un serio rischio d’inondazione delle coste.

In tutti i casi, per quanto riguarda il contesto normativo internazionale, non si è andati oltre le proposte, anche se non mancano forme di protezione adottate a livello nazionale in favore dei cd. “rifugiati ambientali”: in Svezia, in Finlandia, negli USA con il Temporary protected status. Ma anche in Italia, con l’art. 20 del Testo unico sull’immigrazione (“Misure straordinarie di accoglienza per eventi eccezionali”) che contempla esplicitamente i «disastri naturali».



Roberto Malfatti

Roberto Malfatti, sociologo, appassionato di fotografia, rockettaro quanto basta. Da sempre combattente e studioso delle tematiche ambientali. Tra i fondatori della rete Napoli Est Brucia che rivendica il risanamento del territorio di Napoli Est dall'inquinamento selvaggio delle raffinerie.


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