“Bonifiche affaire”

di Stefania Divertito

C’è un fantasma che si aggira nella laguna di Grado e Marano. È il fantasma della bonifica da mercurio. Per dieci anni un’organizzazione che ha unito il Veneto e il Friuli ai palazzi romani ha dragato fondi pubblici per ripulire un inquinamento inesistente. O meglio, non tanto feroce quanto le carte raccontavano.  A inizio novembre la procura di Roma ha sollevato il coperchio di quest’ennesima truffa che ha avuto come perno l’ambiente. Milioni di euro finiti nelle tasche di funzionari ministeriali e regionali con una sfilza di implicazioni che arrivano fino alle società in prima linea per il Mose. Appena due anni fa aveva scandalizzato l’inchiesta della procura udinese sulle bonifiche “fantasma” che aveva portato alla chiusura del Commissario delegato della laguna friulana decretato dall’allora premier Monti. Adesso è toccato alla Procura di Roma riproporne il teorema e tornare alla carica con una seconda tornata di avvisi di garanzia. In cima all’elenco, i tre ex commissari delegati Paolo Ciani, Gianfranco Moretton e Gianni Menchini (politici i primi due, tecnico il terzo), già indagati nella precedente indagine friulana, e Gianfranco Mascazzini, per anni direttore generale del ministero dell’Ambiente. Nei guai anche Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e della Tethis srl di Venezia travolto dalla bufera giudiziaria sul Mose, e i legali rappresentanti delle società ingrassate a suon di finanziamenti per appalti di opere considerate adesso inutili o mai realizzate, inclusi funzionari della Sogesid srl di Roma, società in house del ministero dell’Ambiente, alla quale è affidato il corposo (sotto molti punti di vista) capitolo delle bonifiche.

La truffa

L’ammontare della truffa è di circa cento milioni di euro. Un ulteriore filone ha riguardato le cosiddette “transazioni ambientali”, cioè il pagamento di ingenti somme di denaro che numerosi imprenditori con immobili nel Sito d’interesse nazionale di Porto Marghera (tra cui l’Intermodale Marghera e Fincantieri) sarebbero stati costretti a scucire al ministero dell’Ambiente, che a sua volta li versava al Consorzio Venezia Nuova, per alimentare la struttura. Il quale, secondo le carte della procura, non soltanto non vi avrebbe mai provveduto, ma avrebbe nel tempo incamerato qualcosa come più di 500 milioni di euro.
Alle stesse conclusioni era sostanzialmente approdato già il PM di Udine, Viviana Del Tedesco, con la maxi-inchiesta culminata appunto nel 2012 nello smantellamento della struttura commissariale e nell’iscrizione sul registro degli indagati di decine di persone. A cominciare proprio dai commissari delegati e dai rispettivi staff, per i quali lo stesso magistrato aveva poi chiesto l’archiviazione. Chiusa la partita friulana, però, lo scorso marzo gli atti erano passati immediatamente ai colleghi di Roma. A chiederli era stato il procuratore capo in persona, Giuseppe Pignatone, secondo il quale l’indagine andava non soltanto ripresa, ma soprattutto estesa agli ambienti ministeriali.
È interessante leggere le carte di questa inchiesta: per pilotare il denaro pubblico a proprio piacimento e assicurarsi così “la supina ubbidienza di una corte di persone di fiducia”, Mascazzini avrebbe prima attivato le società in house al ministero dell’Ambiente (Sogesid e Sviluppo Italia) alle quali poteva assegnare le opere di cui il dicastero necessitava in assenza di gara (proprio per la loro natura pubblica), pretendendo di contro l’assunzione di persone da lui stesso individuate o indicategli dagli onorevoli, gli assessori e i ministri. Il meccanismo sarebbe stato lo stesso messo a punto a Venezia, dove la presenza di un concessionario unico – il Consorzio Venezia Nuova – consentiva una gestione in proprio degli appalti. Dall’altra parte, dragavano fondi dalle imprese che intendevano costruire sulle aree comprese nel Sin. Stando alle notizie raccolte dagli investigatori, per convincere le aziende a transare, alcuni funzionari ministeriali non avrebbero esitato a minacciare l’invio di ispettori e l’intervento di possibili altri fastidi burocratici su quelli o altri progetti. Pressioni neanche troppo velate, insomma, finalizzate a indurre le aziende a non opporre resistenza alle richieste di denaro. Del ricorso a scorciatoie e metodi non proprio ortodossi gli inquirenti hanno avuto riscontro sia dalle intercettazioni, sia dalle testimonianze di persone (Baita, Orsoni e alcuni degli imprenditori sentiti) trascinate, talvolta loro malgrado, nel giro di Mascazzini.

 




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