Colombia, boom di coca e pace a rischio

Il processo di pace prosegue a fatica, mentre l’abbandono dalle provincie di confine delle FARC ha aperto nuovi spazi per il narcotraffico e la coltura della coca. Per contribuire a contrastare questa situazione CISP insieme ad altre associazioni è impegnata in un progetto per sostenere campesinos e raggiungere il primo punto dell’accordo di pace, la riforma rurale integrale

Di Emanuele Bompan, da Puerto Aziz

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Si attracca lungo l’argine del Rio San Miguel, ingrossato dalle piogge al confine. Il corso demarca il confine tra Colombia e Ecuador. Scendiamo velocemente, in maniera furtiva. La giungla, impenetrabile, rende nervosi per la sua capacità di occultare ogni cosa. Eppure, ad un passo dall’argine, si entra in un’immensa distesa di piante di coca, protette dalla selva amazzonica. Impossibile da trovare ad altezza d’uomo, visibilissima dal cielo. Troppo vasti i campi per celarli allo sguardo zenitale di un drone.

Nico ci saluta calorosamente, machete alla cinta e cappello di paglia. È un cocalero, un produttore di coca. Poco lontano c’è un laboratorio con solventi, calce e petrolio per produrre la pasta di coca, pronta per la lavorazione e facile da trasportare. La coca è necessità economica e sopravvivenza. «La domanda continua a crescere e il governo non paga abbastanza per la sostituzione volontaria delle coltivazione di coca» racconta mentre un gruppo di bambini passa urlando e rincorrendo un cane

Come altre regioni di confine colombiane, il Putumayo è stato per anni territorio delle Farc e di scontri tra militari e paramilitari, spesso culminati in stragi di innocenti. L’abbandono della clandestinità nella giungla e il rientro alla vita civile dei guerriglieri Farc, conseguente all’Accordo di Pace, ha aperto spazi per nuovi gruppi di narcotrafficanti che hanno preso il controllo di queste terre remote. «Da queste parti sta penetrando sempre di più il cartello messicano di Sinaloa», spiega Nico indicando la foresta. Si spostano attraverso il confine, usano percorsi rodati. Nel vicino municipio de La Hormiga, il giovane e brillante sindaco Luis Fernando Palacios preferisce non pronunciare il nome del cartello. «La Colombia ha molte aree lasciate vuote, come questa. Se non vengono pattugliate dallo Stato il narcotraffico se le riprende».

 

Le coltivazioni di coca continuano a aumentare
La situazione nelle provincie di confine della Colombia rimane complessa.  Innanzitutto, si sta perdendo la guerra contro la coca, fattore determinante per il supporto straniero, specie dagli Stati Uniti.
Nel 2012 l’area coperta dalle coltivazioni nel Paese andino era di 78.000 ettari, in grado di produrre 165 tonnellate di prodotto raffinato.

Nel 2017 la DEA ha registrato un aumento impressionate in quell’area: oltre 230.000 ettari, con una produzione di cocaina a 900 tonnellate. Dati provvisori dimostrano che il 2018 potrebbe aver subissato il numero record dell’anno precedente, confermato dallo stesso governo Duque. Molti hanno trovato nuovi acquirenti e nessuna alternativa economica reale. «Non c’è niente da fare: si guadagna di più a continuare a coltivarla. Le compensazioni (suddidi in denaro per chi decide di convertire la propria coltivazione in altro) sono troppo basse e il mercato ha richiesta», dice Nico. Così l’epidemia di coca continua. Gli americani, che hanno fatto della war on drugs una priorità, hanno perso la pazienza. Trump il 29 marzo scorso ha commentato caustico: «Arriva sempre più droga dalla Colombia: Duque non ha fatto nulla per aiutarci [a fermare il narcotraffico]».

 

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Un paese senza giustizia
Il secondo problema è quello della giustizia. Decenni di guerra civile, giustizia “fai-da-te” somministrata dai crudeli gruppi paramilitari, spesso incontrollati, hanno lasciato insolute decine di stragi di innocenti, alcune solo in parte compensate. Nel villaggio de El Placer c’è un piccolo museo presieduto da un gruppo di militari dall’aria svogliata. All’interno di quella che sembra una scuola abbandonata, una lunga collezione di fotografie delle vittime delle stragi racconta storie di vittime massacrate per il controllo della coca tra varie fazioni politiche. Gente comune uccisa o violentata dai soldati paramilitari o dai guerriglieri.  Questa è una delle aree dove ebbe inizio il Plan Colombia con le fumigazioni e gli assalti militari e paramilitari per porre fine alle FARC. «Nessuno di loro ha mai avuto realmente giustizia ad oggi. Rimangono morti dimenticati dalla storia», racconta Jose Elias Benavides, uno dei custodi del museo.

In tutta la provincia si ripetono queste storie. «Ho sofferto sulla mia stessa carne la violenza del conflitto armato. La notte del 9 gennaio 1999 i paramilitari sono entrati qua nel villaggio di El Tigre e ci hanno massacrati», racconta Edith La Torre Benavides, una delle “Violette de El Tigre”, il gruppo di donne che furono violentate dai parà durante l’assalto e che oggi fanno di tutto per preservarne la memoria. «Il furto del petrolio, la coca, la violenza, la paura quando finirà?» dice Edith. Alcuni di loro hanno ricevuto compensazioni per i danni subiti dall’ufficio preposto per le vittime del conflitto. Ma nessuno è stato imputato per questa strage. Continua Edith: «Vogliamo giustizia. Questo dovrebbe portare la pace. Ma dov’è?». Fatica infatti a tenere l’accordo di Pace siglato con i guerriglieri FARC, e si è bloccato completamente il negoziato di pace con ELN. La bomba del 21 gennaio a Bogotà (22 morti) ha segnato un brusco stop all’avanzamento dei negoziati con ELN, l’altro movimento rivoluzionario, oggi ancora attivo e in clandestinità. Un pessimo passo indietro sul sentiero della pace.

 

COLOMBIA - CONFLICTO

 

È una giornata piovosa quando arriviamo a La Carmelita, nel comune di Puerto Asís, Putumayo. Il fango si attacca agli stivali e anche a piedi si avanza a fatica. Incontriamo William Macías Peña, nome in codice “Robinson”, uno dei comandanti FARC locali, responsabile dello Spazio Territoriale di Formazione e Re-incorporazione de La Carmelita. «Qua trovano rifugio circa 350 combattenti, un numero in crescita visto l’aumento dei compagni ritornati in questo spazio territoriale». La Carmelita è uno degli Spazi dove oggi sono concentrati i 13mila guerriglieri. Circa 500 hanno defezionato tornando nella macchia, sfruttando l’appoggio delle organizzazioni criminali. «Sono traditori», conferma Robinson. «Le FARC hanno dato la loro parola e continueremo a perseguire la pace, a qualsiasi costo, anche contro chi cercherà di sabotare l’accordo. Su questo non c’è ombra di dubbio». Ma quando i microfoni si spengono vari intervistati mostrano più di un dubbio. Del futuro non c’è certezza. Per tanti combattenti non c’è lavoro e perdura la paura di essere arrestati e processati.

 

Puedes: il progetto di cooperazione italiana
In questo contesto, poco seguito dai media italiani, la cooperazione italiana sta giocando un ruolo importante con vari progetti in particolare in Putumayo. «Per sconfiggere la coca e riaffermare la pace è fondamentale sostenere il primo punto dell’accordo di Pace con uno sviluppo rurale integrale», spiega Mario Cabal, che con l’ong CISP insieme a Coopermondo e ConfArtigianato di Vicenza, sta implementando il progetto PUEDES (acronimo di Paz Única Esperanza para el Desarrollo Económico y Social) finanziato dal Fondo per la Pace dell’Unione Europea al quale l’Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo ha contribuito nel 2016 con 3 milioni di Euro e che sulla pace e sullo sviluppo sostenibile lavora in Colombia con un impegno in termini di risorse e accompagnamento tecnico, cresciuto significativamente negli ultimi due anni. Senza il sostegno ai campesinos e cocaleros si rischia di tornare indietro di vent’anni.
Il governo punta sulle fumigazioni con quantità elevate di glifosato, un diserbante tossico. Questo però rischia di creare una crisi ambientale nei territori interessati, dove molta gente dipende dall’agricoltura. «Dobbiamo fare piani di sviluppo dal basso che includano tutti, con partecipazione diretta alle comunità nel processo decisionale. La gestione della terra è la chiave. Invece che dare i giovani in pasto ai narcos o alla coca, dobbiamo generare uno sviluppo economico di lungo termine, creando piani di sviluppo territoriale», afferma Mario Cabal, direttore del progetto PUEDES.
Circa il 28% della popolazione colombiana si trova in una situazione di povertà, essendo principalmente una popolazione contadina, indigena e afro-discendente. Nelle aree rurali il tasso di insoddisfazione dei bisogni di base è del 33% rispetto al 12% nelle aree urbane. Dunque PUEDES punta sul sostegno alle fasce più deboli innanzitutto attivando la partecipazione delle comunità locali e lo sviluppo locale. Come punto di partenza si sono presi cinque Comuni del Dipartimento. Lo scopo è quello di creare sul territorio quanto stabilito di nell’Accordo di Pace Finale nel punto riferito alla “riforma rurale integrale”.

 

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Si formeranno 1.000 funzionari pubblici dei 5 governi municipali prioritari (Puerto Asís, Puerto Leguizamo, Puerto Caicedo, Orito e Valle de Guamez) per migliorare la partecipazione e la capacità di pianificare lo sviluppo economico e territoriale della provincia. Per lo sviluppo imprenditoriale si coinvolgeranno cinquemila produttori locali organizzati o non organizzati, in particolare donne, le associazioni di imprenditori, le camere di commercio e associazioni settoriali presenti nei cinque comuni prioritari. Per la parte di formazione e sostegno, sia professionale, ma anche psico-sociale, si lavorerà con migliaia di giovani tra i 7 ei 25 anni in particolare per lavorare sui soggetti con evidenti disturbi di PTSD (post-traumatic stress disorder) e altre patologie tipiche del post-conflitto.
«Sono molto felice di questo progetto che si sta sviluppando» dice Carmelina, «ci dà la possibilità di organizzarci e autodeterminarci, portando risorse per il nostro sviluppo economico, in terre spesso dimenticate». Secondo i valutatori, il progetto – che si completerà nel 2020 – può costituire un interessante caso studio. Lo sviluppo di prodotti lavorati provenienti da un’agricoltura alternativa alla coca, come cacao, peperoncino, frutta esotica, insieme alla creazione di distretti culturali e allo sviluppo sociale ed educativo per contadini ed ex-combattenti FARC, sembrano avere un grande potenziale per la cooperazione qua in Putumayo nei prossimi tre anni. Nella speranza che si preservi il processo di Pace.



Emanuele Bompan

Emanuele Bompan è un giornalista e geografo. Si occupa di cambiamenti climatici, energia, green-economy, politica internazionale. Vive tra Washington DC, Milano e le montagne. Ha vinto per tre volte l’European Journalism Center Grant, il premio Giornalista per la Terra e la Middlebury Environmental Journalism Fellowship. Ha svolto reportage in 60 paesi, sia come giornalista che come consulente.


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