Ecco perché i petrolieri vi invitano a non andare a votare

Le cinque domande a cui i petrolieri non vorrebbero mai rispondere.

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  1. Come stanno realmente le società energetiche?  Entreranno in crisi nel caso di vittoria del SI’ o lo sono già?

L’ENI ha registrato una perdita di -8,82 miliardi di Euro nel 2015. La British Petrolium, con un bilancio negativo di -6,5 miliardi di dollari, sta licenziando 7.000 persone. Negli Stati Uniti nel solo 2015 ben 44 aziende petrolifere sono andate in bancarotta; la Peabody Energy, nata nel 1883, 1,8 miliardi di valore, è fallita due giorni fa. Il mondo dell’energia fossile è in crisi nera, sia come conseguenza dei bassi prezzi del petrolio che per una prospettiva di lungo periodo negativa. Infatti, i governi hanno già decretato quando arriverà la fine dell’era delle fossili: nell’Accordo di Parigi gli Stati si sono impegnati ad arrivare ad emissioni zero entro la metà di questo secolo.

  1. Se non estrarremo in Italia, importeremo dall’estero?

Le fossili saranno sostituite dalle rinnovabili, non da nuove importazioni di fossili. Stiamo mettendo a confronto due scenari futuri: in uno l’Italia prosegue con le attuali scelte energetiche; in un altro invece opta per una conversione energetica verso le rinnovabili. E’ chiaro che le aziende energetiche di vecchia generazione stanno spingendo affinché la trasformazione energetica rallenti. Il destino, però, è già segnato.

  1. Qual è la prima fonte di energia elettrica in Italia?

Sono le rinnovabili, che producono il 42,5% della nostra energia (fonte: GSE, dato preconsuntivo 2014). Segue il gas, con il 28,9%. I prodotti petroliferi occupano l’ultima posizione, con l’1%. Non ci credete? E’ scritto nella tabella della vostra bolletta elettrica, controllate! Allora a che ci serve il petrolio? Per la benzina. Perciò per diminuire la nostra dipendenza energetica in maniera sostanziale e quindi di percentuali importanti, l’unica strategia possibile è aumentare i trasporti sostenibili e aumentare le rinnovabili.

  1. Il petrolio e il gas prodotti sono “nostri”? Quanto ci guadagniamo?

No, non sono nostri: sono delle aziende che li estraggono. Lo Stato dovrebbe ricevere le royalties, che sono il canone che le compagnie petrolifere devono corrispondere annualmente. In Italia l’aliquota è del 7% per le estrazioni di petrolio in mare e del 10% per l’estrazione di gas che vengono però pagati solo se la produzione annuale supera le 50.000 tonnellate per il petrolio e gli 80.000 metri cubi per il gas. al momento molte aziende producono molto poco, per cui delle 26 concessioni produttive, solo 4 a petrolio e 5 a gas hanno pagato le royalties. Tutte le altre hanno estratto quantitativi tali da rimanere sotto la franchigia e quindi non versare il pagamento.

Per il 2015 l’ammontare, secondo i dati del Ministero dello Sviluppo Economico è stato di circa 350 milioni: ovvero più o meno il costo del mancato accorpamento del referendum con le elezioni amministrative.

  1. Visto che stiamo parlando di poco petrolio o gas, che vantaggio c’è per le aziende energetiche, perché per loro questa norma è importante?

Modificare questa norma permette alle aziende energetiche di stare più tempo nei nostri mari: possono decidere di produrre sotto soglia (e non pagare le royalties) o differire l’estrazione per motivi propri, come ad esempio per il basso prezzo del petrolio. E’ oggetto di dibattito, inoltre, come decidere quando un giacimento è esaurito, visto che già adesso molte piattaforme non sono produttive ma non vengono smantellate.




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