Ghost Fishing: da problema invisibile a risorsa

Che fine fanno le attrezzature da pesca perse o abbandonate in mare? Contribuiscono al Ghost Fishing, il fenomeno che concorre per il 10% al totale dei rifiuti negli oceani.

Di Leonardo Bianchi

Si tratta di saraghi, triglie, scorfani e sciarrani. Ma anche aragoste, tartarughe, delfini e perfino balenottere. A rimanere vittime del Gosth Fishing non sono solo piccoli pesci ma anche mammiferi marini.

 

Credit Photo: Mimmo Roscigno

Credit Photo: Mimmo Roscigno

 

Il Ghost fishing è un fenomeno diffuso in tutto il mondo causato dagli attrezzi per la pesca (reti e gabbie per la cattura di granchi, aragoste e gamberetti) abbandonati, persi o accidentalmente finiti in mare.
Si stima siano 640 mila le tonnellate di reti fantasma che vengono perse o abbandonate ogni anno in mare (corrispondenti al 10% di tutti i rifiuti marini).
Le reti lasciate al loro destino, oltre a soffocare la barriera corallina, danneggiare l’ecosistema marino e costituire un pericolo per le imbarcazioni, continuano a fare il loro dovere di trappole mortali compromettendo gli stock e danneggiando l’ecosistema marino.
La rete fantasma è causa della morte del 5% del pesce commerciale mondiale, un’enorme perdita senza che l’uomo ne guadagni alcun beneficio. «Un sacrificio inutile» ha dichiarato a Repubblica.it Mimmo Roscigno, docente di fotografia e cinematografia subacquea, che nel 2016 ha immortalato pesci agonizzanti nelle reti abbandonate al largo di Procida.

 

Il problema
Il fenomeno non è certo recente. Secoli di storia marinara hanno disseminato reti ovunque. La differenza sta oggi nella crescita delle flotte di pescherecci, nell’uso di tecniche di pescaggio sempre più aggressive e soprattutto nel tipo di materiale utilizzato per creare le reti. Una volta le reti erano fatte con canapa o cotone, mentre oggi si utilizzano fibre sintetiche derivanti dalla plastica (nylon, polipropilene e poliestere) che richiedono centinaia di anni per decomporsi (alcune addirittura 600) e nel frattempo si sminuzzano in piccolissimi pezzi che alimentano il problema delle microplastiche nei mari.

 

Una sola gabbia per la cattura di granchi, aragoste e gamberetti,
una volta abbandonata in mare,
uccide fino a 1.700 esemplari in un anno

 

Il problema è ovviamente di difficile risoluzione e gli ostacoli sono molti (a partire dalla mancata percezione del fenomeno da parte dell’opinione pubblica e dai rari interventi significativi delle autorità marittime) ma qualcosa finalmente si muove.

 

Rete recuperata al largo di Santorini (Grecia)

Rete recuperata al largo di Santorini (Grecia)

 

In una decisione storica, i paesi aderenti alla FAO hanno emanato linee guida volontarie sulla marcatura delle attrezzature da pesca. L’approvazione del documento è atteso proprio entro la fine dell’estate. Anche il mondo della ricerca scientifica sta dando il proprio contributo alla questione. I ricercatori dell’Istituto nazionale coreano di scienza della pesca (National institute of  fisheries science), in collaborazione con la FAO , hanno presentato in un articolo apparso sulla rivista Animal Conservation il materiale biodegradabile per reti da pesca.
È un nuovo polimero in grado di venir degradato dai microbi presenti nell’acqua marina nel giro di due anni. Il materiale assicura una percentuale di cattura simile a quella delle reti di nylon tradizionali, ma al momento ha ancora costi elevati che lo potrebbero rendere poco appetibile alle società di pesca.

Il mondo delle imprese e delle associazioni sta invece riflettendo in un’ottica di economia circolare, ragionando sui possibili usi alternativi delle reti recuperate.
L’americana Costa del Mar, in collaborazione con Bureo, ha dato vita ad esempio a una nuova linea di occhiali da sole: Untangle. Lo scorso anno Bureo ha recuperato più di 100 tonnellate di reti dalle coste del mare cileno, le ha lavorate nella città di Santiago e il materiale ottenuto è stato utilizzato da Costa per creare occhiali da sole che presto diventeranno di tendenza.

In Italia la trentina Aquafil utilizza proprio le reti abbandonate in mare (insieme ad altri scarti pre e post consumer) per produrre attraverso un sofisticato processo meccanico l’esclusivo filo di Nylon rigenerato Econyl®. Una fibra innovativa ed eco-sostenibile che Carvico, azienda tessile italiana specializzata nella produzione di tessuti tecnici per l’abbigliamento, utilizza successivamente per la realizzazione di tessuti destinati alla confezione di costumi da bagno.
Tessuti come VITA e Renew by JL, altamente tecnici e in grado di garantire le stesse performance dei tessuti standard, con il vantaggio di non avere consumato fonti di energia non rinnovabili durante il ciclo di produzione.

La pulizia degli oceani in diretta streaming
L’8 Giugno, Giornata Mondiale degli Oceani, l’associazione non governativa Healthy Seas – a Journey from waste to wear (sostenuta da Carvico dal 2016), insieme alla Ghost Fishing e alla Cousteau Divers ha deciso di celebrare la ricorrenza con il recupero di un’enorme rete dai fondali dell’Isola di Santorini (Grecia), filmando le azioni di recupero e trasmettendole in diretta streaming tramite Facebook.

Ad immergersi  sono stati Pierre-Yves Cousteau, figlio del tanto amato ricercatore e documentarista subacqueo Jacques-Yves Cousteau, e 8 subacquei volontari provenienti da Paesi Bassi, Francia e Grecia. «Presto vedremo più plastica che pesci nei mari – ha commentato Pierre-Yves Cousteau – ma aver visto portare alla luce un’enorme rete dai nostri sub insieme ai volontari di Healthy Seas è stato un forte messaggio di speranza per tutti».

 

 

Le reti da pesca recuperate diventeranno presto costumi da bagno. Con forme e in modo diverso, le reti torneranno nel luogo in cui sono state recuperate senza però intrappolare pesci o concorrere alla produzione delle microplastiche.

I progetti di pulizia dei fondali posti in essere da associazioni ambientaliste, società civile e aziende sensibili al tema sono importanti, ma non possono essere l’unica soluzione. Per risolvere davvero il problema è necessaria un’azione congiunta a livello internazionale che preveda investimenti per la sensibilizzazione di chi esce in mare per pescare (affinché le reti non vengano più perse o abbandonate), sviluppo e tecnologie e soprattutto una semplificazione dell’attività di recupero, smaltimento e riciclo delle reti per trasformare davvero il problema in una risorsa.

 

Foto di gruppo di chi ha contribuito al recupero dell'enorme rete nei fondali delle acque si Santorini

Foto di gruppo di chi ha contribuito al recupero dell’enorme rete nei fondali delle acque si Santorini



Redazione

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