Il business dei crediti di carbonio nutre la finanza, non i progetti green

Da sistema per tutelare l’ambiente a sofisticato meccanismo finanziario sull’orlo del crack. Potrebbe riassumersi così la parabola dell’Emission trading scheme europeo (Eu-Ets), il sistema di compravendita di crediti di CO2 nato per trovare le risorse economiche necessarie a ridurre le emissioni di gas serra e ora in piena crisi economica.   Secondo i dati diffusi dai gestori degli scambi dei crediti sul mercato europeo, l’anidride carbonica varrebbe milioni di euro, a prescindere dagli obiettivi imposti a suo tempo dal Protocollo di Kyoto. Il sistema per comprare e vendere le quote di emissione, infatti, ha una sua borsa, con indici e bollettini di vendita, intermediari finanziari e aste di assegnazione: un business che in Europa si sta trasformando in una bolla pronta ad esplodere. In circolazione ci sono 2 miliardi di quote in eccesso che secondo Bruxelles non valgono più niente perché nessuno vuole acquistarle. E il motivo, paradossalmente, starebbe nel minor livello di inquinamento prodotto dalle industrie durante la crisi economica. Una buona notizia per l’ecositema, ma non per la finanza ambientale.

Dalla tutela dell’ambiente al carbon broker 

Per capire come il tentativo di riduzione di gas serra si sia trasformato in un ginepraio di interessi degno di Wall Street bisogna fare un passo indietro. Il meccanismo di emission trading europeo è stato messo a punto nel rispetto del Protocollo di Kyoto e dal 2005 consente a ogni Stato di assegnare ad aziende e industrie un determinato numero di quote di anidride carbonica: veri e propri permessi ad emettere gas serra nell’atmosfera entro certi limiti, pena pesanti sanzioni.
Nonostante ricerca e innovazione oggi consentano di produrre in modo sostenibile, le aziende (specie quelle con infrastrutture obsolete) hanno bisogno di maggior tempo per adeguare i propri impianti. La crisi ha ulteriormente rallentato questi investimenti. Quindi, l’unico modo per evitare le sanzioni da inquinamento è ottenere quote di CO2.  Solo una parte dei diritti di emissione è assegnata gratuitamente: il resto, infatti, viene acquistato sul mercato e la quotazione segue un meccanismo borsistico.
E’ a questo punto che il confine tra tutela dell’ambiente e finanza si confonde. Il meccanismo di compravendita ha un costo strutturale, poiché servono operatori e intermediari specializzati. In poche parole, dei carbon broker. «Chiamiamo così chi opera nel cosiddetto Carbon Market, ma in Italia al momento non esiste un albo o un registro per questi soggetti», spiega Elena Piazza della AzzeroCO2, società intermediatrice per il mercato volontario dei diritti di emissione.
I carbon broker sono per lo più società di consulenza energetica attive sui due fronti di scambio esistenti: quello obbligatorio (che comprende il sistema delle aste e delle assegnazioni delle quote da parte degli Stati alle aziende) e quello volontario.

Mercato obbligatorio e mercato volontario
«Nel primo mercato si compravendono titoli per i colossi industriali che di solito inquinano oltre i limiti consentiti e sono quindi costretti per legge ad aderire al sistema di scambio. E’ questo mercato che monetizza il valore delle quote. Ma c’è anche un mercato volontario, accessibile ad aziende che non sarebbero costrette a compravendere le quote perché all’interno dei parametri di emissione», spiega Piazza.  Un comparto, quest’ultimo, che è forse l’unico a tutelare davvero l’ambiente. Il ricavato è devoluto di default a progetti green, ad esempio quelli legati alla riforestazione. Alle imprese non entra in tasca un euro, al massimo un buon ritorno d’immagine. Nel mercato obbligatorio invece i ricavi vanno agli Stati membri e alle aziende virtuose che diminuendo le emissioni possono vendere le proprie quote.

La bolla delle quote obbligatorie di CO2 
Dalla sua adozione a livello europeo, nel 2005, il meccanismo obbligatorio ha coinvolto più di 16 mila impianti industriali e secondo i dati del Gestore dei servizi energetici (Gse), l’ente che colloca all’asta le quote di Co2 per conto dell’Italia, nei primi sette mesi del 2013 Roma ha ricavato circa 268 milioni di euro (su un totale europeo di 1,6 miliardi di euro). Un risultato migliore rispetto all’intero anno precedente (quando la Penisola è riuscita a piazzare solo 76 milioni di euro di diritti di emissione) ma inferiore a quello della Germania che con più di 400 milioni di euro nello stesso periodo è prima nella classifica dei guadagni. Ma l’Italia non è la sola ad aver faticato nel collocare le quote a disposizione. Sembra, infatti, che in Europa l’offerta abbia superato pericolosamente la domanda.

Meno emissioni mandano in tilt il sistema 
Una minor richiesta di permessi significa che la produzione europea sta diventando più green? Se così fosse, ci sarebbero buone notizie per l’ambiente. Ma non per la finanza ambientale. «Fino a pochi anni fa una quota di Co2, che equivale a una tonnellata di anidride carbonica, valeva tra gli 11 e i 20 euro, ma con la crisi e il conseguente crollo della produzione industriale europea il prezzo è precipitato», spiega Alessia Barone responsabile per l’Italia della SendeCO2, la borsa europea per lo scambio di crediti di anidride carbonica. Oggi invece la quotazione si assesta tra i 4 e i 5 euro.
Il crollo produttivo ha avuto l’effetto paradossale di rendere più facile il rispetto dei limiti imposti, trasformando le quote da appetibili ad indesiderate. Al momento l’eccedenza ammonta a circa 2 miliardi di permessi e lo scorso 10 dicembre Bruxelles ha approvato il ritiro di circa 900 milioni di questi titoli per far rialzare i prezzi. Il rastrellamento (in gergo “backload”) ricorda per certi aspetti l’intervento comunitario nel settore dell’agricoltura, misura che permette di togliere di mezzo le eccedenze (di burro o latte ad esempio) per evitare che i prezzi dei prodotti si annacquino.
In questo caso, però, ad essere salvati non sono tanto i progetti e la ricerche in sistemi produttivi sostenibili, ma gli interessi finanziari sottostanti al mercato dei crediti di carbonio. Confermando il suo intervento, dunque, Bruxelles ha tramutato per sempre un meccanismo di tutela ambientale in uno strumento di speculazione degno di Wall Street.

Di Barbara d’Amico

Fonte: lastampa.it

 



Redazione

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