Inceneritori: le Regioni non li vogliono

Il 29 luglio 2015 le Regioni hanno ricevuto la bozza di decreto legislativo sulla realizzazione di nuovi impianti di incenerimento. La bozza prevede l’autorizzazione di 12 nuovi inceneritori in dieci regioni: due in Toscana e in Sicilia, una in Piemonte, Liguria, Veneto, Umbria, Marche, Campania, Abruzzo e Puglia.

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Le risposte sono fioccate da più fronti nonostante il periodo vacanziero e nonostante gran parte dei governatori delle regioni coinvolte si siano detti ignari di questa proposta. Enrico Rossi, Presidente della Regione Toscana, conferma «Non sapevo che il decreto prevedesse inceneritori in Toscana, né che da noi dovevano essere addirittura due. In Toscana non è prevista la costruzione di alcun impianto».
Come lui, tanti altri non ci stanno. Michele Emiliano, dalla Puglia, afferma di voler mantenere le promesse fatte in campagna elettorale ai cittadini che si sono chiaramente espressi contro la costruzione degli inceneritori. E così è avvenuto anche in Veneto dove Luca Zaia ha fermamente dichiarato: «Abbiamo tre inceneritori e non ne costruiremo altri: siamo una Regione ‘riciclona’ e puntiamo dritti sul compostaggio».
Gli inceneritori infatti, sono ormai una tecnologia sorpassata per la gestione dei rifiuti e sono in netta contrapposizione con la raccolta differenziata. In molte regioni i rifiuti smistati superano il 60% con picchi anche del 70%. Questo significa che i presunti nuovi inceneritori, già ad oggi, non avrebbero sufficiente materia prima da bruciare. Il che porterebbe all’assurdità di dover importare rifiuti per far funzionare una tecnologia che nessuno, ma proprio nessuno (Renzi a parte) vorrebbe.
BioEcoGeo_Stefano_ciafani_LegambienteAnche le associazioni ambientaliste non ci stanno. «Si tratta di una proposta da respingere al mittente per tanti motivi evidenti» ha commentato Stefano Ciafani, vicepresidente di Legambiente.
«Il primo motivo è che manca l’oggetto del contendere: i quantitativi di rifiuti. Il materiale da bruciare in nuovi impianti è sovrastimato dal governo perché è calcolato su un obiettivo del 65% di raccolta differenziata già ampiamente superato in diverse regioni (a partire da Veneto, da Friuli Venezia Giulia, Marche). Gli impianti da poco costruiti, come ad esempio quello di Parma, sono in grande difficoltà perché, grazie alle raccolte differenziate domiciliari e alla tariffazione puntuale, non hanno più i rifiuti dal territorio che li ospita e sono costretti a cercarli da altre regioni.
Il secondo motivo – continua – è che ci si concentra ancora una volta sugli interessi di pochi (singole aziende di gestione dei rifiuti) a scapito del benessere di milioni di cittadini».
Quello di cui il paese ha bisogno, infatti, non sono più impianti che brucino i rifiuti, bensì tecnologie in grado di far fruttare gli scarti. Gli impianti a biogas sono la soluzione ideale, ad esempio, per lo smaltimento dei rifiuti compostabili: dallo scarto organico dei singoli cittadini è possibile creare energia elettrica per interi centri abitati, evitando l’utilizzo di energia da fonti fossili e il trasporto dei rifiuti da una città all’altra che, non solo è dispendioso, ma è anche altamente inquinante. È da anni ormai che i rifiuti vengono considerati una risorsa. Sarebbe una follia sprecarla e consumare ulteriore energia per questo.
«Il terzo motivo – conclude Stefano Ciafani – è che questo schema non fa altro che spostare l’attenzione su un piano che non si concretizzerà mai per questioni politiche (tutte le Regioni hanno già detto “no grazie”), sociali (quali sono i territori disponibili ad ospitare impianti di questo tipo?) e economiche. Basterebbe rivedere completamente il principio di penalità e premialità economica nel ciclo dei rifiuti e il cambio di passo sarebbe garantito. Servirebbe tartassare le discariche utilizzando al meglio l’ecotassa».
Ma nonostante tutte queste evidenze, il Governo potrebbe non aver bisogno del consenso delle Regioni e decidere di continuare a correre da solo. L’articolo 35 dello Sblocca Italia definisce infatti i termovalorizzatori “infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale ai fini della tutela della salute e dell’ambiente”. E il comma 7 stabilisce l’applicazione del “potere sostitutivo”: in soldoni, se le Regioni negano il consenso all’impianto o “perdono tempo”, il Consiglio dei ministri può decidere di scavalcarle.



Redazione

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