Interno Verde a Mantova

Ai curiosi che davanti a un portone chiuso sognano i giardini che non vedono…

IV19_MANTOVA_fb_postDopo il grande successo delle 4 edizioni di Ferrara, Interno Verde replica, da sabato 14 a domenica 15 Settembre, questa volta a Mantova, definita dal letterato rinascimentale Baldassarre Castiglioni una “città in forma di Palazzo”. Uno scrigno di tesori che unisce e offre al mondo le opere di Andrea Mantegna, Pisanello, Leon Battista Alberti, per citarne alcuni. Peraltro, come non ricordare il legame antico fra le due città, da Azzo VI d’Este (1170-1212), primo signore di Ferrara, che fu anche podestà di Mantova, alla figlia di Ercole I d’Este, Isabella d’Este (1474-1539), che sposò il marchese di Mantova, Francesco II Gonzaga. Entrambe le città, poi, sono patrimonio Unesco.

A settembre, per la prima volta, gli splendidi e suggestivi (oltre che curiosi) giardini segreti di Mantova apriranno eccezionalmente al pubblico, grazie al festival Interno Verde: un weekend per esplorare l’anima più rigogliosa del centro storico, un fitto arcipelago vegetale ricco di suggestioni e ricordi, attraverso i quali è possibile leggere la storia, i cambiamenti e i vissuti della città. Lo stesso fil rouge che legava le scoperte verdi a Ferrara lo si riprende ora a Mantova.

Grazie alla disponibilità delle famiglie coinvolte si potranno esplorare oltre 30 luoghi inediti: corti rinascimentali e oasi fiorite, nascoste nell’intricato labirinto dell’abitato medievale, sfarzosi giardini gonzagheschi e meraviglie romantiche, grotte artificiali incastonate come gioielli lungo il rio che attraversa la città e spazi ripristinati dopo l’abbandono, convertiti a minimalismo e design.

Ogni giardino sarà accompagnato da informazioni di carattere botanico, storico e architettonico: l’obiettivo infatti è promuovere una nuova comprensione del capoluogo e delle sue ricchezze, offrire sia ai mantovani che ai turisti l’opportunità di scoprire ciò che si nasconde dietro i muri di cinta e le facciate dei palazzi, sollecitare una più completa comprensione del passato e maggiore consapevolezza del patrimonio presente.

UnknownOltre ad approfondire le vicende passate e il carattere presente della città, l’iniziativa introduce una grande novità anche dal punto di vista ambientale: per sensibilizzare alla cura del verde urbano per ogni giardino aperto si indicherà quanta CO2 è in grado di assorbire. Sulla mappa del festival, vicino agli indirizzi dei giardini, si troveranno infatti dei numeri e ci si domanderà subito il loro significato: essi indicano quanti chili di CO2 all’anno riesce ad assorbire il singolo giardino. Coltivare una bella aiuola o un piccolo orto, curare e mantenere sani e forti i propri alberi, non sono solo piacevoli e dilettevoli attività a cui dedicarsi nel tempo libero. Sono azioni utili all’intera comunità, perché ogni pianta che cresce, ogni metro quadrato di terreno non cementato, contribuisce a rendere più pulito e salubre l’ambiente di tutti. I giardini aperti in occasione della prima edizione del festival assorbono complessivamente quasi 20 tonnellate di CO2. Questo numero, calcolato tramite il tasso di conversione utilizzato dal premio Monito del Giardino, è approssimativo ma importante. Tutto perfettibile ma è un buon inizio.

Ci piace ora anticipare ai nostri attenti lettori la bellezza di alcuni (fra i tanti) giardini che saranno visitabili a Mantova, molto diversi per storia e caratteristiche e, anche per questo, attraenti. Sono gli spazi diPalazzo Barbetta, Palazzo Beccaguti Cavriani, dell’Ospedale Carlo Poma, dell’ex ortaglia Leporati o di un giardino di via Fratelli Bandiera. Per partire da alcuni che rendanocuriosi.

Palazzo Barbetta via Cavour 13, cortesia Interno Verde

Palazzo Barbetta via Cavour 13, cortesia Interno Verde

Palazzo Barbetta, ad esempio, si trova in Via Cavour 13 e fu costruito nel 1784 dal marchese Carlo di Canossa, che già possedeva l’imponente dimora seicentesca affacciata sulla piazza adiacente. All’epoca la vicina piazza Virgiliana non esisteva. Al posto del parco pubblico si trovava quello che la Guida pel forestiere di Francesco Antoldi, descriveva come un «fracido paludoso luogo». L’occasione per avviare il rinnovamento fu la grande Fiera annuale voluta da Maria Teresa d’Austria, nel 1779, alla quale partecipavano i Granduchi Austriaci e numerosi visitatori di rango. Si sfruttò l’evento internazionale per migliorare l’accoglienza turistica, qui si edificò l’Albergo Reale, che costò al marchese Canossa 12.900 lire mantovane. L’imprenditore scelse per avviare il cantiere un’area vicina ai suoi possedimenti, inserendolo su un lato della sua abitazione e per questo, ancor oggi, nel vicolo il bugnato della residenza seicentesca si confonde con quello dell’albergo, completato integrando l’edificio della Zecca austriaca, appena dismessa. Laddove i due stabili si uniscono, in corrispondenza della quattordicesima finestra, si trova ancora, mimetizzata nella muratura, lo sportello in legno che serviva a immettere ghiaccio e neve nella vasta ghiacciaia.

Le necessità della struttura erano importanti, così il lotto venne ampliato acquistando anche i rustici vicini. Si ottenne così un ingresso indipendente per le carrozze e un grande spazio per le scuderie, che determinò un’altra curiosità toponomastica, la nascita di vicolo Fieno. A progettare il complesso si impegnò l’allora ventenne Giambattista Marconi, che sistemò al piano terra gli ambienti di rappresentanza, al primo piano le camere, disposte attorno al grande giardino quadrato, dotato sulla destra di un forno e provvisto di una capiente ghiacciaia. Il balcone che circonda le stanze, sul quale tuttora si aggroviglia l’anziano glicine, serviva alla servitù per muoversi agilmente tra i vari ambienti senza essere vista nei corridoi. L’inaugurazione avvenne il 6 maggio 1785 con un lauto banchetto ma il clima di fiducia nelle “magnifiche sorti e progressive” non durò molto: la Fiera venne dismessa dopo pochi anni e l’attività ricettiva fu sospesa nel 1821. Bonifacio Canossa, nipote di Carlo, cedette il palazzo al governo che vi stabilì la Pretura e il Tribunale. Ulteriori passaggi proprietari e frammentazioni trasformarono il complesso nell’attuale condominio, conosciuto come Palazzo Barbetta, dal nome di una delle famiglie che vi si stabilì nel mezzo della complicata vicenda catastale delle acquisizioni. L’ombroso giardino non ha perso la propria austera eleganza né la sua fascinosa atmosfera.

Palazzo Beccaguti Cavriani, via Mazzini 34, cortesia Interno Verde

Palazzo Beccaguti Cavriani, via Mazzini 34, cortesia Interno Verde

Un altro bel giardino si trova nell’elegante Palazzo Beccaguti Cavriani, in Via Mazzini 34. I primi abitanti dell’edificio sono stati, in epoca rinascimentale, i Beccaguti, famiglia della Valcamonica affermatasi grazie all’abilità del mercante Anselmo, insignito del titolo di rettore dell’arte della lana tra il 1478 e il 1494. Gli abitanti attuali si occupano invece di design e di architettura per questo hanno inventato la galleria DiSegno e dedicato parte dello spazio all’esposizione di opere contemporanee.

Palazzo Beccaguti Cavriani, via Mazzini 34, cortesia Interno Verde

Palazzo Beccaguti Cavriani, via Mazzini 34, cortesia Interno Verde

Cos’è successo nel mezzo? Il figlio di Anselmo, Alessandro, si dedicò alla carriera militare: fu ingegnere civile e comandante per Ferdinando Gonzaga e viene ricordato come uno degli eroi della battaglia di Fornovo. Grazie al suo valore, riuscì ad accrescere le proprie ricchezze e, nel 1500, completò e abbellì la struttura. I Beccaguti abitarono qui fino alla fine del Seicento ma già nel 1649 l’ultima discendente vendette la cappella privata ai padri Carmelitani Scalzi, che iniziarono a celebrare messa e progressivamente si insediarono nei terreni attigui dove edificarono la Chiesa di Santa Teresa. Quando, nel 1734, la proprietà passò alla potente famiglia dei Cavriani, il marchese Antonio volle ripensare il complesso e chiamò a condurre i lavori l’architetto Alfonso Torreggiani. Per sfruttare la vicinanza del tempio si costruì un passaggio in legno, che collegava il piano nobile al palco interno alla chiesa. Il corridoio, lungo circa due metri, è stato demolito con l’ultima ristrutturazione, quindici anni fa. I lavori iniziarono nel 2001 e nel 2004 si inaugurò la commistione tra abitazione, galleria e studio che oggi si apprezza in occasione dei vernissage. Le opere d’arte trovano casa in una porzione del vecchio cortile, di cui resta un anziano abitante: il glicine centenario che continua a espandersi verso il cielo, protetto a terra da una struttura in vetro, mentre le radici si allungano nel chiostro del vicino convento. Lo si può vedere spuntare, insieme agli oleandri della terrazza, dall’interno della corte.

Il giardino, cui si accede anche scendendo nelle gallerie sotterranee, è stato realizzato ex novo, assecondando il gusto minimal che contraddistingue gli interni. Per disegnarlo fu necessario fronteggiare una vera e propria selva: poco restava dell’originale impianto all’italiana, se non qualche traccia delle aiuole e quattro grandi abeti. L’area è stata sfoltita per essere utilizzata più comodamente e per garantire una buona luce alle sale del pianterreno. La memoria degli abeti è stata affidata a un solo esemplare, a cui fa compagnia la magnolia. Sul fondo cresce un boschetto di bambù, contenuto da un muretto inserito nel terreno, che scende fino a un metro e mezzo di profondità. A destra, vicino alla piscina rettangolare, alberi e fiori in vaso creano con l’alloro e l’oleandro una macchia movimentata, protetta dalla tappezzeria di edera. Un altro splendido glicine incornicia l’ingresso e sale fino al balconcino. In fondo, vicino al tavolo in pietra di epoca rinascimentale, si trovava fino a poco tempo fa un bell’esemplare di censis australis,vecchio di due secoli, abbattuto da un temporale. Glicine di circa 200 anni, le radici sfociano nel vicino convento dei Carmelitani Scalzi. Si trovava in un cortile che, con il restauro e il progetto del nuovo giardino non serviva più, ma è stato conservato grazie a una struttura in vetro creata ad hoc, che lo fa correre e sviluppare sul tetto. In giardino: grande magnolia sulla sinistra, melograno abbondante, un boschetto di bambù circonda lo spazio verde. Piscina stretta e lunga sulla destra. Accesso alle cantine, cattedrali sotterranee utilizzate per le mostre. Unico.

Ospedale Carlo Poma, Istituto Oncologico Mantovano, via Pompilio 48 b, cortesia Interno Verde

Ospedale Carlo Poma, Istituto Oncologico Mantovano, via Pompilio 48b, cortesia Interno Verde

Non tutti i giardini però sono invisibili, celati dietro portoni e palazzi. Alcuni sono sotto gli occhi di tutti, ci passano accanto ogni giorno decine di persone e nessun chiavistello impedisce l’accesso, basterebbe girare attorno a una siepe o aprire una porta per scoprirli. Questo è il caso del sorprendente hortus conclususcurato dall’Istituto Oncologico Mantovano all’interno del parco dell’Ospedale Carlo Poma, in via Pompilio 48 b. 

L’intero complesso, attualmente gestito dall’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova,è circondato dal verde. La sua costruzione iniziò nel 1912 nei terreni limitrofi al centro storico, dove l’esercito austriaco aveva edificato la fortificazione nota come Forte Pompilio, demolita appositamente. L’area venne scelta in quanto ben collegata da strade e ferrovia, in posizione salubre e sopraelevata rispetto alle paludi del fiume Paiolo. Il progetto – disegnato dall’ingegnere Giulio Marcovigi, esperto di strutture ospedaliere, impegnato anche per il Niguarda di Milano e il Bellaria di Bologna – comprendeva varie zone alberate fra le quali dislocare i padiglioni. Le piante servivano a rinfrescare i viali e a creare un ambiente rilassante che alleviasse le sofferenze dei degenti. In fondo all’area fu collocato il reparto che ospitava i pazienti affetti da malattie infettive.

Qui oggi trova posto l’Istituto Oncologico, fondato nel 1989 e gestito da 70 volontari. I suoi uffici guardano verso la chiesa della Misericordia, detta del Sacro Cuore, completata nel 1949. Oggi il piano terra del tempio conserva gli archivi delle cartelle cliniche, un tempo ospitava gli ambienti ricreativi, il teatro e il cinema. Alle funzioni i malati assistevano dall’alto, grazie a un ingresso in corrispondenza del coro che li teneva separati dagli altri fedeli. Tra la chiesa e gli uffici è stato ripristinato da una decina d’anni il giardino, modellato secondo l’impianto dell’hortus conclusus medievale, protetto da siepi e circondato da un passaggio sopraelevato e diviso in quadranti, con la fontanella e il melograno, considerato l’albero della vita, colorato da ortensie e lavanda.

Ex Ortaglia, Piazza Polveriera 7, cortesia Interno Verde

Ex Ortaglia, Piazza Polveriera 7, cortesia Interno Verde

Continuando il nostro percorso, arriviamo in Piazza Polveriera 7dove ci si trova di fronte ad un cancello che, superato un giardino fiorito, pare introdurre ad un bosco misterioso. A partire da una piccola pianta in pochi anni è cresciuta una selva, dove difficilmente si infila un raggio di luce. Si è creato un vero e proprio tunnel di giunchi che a tratti lascia intravedere gli originali abitanti del posto, i fichi, i pioppi, alberi importanti con i tronchi ricoperti di edera. Un grande ailanto buca la trama intricata della vegetazione e svetta verso il cielo. Il percorso che si inoltra tra le piante, selvatico e fascinoso, si conclude nel pacato giardino dove il viaggio è cominciato, tra le ortensie, i lillà delle indie, gli oleandri, la magnolia, il melograno da fiori e il giuggiolo centenario, di legno contorto e ricoperto di muschio. È qui che si incontrano indizi utili a capire quando è nata e a cosa serviva quest’area oggi tanto selvaggia e straniante, a due passi dalla trafficata via Garibaldi. Il bosco infatti è recente: in questo spazio fino agli anni Sessanta si coltivava l’ortaglia che serviva la città, gestita dalla famiglia Leporati, che riforniva le bancarelle dei mercati e i negozi di verdure di stagione e primizie.

Ex Ortaglia, Piazza Polveriera 7, cortesia Interno Verde

Ex Ortaglia, Piazza Polveriera 7, cortesia Interno Verde

La grande vasca in pietra, vicina al muro di cinta e attualmente interrata, serviva a raccogliere e a lasciare intiepidire sotto il sole l’acqua pescata dal pozzo, necessaria all’irrigazione, che non doveva essere troppo fredda per non bloccare lo sviluppo di carote, cavoli, radicchi e zucchine. Sempre nella vasca si lavavano i prodotti prima della vendita, i mazzetti di ravanelli e i cespi di insalata. L’attività si abbandonò quando l’agricoltura cominciò ad assumere caratteri intensivi: l’ortaglia tradizionale perse valore di fronte a un mercato proiettato in una dimensione nazionale e internazionale, con i prezzi al chilo dei prodotti che scendevano sempre di più. Si provò a cambiare coltura e si decise di destinare il terreno agli albicocchi, mettendone a dimora una cinquantina, ma vennero abbandonati negli anni Ottanta perché anche questa operazione si rivelò economicamente insostenibile. La superficie di circa 6mila metri quadri venne definitivamente riconsegnata alla natura. Una meraviglia.

Via Flli Bandiera 10, cortesia Interno Verde

Via Flli Bandiera 10, cortesia Interno Verde

Il sapore del giardino di Via Fratelli Bandiera 10 è dolce e antico, sa di chiacchiere al tramonto, di bambini che giocano a nascondino tra i cespugli e dietro le colonne, di racconti che si tramandano. Ogni singola pianta qui ha il suo carattere e la sua storia e si dedica un pensiero anche a chi oggi non c’è più. Il palazzo ha vocazione nobiliare: alcune sue parti furono costruite in epoca medioevale, altre durante il rinascimento, periodo in cui il complesso venne acquistato e abbellito dai conti Facipecora Pavesi. Tracce tardo-gotiche si vedono nel loggiato, coperto dalle volte a vela, nei capitelli delle semicolonne in cotto che accompagnano le colonne in marmo bianco. Gli affreschi sotto agli archi e il soffitto in legno decorato con gli stemmi delle famiglie mantovane risalgono invece al Quattrocento, quando la famiglia napoletana dei Facipecora si trasferì in città al seguito di Antonello, uomo d’armi di Ludovico II Gonzaga. All’epoca quest’area faceva parte della Contrada degli Innocentini, nome che deriva dalla vetusta Chiesa di Santa Maria Gentile, detta appunto degli Innocentini, che nel 1786 venne sconsacrata, trasformata e annessa all’abitazione. L’intero complesso venne venduto a fine Settecento ai Villani, nel 1966 passò ai Rimini Gallico.

L’attitudine socievole del giardino si intuisce dalle sedute sparse qua e là, angoli tranquilli dove leggere e confidarsi o stare in silenzio. Addossata al muro si vede ancora la vecchia vite, morta una decina di anni fa dopo un’esistenza lunga e prospera: con i suoi tralci ricopriva completamente il terrazzino e la bontà dei suoi grappoli di uva bianca, di moscato, è ricordata con nostalgia. Vicino al tronco secco, che pare una scultura, si trova un altro testimone vegetale: la base di una grande palma che, cresciuta troppo e diventata instabile, è stata recentemente tagliata.

L’albero più significativo ora è il grande noce che svetta oltre i tetti: è arrivato negli anni Ottanta da Castanedo, nel bresciano, poco più che un fuscello, trasportato in automobile in una cassetta. Oggi ci si interroga su come potarlo in modo intelligente, essendo collocato in una posizione difficile da raggiungere e non accennando a smettere di crescere. Si nota per esuberanza e vivacità anche il fico, nipote della pianta che originariamente si trovava nello stesso angolo.

Tra l’erba, nello spiazzo leggermente rialzato, protetto da una siepe di bosso, si incontrano anche il nocciolo, le ortensie e varie felci lussureggianti, a loro agio in questo luogo ombroso e umido. La vera da pozzo in mattoni è stata realizzata negli anni Settanta, per non dimenticare il vecchio pozzo interrato scoperto proprio lì sotto. Abbelliscono il portico, utilizzato come salottino estivo, il nespolo giapponese e i grandi oleandri, che per quanto sono belli è un peccato potare.

Ci fermiamo qui. Sono ancora tanti i giardini da esplorare… fatelo accompagnati dal libriccino che riceverete all’iscrizione alle visite, da cui molte delle informazioni riportate sono tratte.

Arricchirà l’iniziativa un fitto calendario di eventi a tema, definito in collaborazione con le associazioni e le realtà attive sul territorio nella promozione culturale e nella sensibilizzazione al rispetto e alla cura dell’ambiente. Sabato 14 settembre è già confermata una straordinaria serata nel Giardino dell’Esedra, a Palazzo Te, dove il collettivo Superbuddaallestirà RETROAZIONE A/V PERFORMANCE, progetto audiovisivo innovativo e coinvolgente, che comprenderà le immagini riprese nei giardini durante il festival. L’evento, coprodotto dalla Fondazione Palazzo Tee da Tecnagon Produzioni, sarà curato da Paola D’Orsogna.

Le iscrizioni per partecipare all’evento mantovano sono aperte da lunedì 26 agosto. A fronte di un contributo di 10 euro ogni partecipante riceverà il braccialetto che funge da pass di accesso ai giardini, valido per tutto il weekend, la mappa dei luoghi aperti e il libro con le fotografie a colori e le informazioni storiche, architettoniche e botaniche relative agli spazi (disponibile fino a esaurimento delle copie).

Interno Verde è ideato e curato da Ilturco – associazione nata a Ferrara nel 2016, attiva nell’ambito della promozione culturale. Patrocinato e sostenuto dal Comune e dall’Azienda Socio Sanitaria Territoriale di Mantova, il festival si svolgerà grazie al supporto di Palazzo Ducale, della Fondazioni Palazzo Te, della Fondazione D’Arco e della Fondazione Pescherie di Giulio Romano, Centro di Educazione Ambientale Parco Baleno Confcommercio, Liceo Virgilio. In collaborazione con le associazioni: Amici di Palazzo Te, Stefano Gueresi, Fai, Fiab, Garden Club, Gli Scarponauti, Jarden Jolie, Slow Food. Tra i partner le cooperative: Alkemica, Hortus, Ippogrifo, Librai Mantovani con Orti Mantovani. Sponsor: Assicurazioni Generali, Bonini Garden, Coop Alleanza 3.0, Gruppo Ferrari.

Per saperne di più: www.internoverde.itinternoverde@ilturco.it.



Simonetta Sandri

La volontà di condividere con i lettori la bellezza dell’universo resta per me la vera ragione della ricerca delle parole più adeguate per descrivere una meraviglia spesso indescrivibile. Perché, come il Principe Miškin ne L’idiota di Fedor Dostoevskij, anche io penso che la bellezza salverà il mondo.


Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

quindici + undici =