L’acqua di rete

Dell’eccesso di plastica se ne parla ormai da anni. Chi più chi meno, tutti siamo stati sensibilizzati alla tematica. Invece, della paradossale abitudine di bere acqua minerale in bottiglia (abitudine che quasi tutti gli italiani hanno) se ne è iniziato a parlare solo di recente.

BioEcoGeo_Borraccia_Bicocca

 

di  Margherita Nardi

Della paradossale abitudine di bere acqua minerale in bottiglia (abitudine che quasi tutti gli italiani hanno) se ne è iniziato a parlare solo di recente. Il paradosso sta nel fatto che l’Italia è risultata essere il terzo paese a livello mondiale per consumo di acqua in bottiglie di plastica e contemporaneamente, secondo gli ultimi dati pubblicati dall’Irsa (Istituto ricerca sull’acqua), vanta il quinto posto a livello europeo per qualità delle acque di rete. Intrappolati nelle reti delle pubblicità di acque minerali, preoccupati dalla potabilità dell’acqua ma soprattutto abituati culturalmente a bere l’acqua in bottiglia, è difficile considerarla una pratica sbagliata.

È dunque possibile sganciarsi da un’abitudine tanto radicata?

Il progetto BASE all’università Bicocca di Milano
Ce lo dimostra l’Università degli Studi di Milano-Bicocca, dove da due anni un gruppo di ricercatori dell’ufficio di sostenibilità dell’ateneo opera su tematiche ambientali. Da lì nasce BASE (Bicocca Ambiente Sostenibilità Economia) per affrontare la questione ambientale su più fronti, infatti tra i membri di questo ufficio ci sono nove docenti di nove dipartimenti diversi.
Tra i vari interventi previsti dal progetto BASE, nel gennaio del 2016 è stato affrontato il tema della raccolta differenziata. Una volta eliminati i cestini dagli uffici e centralizzati i punti di raccolta differenziata, sono passati alla sensibilizzazione sul consumo critico della carta.  Passo successivo: la plastica. Torniamo così alla questione idrica, è facile infatti immaginare che fonte primaria di rifiuti di plastica in un ateneo siano le bottigliette di acqua.
Anche qui hanno agito su più fronti. Per promuovere il consumo di acqua di rete piuttosto che quella di bottiglia, hanno installato delle aree ristoro con dei lavandini (e con microonde, ma questo è un altro discorso).
Inoltre, sono stati installati degli erogatori d’acqua alla spina a fianco alle macchinette e sono state distribuite delle borracce in acciaio a tutti i dipendenti e a molti studenti in occasioni di eventi sulla sostenibilità. Da sei erogatori in fase di studio, si è passati ad una quindicina e forse ne verranno installati ancora, viste le file che si creano. I filtri a carboni attivi rendono la già potabile acqua gradevole anche per palati più sensibili, mentre delle lampade UV rendono sterili i beccucci. Dunque anche per i più ipocondriaci, il problema contagio è stato sventato. Armati solo della tessera universitaria e di una borraccia, si hanno a disposizione 2 litri al giorno, proprio quelli che il medico ci dice di bere ma che solo pochi realmente finiscono. Importante sottolineare che il fine del progetto è incoraggiare a bere l’acqua di rubinetto, gli erogatori infatti sono un buon metodo per traghettare i dipendenti dalle bottigliette all’acqua di rete, attraverso comodi distributori d’acqua refrigerata.

Quanto alle borracce, il Dott. Giacomo Magatti, Sustainability Manager dell’Università di Milano-Bicocca, le definisce un gadget ormai ricercatissimo. Che siano proprio le borracce il simbolo di questo cambiamento culturale?



Margherita Nardi

Studentessa di scienze geografiche dell'Università di Roma La Sapienza


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