Marijuana: l’altra Green Economy

Tre miliardi di dollari, migliaia di posti di lavoro, turismo alle stelle. La marjuana invade gli USA, partendo dal Colorado. Siamo andati a vedere

di Emanuele Bompan, inviato a Denver

«Io faccio circa 400 canne al giorno», spiega Kathy mentre con precisione chiude un grosso spinello di Bubba Kush, un tipo di cannabis indica, particolarmente indicata per serate “psicadeliche”. Intorno a lei ci sono alcuni sacchi da mezzo chilo di marijuana aperti con nonchalance. Non siamo alla presenza di una spinellomane inveterata. Kathy si occupa di preparare a mano, come si faceva cent’anni fa con le sigarette, spinelli già pronti per i clienti del cannabis-shop Euflora.

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Kathy, commessa al cannabis-shop Euflora di Denver

Dentro il negozio dodici iPad fanno bella mostra, raccontando in maniera interattiva le virtù specifiche e le note di degustazione di vari tipi di cannabis indica in vendita. Una coppia di quarantenni scannerizza con un cellulare i codici a barre messi sotto l’iPad e a lato di bong, sigarette elettroniche e prodotti a base di cannabis. «Qua si fanno acquisti via mobile, per gestire in sicurezza gli ordini», dice una commessa.
Scena simile a The Grass Station, un piccolo negozio lungo una strada ad alto scorrimento in prima periferia. Una guardia all’ingresso controlla rigorosamente l’età dei clienti. Under 21 non ammessi. E senza patente o passaporto che lo dimostri non si entra. Dentro un gruppo di amiche in tailleur Armani e scarpe tacco dodici, sceglie un pacchetto di biscotti al cioccolato e burro d’arachidi. Sul pacchetto capeggia la scritta: contiene THC. Cioè tetraidrocannabinolo, il principio attivo della marijuana. Lungo gli scaffali si vendono bibite gassate psicoattive, cioccolatini “speciali”, caramelle gommose a forma di orsetto. «Ne vendiamo tantissimi!», cinguetta Mya Boisvert, 26 anni store manager di The Grass Station. «Per chi si vuole curare pastiglie e sciroppi di cannabis sativa, quella più curativa», dice indicandomi alcuni scaffali.
Siamo a Denver, Colorado, la capitale dell’altra green economy. Quella della marijuana a scopo ricreativo e medicale. Una nuova economia con tassi di crescita di mercato superiori al 74%. Ma che, secondo MJIC, società di investimenti nel settore cannabis, potrebbe raggiungere facilmente i 50 miliardi di dollari al 2020. Cifre strabilianti ma non impossibili, visto che nel 2016 altri otto stati potrebbero aggiungersi ai quattro (Colorado, Oregon, Washington State e District of Columbia) che hanno interamente legalizzato il mercato. A novembre Michigan, Ohio, Arizona, Nevada, Maine, Massachusetts e California (medica è già autorizzata) potrebbero legalizzare la Cannabis tramite referendum; Vermont e Rhode Island dovrebbero renderla accessibile attraverso il processo legislativo.

Impatti sull’economia
Al momento il mercato nel solo Colorado ha toccato il miliardo di dollari, calcola l’Economist. Ma questa cifra non include l’indotto di servizi, turismo, affitti. E non calcola gli effetti positivi dell’eliminazione del mercato nero illegale e della violenza dei gruppi criminali, oltre che le migliaia di persone rovinate dalle detenzione per il possesso di marijuana, molto severe a livello federale. Miliardi di dollari di costi legati a giustizia, riabilitazione, welfare sociale.
«Gli impatti fiscali sono particolarmente positivi. Nel 2014 le entrate a livello statale non raggiungevano i 70 milioni di dollari in Colorado. Nel 2015 sono schizzate a 200 milioni», spiega Michael Elliott, direttore esecutivo del Marijuana Industry Group society di lobbying di settore. Il suo studio si trova al ventesimo piano dell’elegante complesso di 1700 Lincoln street, nel cuore finanziario di Denver. Basta vedere le finiture dell’ufficio per capire che la marijuana non è un più un business da hippie.

«In città come Denver la cannabis ricreativa ha aiutato a sanare le casse e dato slancio a quella che, dati alla mano si può definire, the fastest growing economy negli Stati Uniti. Già, siamo in pieno boom».

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Michael Elliott, direttore esecutivo del Marijuana Industry Group society

Il Colorado è il vero primo stato ad aver legalizzato la marijuana a scopo medico e ricreativo, implementando un complesso sistema di licenze, e il primo a trarne beneficio economico. Al referendum del 2012 ha votato più del 65%, un’affluenza superiore a quella delle elezioni presidenziali. Ma soprattutto ha saputo governare il processo di commercializzazione.
«Questo ha dato un vantaggio competitivo al nostro stato e alle compagnie qui registrate. Siamo i precursori, con tutti i vantaggi (e svantaggi) che ciò comporta», continua Elliot. «L’importante è aver messo fine ad un rigido regime di proibizionismo che ha portato molte persone ingiustamente in galera».

Regole e permessi
Organizzare un sistema rigido di licenze e permessi, secondo vari intervistati, è stato fondamentale per creare un ambiente commerciale sicuro, tenere lontane la criminalità e tutelare i minori (bisogna avere più di 21 anni per acquistare cannabis). «Molti attivisti erano contrari, avrebbero preferito nessun controllo. Ma il rischio era quello di vedere le autorità bloccare ogni iniziativa» spiega Bruce Kennedy, direttore di WeedLife, social network dei fan della cannabis. «Oggi invece il nostro è un business serio e rispettato, che ha creato migliaia di posti di lavoro».
Senza licenza non si può coltivare né vendere. Ce ne sono ben otto tipi: coltivazione, produzione di prodotti alimentari, distribuzione (cannabis shop), test qualità, prodotti medici, prodotti per la salute. Basta un errore, una violazione, e addio licenza.
Tantissima attenzione viene data dagli imprenditori della marijuana anche alla prevenzione ed educazione.

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«Occorre promuovere un consumo responsabile. I cannabis store hanno rigide regole di zonizzazione. Devono essere ad almeno 400 metri da scuole, altri negozi di cannabis e centri di riabilitazione» Elliot 

«Ovunque nei negozi – illustra Elliot che per anni ha combattuto per implementare queste regole – ci sono indicazioni sul consumo responsabile, sulle multe legate all’uso di sostanze e guida, alla conoscenza degli effetti collaterali». Certo c’è sempre qualcuno che non rispetta le indicazioni come la giornalista del New York Times Maureen Dowd, che erroneamente ha mangiato una barretta energetica contenente 16 dosi di THC e ha passato una notte veramente psicotica. Ma oggi sulle confezioni sono scritte le quantità da assumere e il packaging è a prova di bambino (l’autore stesso ha speso vari minuti durante un test di controllo da un produttore di biscotti alla cannabis).

Un mercato complesso
Oggi chi fa affari da record non sono solo le società che producono o distribuiscono cannabis. A fare affari d’oro sono le società di sicurezza e sorveglianza. Già, perché il business verde adopera solo verdoni, dollari in contanti. «Tutto in cash, milioni di dollari in banconote da 20 e 50 dollari», si lamenta Ryan Fox, 38 anni, uno dei principali operatori del Colorado, proprietario di Kindman e The Grass Station. «Gli stipendi, le transazioni, persino le bollette: abbiamo dovuto comprare una cassaforte che sembra quella di zio Paperone, piena di dollari di taglio piccolo».
Il problema infatti è dovuto al fatto che la cannabis è legalizzata a livello statale. A livello federale rimane una sostanza illegale. «Dunque molte banche, che operano spesso a livello federale come Bank of America o Citi Bank, si rifiutano di fare prestiti a imprese legate alla marijuana o di aprire conti correnti. Temono che la FDIC (la Consob americana) possa revocare la licenza». Dunque a parte pochi istituti di credito locali (che hanno richiesto di non rivelare la propria identità per ragioni di riservatezza), le imprese “verdi” devono gestire tutte le transazioni in contanti.
Una marea di dollari che crea non pochi problemi. Rapine, furti con scasso, sottrazioni illecite da parte di dipendenti. Ma anche questioni con l’IRS, l’Agenzia delle entrate, che mal tollera i pagamenti in cash, molto più difficili da tracciare.
Poi c’è il problema della materia prima. Chi produce olio per sigarette elettroniche o per i prodotti alimentari produce un prodotto di altissimo valore. Una borsa di olio puro appena estratto può valere tranquillamente mezzo milione di dollari. Per questo alcuni laboratori sono protetti a vista da guardie 24 ore al giorno.

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Marijuana al McDonald style

Come in qualsiasi boom economico, sul medio-lungo termine sopravvivono le imprese di medie e grandi dimensioni. Fusioni, acquisizioni, catene di negozi, franchise. Anche nel business della marjuana in America sta accadendo esattamente lo stesso. Un déjà-vu dell’industria del fast food anni Cinquanta. Catene di negozi, ottimizzazione dei costi e tantissimo marketing e branding.
Ryan Fox ad esempio ha deciso di investire da un lato nella produzione a grande scala con Kindman e nella distribuzione con The Grass Station. Oggi ha tre location di vendita in Colorado e molte altre in attesa di essere aperte. Anche fuori dai confini di stato.

«Nei miei store vengono circa 300 persone al giorno, cinquecento durante i giorni di festa. Immagina se replicassimo questi numeri con decine di negozi».

Ryan Fox , di The Grass Station

Ryan Fox , di The Grass Station

Il suo modello è quello di Clarence Birdseye, il tycoon che ha praticamente inventato l’industria dei cibi congelati. Ex-elettricista, Fox, crede che «Bisogna ottimizzare il processo, offrendo dei prodotti di qualità, standardizzati, in un ambiente con un’identità riconoscibile». Mentre parliamo attraversiamo un mega capannone pieno di piante, dove l’odore di “ganja” si attacca sui vestiti. «Nei nostri negozi non vengono ragazzini. Ci sono tante coppie, molti 50-60enni. Ci sono gruppi demografici completamente inesplorati che non sono attratti dal mercato illegale. Ma che oggi possono comprare in tutta tranquillità».
In tanti si sono lanciati nel business dei prodotti alimentari a base di THC. Tripp Keber è uno dei più forti ed influenti. Alla guida di Dixie Elixirs, Keber vende oltre 100 prodotti a base di marijuana, I più famosi? Gli Elixir, una serie di soda alla frutta infusi con THC. Oggi Keber controlla il 90% del mercato di edibile di qualità ed è pronto ad espandersi in 5 stati. Non rilascia commenti sui proventi. Ma a vedere gli uffici della compagnia c’è da scommettere che sono a 6 zeri.
A Boulder, a 50 km da Denver, ha persino aperto Canopy Boulder, il primo incubatore di start-up per la “green economy”. Canopy offre finanziamenti di 20mila dollari, due mesi di formazione imprenditoriale e spazi business in cambio di una quota del 9.5% sulle compagnie che hanno idee innovative di imprenditoria legate alla cannabis.
«Chi pensa che la marijuana siano solo spinelli e qualche biscottino cotto nel forno della nonna si sbaglia», dice Dooma Wendschuh, fondatore della start-up Ebbu. Intorno a noi si apre un futuristico laboratorio biotech. Ma oltre i becher e gli agitatori ci sono frigo pieni di sacchi di erba. «Noi siamo come una distilleria. Vogliamo creare un prodotto che non solo abbia sapore costante. Ma che sappia creare effetti psicotropi desiderati costanti». Dentro Ebbu da due anni uno staff di sei ricercatori, forti di un finanziamento da 9 milioni di dollari, sta lavorando per isolare determinate biomolecole detti terpeni, che possano indurre cinque stati mentali ben precisi. «Rilassamento, piacere, creatività, energia, e sghignazzante», dice Dooma.

Canopy Boulder, il primo incubatore di start-up per la “green economy”.

Canopy Boulder, il primo incubatore di start-up per la “green economy”.

Secondo Frank Marino, amministratore delegato di MJIC, società d’investimenti nel settore cannabis «Il futuro sarà sempre di più di grandi imprese che sanno lavorare in maniera professionale e fare investimenti importanti in ricerca e sviluppo». Intanto in attesa di una legge federale che liberalizzi le transazioni finanziarie tra stati e agevoli gli investimenti, i grandi agglomerati del tabacco, come Camel o Marlboro, rimangono a guardare. «Ma presto faranno anche loro una mossa, quando sarà completamente concesso da tutte le banche fare investimenti di questo tipo», continua Marino. «The time to act in cannabis investing is now».
A patto che non salga un presidente anti-cannabis . In attesa, meglio stare tranquilli e mangiare una mentina. Con poca menta e tanta marijuana.



Emanuele Bompan

Emanuele Bompan è un giornalista e geografo. Si occupa di cambiamenti climatici, energia, green-economy, politica internazionale. Vive tra Washington DC, Milano e le montagne. Ha vinto per tre volte l’European Journalism Center Grant, il premio Giornalista per la Terra e la Middlebury Environmental Journalism Fellowship. Ha svolto reportage in 60 paesi, sia come giornalista che come consulente.


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