L’impatto ambientale della zootecnia italiana

Siamo ormai abituati a sentire associare la zootecnia al degrado ambientale, ma spesso si ha una visione solo parziale di questi temi.
In Italia, in particolare, zootecnia non significa necessariamente impatto negativo sugli ecosistemi. I motivi risiedono soprattutto nelle caratteristiche degli allevamenti nazionali, ben diversi da quelli sterminati del nord o sud America che siamo abituati a vedere nei video che girano online: molto più piccoli di dimensioni, per legge ben più attenti al benessere animale e generalmente molto più efficienti.

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In Italia se ne parla molto, da qualche anno a questa parte, e la domanda che ci si pone spesso è: meglio l’allevamento in stalla, o quello al pascolo? Per quanto si possa presumere che i pascoli siano più “verdi”, la risposta e tutt’altro che scontata, soprattutto se si considerano gli impatti ambientali. Il confronto tra i due tipi di allevamento, infatti, deve essere fatto considerando aspetti che vanno dal benessere animale alla sicurezza (sia alimentare che degli animali), dalla qualità e il gusto della carne agli impatti che queste pratiche hanno appunto sui diversi ecosistemi, fino all’uso delle risorse idriche.

L’ambiente
Se si parla di ambiente, il modello zootecnico italiano risulta vincente rispetto a quello di molti altri perché ha teso negli ultimi decenni a un’intensificazione che, per quanto osteggiata da alcune fazioni animaliste, non solo è legata sia alle caratteristiche delle nostre aziende che agli spazi e alla conformazione fisica del nostro territorio, ma è anche molto più efficiente nell’uso di risorse e nella garanzia del benessere degli animali che, quando al pascolo, non sono protetti né dai predatori, né dalle intemperie, e neppure da eventuali infezioni. Tutto questo, unito a un’accurata selezione genetica che ha permesso di ridurre l’uso di farmaci e antibiotici e che ha portato a una più elevata produttività nonostante il costante calo dei capi allevati in Italia.

L’intensivizzazione sostenibile
“A partire dagli anni ’70 del secolo scorso si assiste nel nostro Paese ad una riduzione degli animali allevati e al contemporaneo aumento della produzione totale di proteine animali”, spiega il professor Giuseppe Pulina, docente di Scienze agrarie e veterinarie dell’Università di Sassari: “Tutto ciò è stato possibile grazie all’intensivizzazione, che significa aumento della produttività per capo allevato, dovuta al miglioramento genetico delle razze, al perfezionamento dell’alimentazione, all’adeguamento delle strutture di produzione, alla diffusione di pratiche sanitarie più efficaci, all’automazione e all’affermarsi di modelli di gestione più integrati e funzionali”.

In altre parole, la cosiddetta “intensivizzazione sostenibile” del sistema zootecnico italiano ha permesso di produrre di più usando meno risorse e riducendo la sua impronta ecologica. Per quanto riguarda le emissioni di CO2 equivalente alla proteina prodotta, ad esempio, dagli oltre 25 kg degli anni ’60 si è passati a meno della metà nel 2015. Questo sempre grazie al miglioramento genetico, che ha portato a una massiccia riduzione degli indici di conversione alimentare. Non solo, le sempre più raffinate tecniche di alimentazione, di allevamento e sanitarie adottate negli allevamenti controllati italiani hanno ridotto l’emissione di ammoniaca per kg di proteina animale prodotta. Per esempio, negli anni ‘50 del secolo scorso produrre un litro di latte impattava 4 volte di più in termini di emissioni di CO2 e il doppio a livello di azoto.

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E le emissioni di gas serra? C’è chi dice che gli allevamenti ne siano responsabili addirittura più del settore dei trasporti o di quello energetico, eppure “oggi consumare una porzione di carne bovina di 150 g può addirittura costituire carbon sink nei sistemi linea vacca vitelli al pascolo”, spiega Pulina: “Possiamo tranquillizzare i nostri concittadini. Da nostri calcoli (che collimano con quelli prodotti da ISPRA nel 2009) risulta che il contributo delle filiere animali alla produzione di CO2 è, in Italia, pari al 3,5% (circa il 50% delle emissioni totali del comparto agricolo) – conclude il professore – La progressiva intensivizzazione delle filiere zootecniche italiane osservata nel passato mezzo secolo ha anche reso possibile la drastica riduzione delle emissioni serrigene e azotate per unità di proteina ottenute: produrre di più e inquinare meno, la vera ricetta della sostenibilità”.



Redazione

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