L’ultima sfida di Obama

di Emanuele Bompan

«Il clima è una priorità assoluta mondiale». Così ha affermato lo scorso 15 Novembre il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Di nuovo idealista, Mr President vuole riportare il cambiamento climatico al centro della sua agenda. Certo in cerca di un posto nella storia, per essere ricordato come il primo presidente americano ad aver affrontato di petto la sfida posta dal climate change. Ma anche per spianare la strada a quello che sarà uno degli elementi di dibattito delle prossime presidenziali nel 2016.
Dopo alcuni annunci, rimasti più che altro semplici proclami (come lo State of the Union del 2013), e il fallimento di Copenhagen nel 2009, il presidente è tornato alla carica. Lo scorso novembre ha portato a casa un accordo storico con il presidente cinese Xi Jinping durante un’inaspettata conferenza stampa a Pechino. «Agiremo per il clima», hanno promesso le due massime cariche. Insieme sono responsabili del 45% dell’emissioni totale di CO2. Da soli potrebbero cambiare il corso della storia del clima nell’Antropocene.

La realtà dietro gli annunci
Al momento per gli analisti la domanda non è tanto sugli obiettivi che Usa (ma anche Cina) si sono posti. Bensì, quali sono le chance reali che gli obiettivi vengano rispettati? Spesso è più facile fissare un obiettivo che rispettarlo. Gli Usa, quindi, ed Obama in primis, dovrebbero intraprendere nei prossimi 12 mesi azioni coraggiose per mostrare che l’America può lasciarsi alle spalle la propria dipendenza dai combustibili fossili e abbracciare una politica più aggressiva su rinnovabili ed efficientamento energetico.
La storia sembra andare purtroppo nel verso opposto. «Ci sono numerosi elementi che vanno considerati affinché gli USA facciano la loro parte», continua McKibben. «Su tutti, il più importante sono i combustibili fossili di cui il nostro paese è ancora dipendente e la sfida chiave è quella del Keystone XL». Keystone XL è l’imponente oleodotto che dovrebbe integrare la rete di tubature per il trasporto del greggio aprendo il mercato alle inquinantissime “sabbie bituminose” del Canada, considerato il petrolio più inquinante al mondo a causa delle ingenti emissioni legate all’estrazione, e al non meno tossico shale oil (petrolio non convenzionale) del North Dakota. «Una bomba al carbonio», ha definito la realizzazione del Keystone XL James Hansen, il climatologo della Nasa che per primo presentò al congresso USA il problema del climate change. Keystone XL potrebbe infatti portare quasi 900mila barili di petrolio derivato da sabbie bituminose dall’Alberta e di shale oil alle raffinerie del Texas. La sua realizzazione renderebbe assolutamente difficoltoso il raggiungimento dell’obiettivo di riduzione delle emissioni di CO2. Affrontare la potentissima fronda dei lobbisti di Big Oil non sarà semplice. Big Oil ha fatto di tutto per finanziare l’opposizione ai Democratici al Senato. Petrolieri come i fratelli Koch hanno speso più di 100 milioni di dollari nell’ultima tornata elettorale per difendere il diritto degli americani di avere una politica energetica fondata sul petrolio e sul gas naturale. Per i Repubblicani la realizzazione dell’oleodotto è una partita imperdibile. Ne hanno fatto cavallo di battaglia durante le elezioni di medio termine del 4 novembre e ora faranno di tutto per approvarlo. L’unica chance per Obama è porre il veto presidenziale. Ma qualora dovesse negoziare per altre riforme – su tutte quella sull’immigrazione, altro potenziale pilastro – potrebbe trovarsi costretto a cedere e approvare così la grande opera che darebbe il semaforo verde allo sfruttamento di immensi giacimenti petroliferi (il Canada è il secondo paese al mondo per riserve petrolifere).
L’America è nel mezzo di un vero boom degli idrocarburi. Con la rivoluzione della perforazione orizzontale e del fracking, un metodo per fratturare le rocce e catturare petrolio dagli scisti argillosi,  e la scoperta di tecniche di recupero del petrolio avanzate (EOR) l’output americano è schizzato al punto che già il prossimo anno potrebbero essere il primo produttore di petrolio al mondo. E rimanere così anche il primo consumatore assoluto e pro-capite. Difficile avviare una politica low-carbon quando gas e petrolio, con prezzi ai minimi storici hanno intasato i mercati americani.




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