A New York avanti con l’accordo sul clima

150 paesi hanno firmato il documento e sostenuto la volontà di ratificare il testo. Le ong: servono impegni più ambiziosi e tempi rapidi e finanziamenti certi.

Di Emanuele Bompan, da New York.

Si può salvare il clima? Le immagini della Cerimonia per il Clima a New York, dove oggi si sono dati appuntamento oltre 150 paesi per firmare ufficialmente l’accordo di Parigi per riuscire a controllare i cambiamenti climatici, sembrano benauguranti.

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In una Manhattan blindata, capi di stato e ministri si sono susseguiti tra telecamere e giornalisti. Una parata record, per un accordo internazionale. Non succedeva dal 1984, quando 119 nazioni firmarono il Trattato per la legge del mare .

Presenti in prima linea le prime quattro nazioni per emissioni totali: Cina, India, Europa e Usa. Un risultato che nessuno si sarebbe aspettato solo un anno fa, in particolare da parte dell’India che si è sempre tenuta a distanza da facili entusiasmi. Ed oggi invece è la prima che ha fatto approvare la ratifica dal Congresso indiano.

Assente Obama per impegni diplomatici in Europa. Al suo posto il Segretario di Stato, John Kerry. Per qualcuno un segnale di incertezza: tra i quattro è l’America la grande incognita. Sebbene il presidente USA ha confermato il suo impegno a ratificare l’Accordo come ordine esecutivo, bypassando il Congresso controllato dai repubblicani, l’iter potrebbe complicarsi. E quindi potrebbe addirittura slittare a dopo le elezioni di novembre. Con l’incognita Trump in vista. L’Europa si scopre meno green – con la Polonia capofila degli scettici – ma rimane decisa sugli obiettivi. Renzi ha ribadito il traguardo del 50% di energie rinnovabili, buttando in pasto alla stampa qualche “tweet” di politica energetica. Più efficienza ed eolico. Solare ok. Ma intanto nessun supporto economico.

La presenza record di capi di stato, inclusi i “Big Four”, va vista certo come un passo fondamentale Secondo Jake Schmidt, direttore della più grande associazione ambientalista americana, il Natural Resources Defense Council, ha dichiarato che «la firma di oggi, con presenti Cina, Usa e India creerà un effetto a cascata in tutto il mondo. Raggiungere la soglia minima di paesi firmatari per ratificare l’Accordo sarà più facile grazie all’iniziativa di questi paesi».

Secondo il diritto internazionale per entrare in atto il Paris Agreement dovrà essere ratificato dal 55% degli stati membri. Una nota per i lettori: la firma di oggi dei capi di stato è di indirizzo politico e non legislativo.

Non tutti sono soddisfatti. Secondo gli scienziati e parte del movimento ambientalista, intervenuto a New York, l’impegno politico a ratificare l’accordo non è ancora sufficiente per tirare un respiro di sollievo. Anzi.

«Da un punto di vista scientifico i conti non tornano», ha commentato con durezza durante una conferenza stampa, Jagoda Munic, presidente di Friends of the Earth International. «I principali paesi responsabili del cambiamento climatico hanno fatto promesse insufficienti per fermare i gas serra».

Anche per l’autorevole think tank inglese, Chatham House, i paesi devono innalzare la propria ambizione già dal 2020, data tecnica d’inizio dell’Accordo, proponendo riduzioni delle emissioni più audaci. Se aspetteranno anche solo fino al 2025, potrebbe essere troppo tardi,  data la gravita della situazione, spiegano in un nota da Londra. Nei mesi scorsi si sono raggiunte soglie di aumento medio della temperatura fino a 1,3°C. Per gli scienziati ala soglia d’allarme è 1,5°C.

Cauto ottimismo dalle associazioni italiane. WWF Italia è importante che «i leader presenti a New York impostino il lavoro per il successivo incontro di Bonn, alla riunione delle delegazioni dove si riprenderà il filo dell’incontro di Parigi concludendo ciò che era rimasto in sospeso. È fondamentale ormai che i leader mondiali non solo inviino segnali forti ai loro negoziatori, ma li istruiscano sugli elementi chiave necessari per dare concretezza  all’accordo di Parigi». Per l’Italian Climate Network «.Occorre accelerare: è il tempo il fattore chiave per vincere la sfida ai cambiamenti climatici. Cosa occorre fare? Incrementare gli impegni degli Stati per ridurre le emissioni in tutti i settori, tagliare i sussidi alle fonti fossili, investire nelle rinnovabili, tenere le fonti fossili sottoterra».

Per molti paesi in via di sviluppo rimane poi la questione di come verranno mobilitati gli ormai famosi 100 Miliardi di dollari l’anno per sostenere il taglio delle emissioni nelle nazioni meno industrializzate. «Servono progressi urgenti per trovare risorse per questo fondo per il clima» ha commentato Emmanuel M. De Guzman, responsabile clima del governo filippino, una delle nazioni più esposte ai rischi del cambiamento climatico.

Le risposte arriveranno ai prossimi negoziati per il clima, a Bonn in tarda primavera e Marrakech quest’inverno, con la COP21, dove si parlerà di implementazione dell’accordo e Finanza per il clima. Parigi e New York sono stati importanti progressi, ma la partita per salvare la Terra è solo al primo tempo.

@emanuelebompan



Redazione

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