Di PFAS, e non solo, si muore in Veneto

Il disastro ambientale che non è percepito come tale e l’emergenza sanitaria di cui si parla poco. Di PFAS, e non solo, si muore in Veneto, ma la giunta di Luca Zaia temporeggia nell’azione

di Leonardo Bianchi

In Italia fino al 2011 della sostanza in questione non si conosceva quasi l’esistenza. Poi uno studio commissionato al Cnr dal Ministero dell’Ambiente ha rivelato che «Nel bacino di Agno e Fratta-Gorzone, tra le province di Vicenza, Verona e Padova, sono state misurate concentrazioni di PFOA (uno dei PFAS) molto elevate che destano una certa preoccupazione».

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Nel luglio di tre anni fa l’Arpav inviò ai PM vicentini una nota che individuava come responsabile la Miteni di Trissino, una ditta chimica del vicentino produttrice di Pfas e operante dalla fine degli anni ’70. Test ematici rivelarono valori di Pfas 10 mila volte superiori a quelli fisiologici nei lavoratori della fabbrica.
Dopo innumerevoli interrogazioni parlamentari e richieste provenienti dal Movimento 5 Stelle e dal PD, la questione è tornata prepotentemente nelle agende della politica grazie all’ultima indagine presentata da Enea, Agenzia nazionale per le nuove tecnologie e l’energia e Isde, l’Associazione dei medici per l’ambiente lo scorso maggio.

I risultati sono a dir poco inquietanti: 43 morti in più all’anno: 1.300 decessi in più in 30 anni. Tutti morti riconducibili a malattie cerebro-vascolari, cardio-vascolari, diabete e tumore del rene, favorite dall’inquinamento da Pfas delle acque di falda e superficiali. Si tratta di un 10% in più della media che si registra nelle aree vicine.

Scarica l’articolo apparso su BioEcoGeo “I veleni del Veneto”

Greenpeace Italia ha pubblicato un rapporto che identifica quattro aree del mondo nelle quali la produzione di composti chimici pericolosi come i PFC (composti poli- e per-fluorurati) ha generato un inquinamento diffuso nell’ambiente, inclusa la contaminazione delle falde di acqua potabile.

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«La contaminazione da PFC minaccia seriamente le popolazioni esposte, in Veneto come in Ohio-West Virginia», spiega Giuseppe Ungherese, campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. «Stiamo chiedendo alle aziende dell’abbigliamento outdoor, uno dei settori che impiega queste sostanze, di eliminarle dalla produzione entro il 2020. Alcuni marchi lo stanno già facendo perché le alternative sono già disponibili sul mercato. In Italia, l’impegno del Consorzio Italiano Detox, nato a Prato, mostra che è possibile intraprendere fin da subito un percorso trasparente e credibile per l’eliminazione dei PFC nei nostri vestiti».

 

 

 

 



Redazione

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