Safety is our motto

di Massimiliano Ferraro

Considerando che la vita media di una nave è limitata a 25-30 anni, ogni anno viene demolita circa il 4% della flotta mondiale. Una percentuale che, a causa della crisi economica che colpisce molte società armatrici occidentali, sta tendendo a salire. Paradossalmente, le difficoltà che affliggono i paesi industrializzati sono un toccasana per i cantieri di riciclaggio navale di Alang, in India, che dal 2008 ad oggi hanno triplicato i loro profitti. Quattro anni fa sono state appena 272 le navi demolite in India, mentre lo scorso anno si è arrivati a smantellarne 968.

BioEcoGeo_Alang
Buona parte di ciò che galleggia prima o poi arriva ad Alang: dalle vecchie navi da crociera con all’interno tonnellate di amianto, alle portaerei nucleari; dalle navi cisterna con residui di greggio nei serbatoi ai mercantili utilizzati per il trasporto di rifiuti tossici. Un mercato inarrestabile e praticamente senza regole, dove la tutela della salute dei lavoratori e il rispetto dell’ambiente sono subordinati alle leggi imposte dalla lobby dell’acciaio. L’ambiente risente in modo drammatico degli effetti dell’inquinamento sulla spiaggia e dei danni irreversibili all’ecosistema marino. In mare, le chiazze scure che ristagnano oltre i relitti delle navi, a pochi metri dalla riva, sono la frontiera impalpabile tra l’inferno di Alang e le acque azzurre del Golfo di Cambay.
Tutto ciò accade perché la maggior parte dei cantieri non dispone di alcun sistema di tutela ambientale capace di far fronte alle ingenti quantità di sostanze pericolose presenti nelle navi da smantellare, per lo più costruite negli anni ’70, prima della messa al bando di molti materiali nocivi.
Il business del riciclo delle navi è enorme. Le vecchie carrette vengono vendute a peso alle compagnie di demolizione che le pagano 500 dollari la tonnellata. Un vecchio mercantile di 10.000 tonnellate può valere dunque circa cinque milioni di dollari. Complessivamente l’acciaio recuperato dalle navi rappresenta circa l’1-2% di tutto il fabbisogno indiano e vale tantissimi soldi. Ma sulle spiagge inquinate del Golfo di Cambay il mondo sembra continuare a girare alla rovescia. Al boom economico dello ship breaking non corrisponde infatti alcun miglioramento delle condizioni salariali degli operai che vengono pagati appena 6000-7000 rupie al giorno (circa 2-3 dollari). A livello ambientale, meno del 10% di tutti i cantieri sparsi nel sud-est asiatico risponde agli standard minimi di sicurezza. Una situazione inquietante in cui lo sviluppo economico a beneficio di pochi viene anteposto a qualsiasi altro valore. Anche alla vita umana degli operai che in questi porti lavorano. Secondo Greenpeace, un lavoratore su quattro sviluppa il cancro, mentre il 65% degli operai è esposto quotidianamente all’amianto. Moltissimi si ammalano e muoiono di mesotelioma pleurico. E nonostante ciò, al porto di Alang è esposto un cartellone con una scritta che suona tragicamente ironica: “Safety is our motto”, “La sicurezza è il nostro motto”.

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