We Are Still In: oltre un terzo degli americani non uscirà dall’Accordo di Parigi

Si chiama We Are Still In” ed è il movimento di chi ha deciso di restare nell’Accordo di Pargi nonostante le scelte del Presidente Trump. Ne fanno parte 9 stati americani, quasi 300 sindaci e oltre 1.400 aziende e centinaia di presidi di università americane

di Veronica Caciagli 

“Noi sottoscritti, sindaci, governatori, leader di università, imprenditori e investitori uniamo le forze per dichiarare, per la prima volta, che continueremo a sostenere l’azione sul clima per soddisfare l’accordo di Parigi”.

Michael Bloomberg VS Donald Trump

Michael Bloomberg VS Donald Trump

 

È una vera e propria rivolta quella partita negli Stati Uniti contro la decisione del presidente Trump di uscire dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici. Nel suo ormai tristemente famoso discorso di annuncio, Trump aveva dichiarato che l’Accordo era “iniquo” per gli Stati Uniti. Che il ritiro dall’Accordo avrebbe avuto solo vantaggi economici per gli Stati Uniti, mentre poco avrebbe influenzato il clima. Che l’aumento della quota di rinnovabili del 3-4% avrebbe causato blackout in tutto il Paese, l’arresto di alcune industrie e una “grave diminuzione della qualità della vita” per le famiglie. «Sono stato eletto per rappresentare le persone di Pittsburgh, non di Parigi», aveva aggiunto.

La risposta di molti personaggi pubblici non si era fatta attendere: già il giorno seguente il sindaco di Pittsburgh, Bill Peduto, si era dichiarato “scioccato” dall’utilizzo del Presidente della sua città. Proprio lui, membro dei “Climate Mayors” impegnati nella lotta al cambiamento climatico; proprio la sua città, impegnata a diventare 100% alimentata ad energia rinnovabile entro il 2035. Ed era arrivata anche la famosa risposta video dell’ex governatore della California Schwarzenegger, di star come Leonardo Di Caprio e di molti, molti altri.

La ribellione era partita subito, ma difficilmente si poteva prevedere la forza della nuova opposizione, organizzata sotto forma di un movimento dal nome We Are Still In” – “Siamo Ancora Dentro”. In due settimane, i firmatari sono oltre 2.000: tra questi 9 Stati americani, tra cui la California, New York, il Connecticut e Washington; quasi 300 sindaci, tra cui Los Angeles, New York, Houston, Orlando, Boston (e naturalmente Pittsburgh); oltre 1.400 aziende, tra cui alcune del calibro di Google, Nike, Unilever, Timberland, Patagonia, Bloomberg, Saint-Gobain, Facebook, Apple, Amazon, Tesla e centinaia di presidi di università americane.

 


Il movimento We Are Still In ha stimato, il 5 giugno scorso, di rappresentare già oltre un terzo degli americani (120 milioni su 325 totali) e un terzo del PIL ($6.2 mila milioni di dollari su circa 18); da allora il numero delle aziende e dei sindaci aderenti è già raddoppiato, per cui questa prima stima dovrà essere rivista al rialzo. E cresce ancora.

Non sono solo vaghe affermazioni: è Michael Bloomberg a entrare nel merito su come predisporre il framework istituzionale per rimanere agganciati anche legalmente all’Accordo di Parigi. In una lettera al segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres al Segretario Esecutivo dell’UNFCCC Patricia Espinosa, preannuncia l’intenzione di dar seguito alla collaborazione tra i soggetti statunitensi, pubblici e privati, con una ”quantificazione più specifica di queste azioni aggregate”. “Questa quantificazione – si legge nella lettera di Bloomberg – costituirà l’”America’s Pledge“, l’impegno dell’America. Rifletterà il nostro impegno collettivo a combattere il cambiamento climatico e ad adempiere la nostra responsabilità per aiutare il mondo a ridurre le emissioni. E, come ha già fatto per le attività previste dal Patto di Sindaci, sosterrò le iniziative necessarie per rendere il contributo americano all’Accordo di Parigi trasparente e verificabile”. L’impegno è stato sottoscritto anche con un assegno di 15 milioni di dollari staccato dallo stesso Bloomberg all’UNFCCC per coprire il buco finanziario creato dal mancato apporto del governo statunitense della propria fetta di contributo.

«È  mia speranza – prosegue Bloomberb nella lettera – che l’UNFCCC, per conto delle Parti dell’Accordo di Parigi, accetterà e riconoscerà l’America’s Pledge come una sottomissione parallela a ogni futura sottomissione del corrente esecutivo del governo federale statunitense. Insomma, questo impegno si tramuterà in una presentazione formale – che probabilmente richiederà un po’ di creatività alle Nazioni Unite per il suo riconoscimento, ma non per questo meno importante».

Chi pensava che, con il ritiro di Trump dall’Accordo di Parigi, l’azione di contrasto ai cambiamenti climatici fosse morta e sepolta rimarrà profondamente deluso: i recenti incontri del G7 e G20 hanno dimostrato che il fronte internazionale è ancora compatto; e perfino una larga fetta degli americani sono ancora dentro, più combattivi che mai.



Redazione

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