olivetti amianto_bioecogeoVentotto vittime dell’amianto: parte dalle loro famiglie e da un coraggioso Pm milanese l’ultimo – in ordine di tempo – super processo contro industriali che, secondo le accuse, avrebbero fatto profitto sulla pelle degli operai e avrebbero sottovalutato i rischi della fibra killer.

Rinviati a giudizio in 17 , tra manager e amministratori dell’Olivetti. Tra di essi spiccano i nomi di Carlo De Benedetti, Roberto Coloninno e Corrado Passera accusati a vario titolo di omicidio colposo plurimo e lesioni. «Considerata l’inconsistenza della tesi accusatoria, l’ingegnere è amareggiato per il rinvio a giudizio deciso dal Gup del tribunale di Ivrea ma resta convinto che il processo stabilirà la sua totale estraneità ai reati che gli vengono contestati».

Il talco contaminato da tremolite d’amianto si usava nelle officine. Ad Agliè, dove si montavano le macchine da scrivere. A San Bernardo e alle Officine Ico, dove si svolgeva una parte della produzione.

Nel 1981 fu scoperto dal Politecnico di Torino e scritto nero su bianco che quel talco aveva una quantità d’amianto 500 mila volte superiore al consentito. Ma la Olivetti lo sostituì con un prodotto con talco esente da fibre asbestiforme soltanto nell’86.

È il pm milanese Maurizio Ascione a condurre l’inchiesta: il 28 agosto 2013 i Pm avevano interrogato Paolo Fornero, 72 anni, all’epoca membro del Servizio ecologia ambiente e della commissione permanente istituita nel ’74 per valutare i rischi ambientali in azienda, a cui hanno chiesto conto dei ritardi. Lui rispose: «Noi del servizio ecologia avevamo rilevato la presenza dell’amianto. Ci hanno messo cinque anni a decidere».

Il capannone San Bernardo Sud, dove gli operai lavorano fino alla fine degli anni Novanta, è lo stabilimento più contaminato. Non verrà mai bonificato, ma, dopo un preventivo da un miliardo di lire, necessario per la bonifica, fu venduto.

Parliamo di una delle più grandi aziende italiane e il processo inizierà il 23 novembre: le parti civili hanno chiesto risarcimenti per 600 milioni di euro e tra i ricorrenti ci sono anche Medicina Democratica, l’Associazione italiana esposti amianto (Aiea), Cgil, Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro. Lo scorso 15 luglio tutti gli ex manager avevano già avuto dal tribunale di Milano condanne fino a 7 anni e 8 mesi di reclusione nell’ambito del primo filone del procedimento, con al centro la morte di una ventina di operai impiegati negli stabilimenti di viale Sarca e via Ripamonti.