La carne selvatica, cibo di lusso: a rischio di estinzione gechi e serpenti

Estinte intere famiglie di vertebrati che sono ormai state risucchiate in un vortice di strade, commercio illegale di carne selvatica, prelievo indiscriminato di specie per alimentare la nuova moda del cibo di lusso tra Vietnam, Tailandia, Laos, Cambogia, Singapore, Malaysia, Myanmar, Indonesia: testuggini, tartarughe, coccodrilli, serpenti, varani, gechi, salamandre.
L’intera regione è entrata ormai in una spirale di estinzione di massa peggiore di quella africana e mesoamericana. Perciò la IUCN Species Survival Commission (SSC) ha deciso di coordinare agenzie non governative e organi istituzionali nell’ASAP (Asia Species Action Partnership). Questa rete di scienziati ed esperti nella negoziazione di progetti in loco segna un passaggio probabilmente storico nell’approccio alla conservazione in Asia: per la prima volta si ammette che tutto non si può salvare, che serve una lista di priorità e che i progetti devono essere specie specifici con programmi di finanziamento sul medio e lungo termine.
L’estinzione funziona come un effetto domino, è fatta di riflessi che hanno conseguenze su famiglie e ordini di animali simili alla risacca del mare. Lenti, ma da un certo punto in poi inarrestabili. Ed è questo che sta già accadendo nel sud est asiatico. Il 26 novembre scorso è stato pubblicato l’aggiornamento della Red List, il censimento della IUCN (International Union for Conservation of Nature) che oggi comprende 71.576 specie, di cui 21.286 minacciate di estinzione. Nel sud est asiatico vivono 154 specie di vertebrati segnati come “criticamente minacciati” ed è proprio tra questi animali, spiega Will Duckworth, coordinatore di ASAP, che ha conquistato terreno il mercato di piccoli mammiferi e rettili considerati un tonico corroborante. Le tavole su cui arrivano non sono solo cinesi: “Nella tradizione asiatica c’è una ricerca continua di cibi estremi, illegali, inusuali o semplicemente affascinanti, come i pitoni o il pesce gatto gigante del Mekong. Questi animali non sono richiesti solo in loco, ma anche dalle comunità di asiatici che vivono in Occidente. Non ci sono ragioni alimentari, o di gusto, e neppure tabù che ne regolano la domanda. È , del sempre nuovo”, spiega Isabella Pratesi, direttore Conservazione Internazionale WWF Italia.  La situazione, descritta in uno studio di recente pubblicazione, a cui ha lavorato Duckworth per la IUCN e tra gli altri lo Smithsonian, il WWF, Earthwatch Institut e Traffic, mette in correlazione la crisi di estinzione nel sud est asiatico con massicci cambiamenti economici e sociali, che si condensano in una gigantesca perdita di habitat ecosistemici, la più veloce del mondo negli ultimi due decenni. Purtroppo in una parte del Pianeta che è sostanzialmente tutta un hotspot di biodiversità più vulnerabile ancora dell’Africa, con la più alta concentrazione per la fascia tropicale di uccelli (9%) e mammiferi (11%) endemici. Alla conversione delle foreste in terreni agricoli – palma da olio, eucalipto, canna da zucchero, albero della gomma – si somma inoltre la pressione demografica: l’8,9% della popolazione umana su un area che è solo il 3% della superficie terrestre.
Il bushmeat, la carne selvatica, è diventata una moda, all’opposto di quanto accade in Africa dove le popolazioni urbane impoverite ricorrono alla caccia nelle foreste vicine, perché non hanno accesso alla carne da allevamento. Ma i dati disponibili sulla scala del commercio illegale di specie minacciate sono molto controversi. Un rapporto del CIFOR sulla “Bushmeat crisis” (2008), a cui ha lavorato anche Elizabeth Bennet della WCS, tra le massime esperte del problema, osserva che il punto critico è capire la “capacità di carico” di un ecosistema, cioè la quantità di biomassa – numero di animali per specie – che una foresta è in grado di fornire ogni anno, in rapporto al tasso di caccia da parte dell’uomo. E poi mettere questi dati in relazione con la pressione demografica.
Nella regione coperta dall’ASAP il boom economico ha preteso la costruzione di strade e infrastrutture, che rendono più accessibili le foreste e quindi gli animali. Le grandi aree protette non sono tutte pattugliate e più rara è una specie più duramente i cacciatori sono disposti ad impegnarsi per trovarla. Le trappole destinate ad animali da carne catturano anche grossi mammiferi, come accade alla Saola, il bovide più raro al mondo che vive al confine tra Laos e Cambogia. E anche la frammentazione degli habitat dovuta all’espandersi dell’agricoltura fa il gioco dei bracconieri: è molto facile estirpare una popolazione se essa vive in “blocchi” isolati tra loro, vulnerabili alle malattie e con scarsa variabilità genetica. Il rapporto CIFOR pone l’accento sul filtro di estinzione: le specie più vulnerabili, come i grandi mammiferi che impiegano più tempo per divenire adulti, scompaiono molto presto, mentre quelle più resilienti persistono. L’estinzione si diffonde a macchia d’olio, seguendo fluttuazioni irregolari, ma letali. “Un algoritmo a cui cominci a togliere numeri”, lo definisce Isabella Pratesi.

Di  Elisabetta Corrà
Fonte: lastampa.it



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