Non solo ritiro dei ghiacciai

Come tutte le leggi di natura, anche quella dei cambiamenti climatici è ferrea e non ammette quasi mai eccezioni. Così, di fronte all’aumento delle temperature, le scelte sono poche: adattarsi, spostarsi, o morire. Mentre i ghiacciai, non potendo fare altrimenti, si ritirano, piante e animali si trovano a combattere una lotta silenziosa per non scomparire. E l’ambiente montano ne esce trasformato. Un fenomeno lento eppure insidioso, a cui è dedicata la conferenza scientifica internazionale High Summit organizzata dal comitato EvK2Cnr, che si è aperta il 23 ottobre a Lecco.
Uno dei casi più significativi è quello degli stambecchi del Parco nazionale del Gran Paradiso. Qui si censisce da decenni la popolazione di questo mammifero, ma nel 1998, dopo anni di aumento, i ricercatori hanno avuto una sorpresa: molti piccoli non riuscivano più a superare il primo inverno. Le cause precise non sono ancora chiare: forse femmine troppo vecchie, che partoriscono cuccioli più deboli. Ma le altre due ipotesi formulate in uno studio italiano pubblicato su Wildlife Biology l’anno scorso hanno a che fare con i cambiamenti climatici.  Una possibilità «è che le aumentate temperature agevolino la sopravvivenza invernale dei parassiti e delle loro larve, esponendo i neonati di stambecco ad un maggiore carico parassitario nell’estate successiva», spiega Antonello Provenzale, ricercatore di Isac-Cnr e del Comitato EvK2Cnr che ha partecipato allo studio. Oppure, tutto potrebbe dipendere da uno sfasamento nei cicli biologici, legata alla «fioritura anticipata e la modifica della vegetazione alpina indotta dalle temperature più alte e dalla precoce fusione della neve». Le femmine partoriscono all’inizio dell’estate: se la vegetazione anticipa la sua fioritura, oppure cambia, è possibile che le madri non trovino più erbe adatte alla produzione di latte di qualità, e che quindi i piccoli crescano meno robusti.
Gli scienziati parlano di “mismatch”: uno scenario in cui gli ecosistemi hanno perso la sintonia. A rendere tutto ancora più caotico è il graduale spostamento delle specie verso nord, “in fuga” dal crescente aumento delle temperature. «Le specie di montagna stanno risalendo e quelle di pianura stanno arrivando nelle aree pedemontane», aggiunge Provenzale. Gli habitat si mischiano e certi animali e piante si incontrano per la prima volta, con conseguenze indelebili per gli ecosistemi, che finiranno per assomigliarsi: «La biodiversità potrebbe anche aumentare, ma a lungo andare potrebbe verificarsi la scomparsa di specie endemiche. La diffusione della lepre comune in montagna, per esempio, potrebbe causare l’estinzione della lepre variabile». Così come sono destinati a scomparire alcune specie che già vivono in alta quota e non possono salire oltre, come la pernice bianca, che in futuro rimarrà probabilmente solo nella regione dell’Artico.
Le (brutte) sorprese continuano anche se si guarda alla natura inanimata. Oltre a ridursi, per esempio, i ghiacciai stanno anche cambiando colore: «Le pareti rocciose che li circondano, con l’aumento dei cicli gelo-disgelo a causa dei cambiamenti climatici oggi sono esposte alla frammentazione: i detriti cadono sui ghiacciai, che quindi appaiono più scuri», spiega Claudio Smiraglia, glaciologo dell’università di Milano e uno dei principali esperti mondiali dell’argomento. Ma il ritiro del cuore gelato del pianeta ha anche un altro effetto perverso: la riduzione delle risorse idriche per la popolazione, con effetti diretti sulla vita quotidiana. Molti bacini delle centrali idroelettriche, per esempio, sono alimentati dai ghiacciai, così come l’acqua utilizzata dalle popolazioni che vivono a valle delle montagne, compresi i grandi gruppi asiatici, dall’Himalaya al Karakorum, viene dalla fusione glaciale. E proprio qui gli studiosi hanno trovato una delle poche eccezioni alla regola dei cambiamenti climatici: mentre nel resto del mondo i ghiacciai si stanno ritirando, infatti, al “terzo Polo” risultano stabili.  Alla base di quella che è stata ribattezzata “anomalia del Karakorum”, ci sarebbero, continua Smiraglia, «le particolari condizioni climatiche della zona, in cui le precipitazioni non sono limitate, come nella vicina Himalaya, al periodo monsonico estivo, ma sono presenti anche in inverno. Il fenomeno però necessita di ulteriori studi». Per stabilire anche quando la regola del riscaldamento globale prevarrà sugli oltre 18mila chilometri quadrati di copertura glaciale dell’area: «Verso la metà di questo secolo i cambiamenti del clima potrebbero intaccare anche i ghiacciai del Karakorum», spiega Renzo Rosso, professore di Idrologia al Politecnico di Milano. Un’evoluzione che avrà rilevanti impatti sulle persone, gli ecosistemi e l’economia: «La fusione di ghiacciai così grandi potrebbe infatti fornire più acqua per gli usi civili, ma potrebbe portare con sé anche notevoli conseguenze dal punto di vista dei rischi idrogeologici».

Fonte: La Stampa.it

 



Redazione

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