Perché nel mondo ‘upcycling’ è diverso da ‘recycling’ e in Italia si confondono sempre?

Nel resto del mondo quando si vuole indicare la trasformazione di un rifiuto in un nuovo oggetto, per mezzo della creatività, si usa il termine upcycling, coniato per la prima volta nel 1984 dal giornalista Reiner Pilz e sdoganato ufficialmente nel 1997 nell’omonimo libro di Gunter Pauli (che in realtà in un primo momento usò il termine upsizing).
Il concetto di upcycling è dunque ben definito e soprattutto ben distinto dal più consolidato termine recycling, che invece descrive un processo industriale di trasformazione del rifiuto. Eppure una distinzione così evidente anche graficamente (vedi nell’immagine il simbolo dell’upcycling, che nelle sue varianti è un cerchio che non si chiude a differenza di quello del riciclo) e se vogliamo banale, non ha assolutamente attecchito in Italia, dove l’upcycling (che potremmo correttamente tradurre in ‘riuso creativo’) viene quotidianamente scambiato col riciclo, perfino su giornali e siti specializzati.
La questione non è un vezzo sofistico: parlare erroneamente di riciclo creativo, ad esempio, significa ignorare tutto il processo industriale necessario a trasformare un rifiuto in una materia nuovamente lavorabile. E alimenta il paradossale errore tutto italiano di pensare che una volta fatta la raccolta differenziata si sia risolto il “problema” dei rifiuti. Del resto siamo anche l’unico Paese europeo ad essersi dato obiettivi di raccolta differenziata invece che obiettivi di riciclo….

Fonte: www.revet-recycling.com

 



Redazione

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