Tuvalu, il primo Stato che migra per il clima: l’Australia apre ai visti per i profughi ambientali

Tuvalu e il giorno zero della migrazione climatica: quando uno Stato inizia a partire.

Quando nel 2021 l’allora ministro degli Esteri di Tuvalu, Simon Kofe, intervenne alla COP26 con l’acqua fino alle ginocchia, il suo messaggio fece il giro del mondo. «We are sinking», disse. Stiamo affondando. Non era una metafora, ma la fotografia di un presente che per molte comunità costiere è già realtà.

Quattro anni dopo, quelle parole si trasformano in una scelta senza precedenti: i primi cittadini di Tuvalu hanno iniziato a trasferirsi in Australia attraverso un visto pensato esplicitamente per l’emergenza climatica. Non un’evacuazione improvvisa, non una risposta umanitaria post-disastro, ma una migrazione pianificata, regolata, accompagnata. Un “giorno zero” della migrazione climatica con biglietto.

Un arcipelago che scompare centimetro dopo centimetro

Tuvalu è il quarto Stato più piccolo del mondo: nove atolli nel Pacifico centrale, 26 chilometri quadrati complessivi e un’altitudine media di appena due metri sopra il livello del mare. Qui il cambiamento climatico non è una proiezione lontana. Secondo uno studio guidato dal Sea Level Change Team della NASA, negli ultimi trent’anni il livello del mare è salito di circa 15 centimetri, e il fenomeno sta accelerando.

Le stime sono drammatiche: entro il 2050, metà dell’atollo principale di Funafuti dovrà fare i conti con allagamenti quotidiani; entro la fine del secolo, fino al 95% del territorio potrebbe essere sommerso durante l’alta marea. La capitale corre lungo una striscia di terra larga in alcuni punti appena venti metri, compressa tra oceano e laguna. L’acqua salata invade i terreni, erode le coste, compromette le coltivazioni. I bambini giocano sulla pista dell’aeroporto, uno dei pochi spazi aperti rimasti.

Il patto Falepili: migrare senza scomparire

In lingua tuvaluana, falepili significa considerare il vicino come parte della propria famiglia. È una parola carica di relazioni, responsabilità e cura reciproca. Non a caso dà il nome al Falepili Union Treaty, l’accordo firmato nel 2023 tra Tuvalu e Australia.

Il trattato prevede, tra le varie misure, la concessione di 280 visti permanenti all’anno ai cittadini tuvaluani. Un numero calibrato: sufficiente a offrire una via d’uscita concreta, ma non tale da svuotare rapidamente un Paese già fragile dal punto di vista amministrativo e dei servizi essenziali. Eppure, alla prima selezione, hanno fatto domanda circa 8.750 persone, quasi l’80% della popolazione. I beneficiari sono stati scelti tramite sorteggio, per garantire equità.

La ministra degli Esteri australiana Penny Wong ha definito il programma una forma di “mobilità con dignità”: la possibilità di studiare, lavorare e costruire una nuova vita senza essere costretti a rinnegare le proprie radici.

Storie di partenze, non di fuga

Tra i primi migranti ci sono una dentista diretta a Darwin con la famiglia, un’autista di carrelli elevatori – la prima donna dell’isola in questo ruolo – in arrivo a Melbourne, e un giovane pastore che ha scelto Naracoorte, nell’Australia Meridionale, dove esiste già una comunità di isolani impiegata nel settore agricolo.

Non è una migrazione anonima. È una partenza che cerca continuità: reti sociali, comunità religiose, legami familiari diventano infrastrutture invisibili ma decisive. In contesti così piccoli, la presenza di figure-ponte – culturali, spirituali, associative – è fondamentale quanto l’accesso a una casa o a un contratto di lavoro.

Migrare non significa arrendersi

L’esodo, per Tuvalu, non è una resa. Parallelamente ai corridoi migratori, il Paese sta investendo nell’adattamento. Il Piano di Adattamento a Lungo Termine, sviluppato con il supporto delle Nazioni Unite, prevede la creazione di nuovo territorio rialzato, sistemi di raccolta dell’acqua piovana e la protezione delle infrastrutture vitali. I primi 7,8 ettari di terra “ricostruita” sono già stati completati.

Ma c’è anche un’altra strategia, inedita e radicale: Tuvalu si prepara a diventare la prima “nazione digitale”. Una riforma costituzionale garantisce la continuità dello Stato anche nel caso in cui il territorio fisico diventi inabitabile. Sono in fase di sviluppo passaporti digitali, registri per la diaspora e un archivio culturale che conserva lingua, danze, saperi e artigianato. L’intero arcipelago è stato mappato in 3D per essere ricreato online: un luogo virtuale che custodirà la memoria di una terra reale.

Un laboratorio globale per il futuro

Il caso di Tuvalu è destinato a fare scuola, ma non è un modello facilmente replicabile. Funziona perché i numeri sono piccoli, perché esiste una prossimità geografica e storica con l’Australia e perché Canberra ha un interesse strategico nel Pacifico, in un’area sempre più contesa anche sul piano geopolitico.

Resta però una domanda che riguarda il mondo intero: può esistere uno Stato senza terra abitabile? Il diritto internazionale non ha ancora risposte definitive. Intanto, ogni nuovo visto rilasciato non è solo una storia individuale, ma una pagina di un atlante che si sta riscrivendo, centimetro dopo centimetro, insieme all’innalzamento dei mari.

Tuvalu affonda, sì. Ma lo fa cercando di restare intera: come popolo, come cultura, come identità. Anche lontano dalle sue isole.

Redazione
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