Galeorto

Sono ormai numerosi gli esempi di orti sociali nati fra le mura delle carceri italiane. Uno spazio verde dove ridare energia e valore a una vita che sembra concludersi e finire tra le pareti scalcinate di edifici grigi, solitari e polverosi. Un angolo che permette respiro, speranza, riabilitazione e proiezione verso un futuro, verso un giorno in cui, fuori, ci si dovrà confrontare nuovamente con il mondo del lavoro. E non solo.

Oltre a riconoscere i colori, qui si impara un mestiere. Formazione e rieducazione sono le principali parole chiave. Dal Trentino alla Lombardia e alle Marche, la riabilitazione e l’abbattimento della recidiva passano anche attraverso l’orto. Una bella sfida.

Foto di Giacomo Brini

Casa circondariale di Ferrara, Foto di Giacomo Brini

Sfogliando pagine di giornali e navigando con curiosità sul web, abbiamo incrociato tanti di questi esempi virtuosi. Per citarne alcuni, vi sono quelli della Casa di reclusione “Barcaglione” e “Montacuto” ad Ancona, della casa circondariale Spini di Gardolo (Trento) o i 36 orti per i detenuti della casa circondariale “Ettore Scalas” di Cagliari-Uta, che, nel giugno 2018, ha visto la posa delle prime piantine di pomodori, cipolle, melanzane e varie qualità di lattuga, ma oggi ci vogliamo soffermare un attimo di più su quello della struttura Via Arginone, a Ferrara. Il GaleOrto, come viene chiamato. L’agricoltura qui rappresenta l’opportunità rieducativa, la possibilità del riscatto. La Casa Circondariale ci mette il terreno, l’Associazione di volontariato sociale Viale K, creata nel 1992, lo prende in comodato e realizza il pozzo d’acqua e dissoda il terreno; procura le piantine, i semi, i concimi, e soprattutto associa i detenuti che desiderano coltivare l’orto. I detenuti-ortolani vengono assicurati come soci volontari di Viale K e producono gratuitamente gli ortaggi da mettere a disposizione delle varie sezioni del carcere. L’adesione è ovviamente volontaria, l’orto è oggi diviso in tre aree. Quella denominata “intercinta”, che resta al di fuori della giurisdizione del carcere e occupa due ettari e mezzo intorno agli edifici del carcere, dove lavorano detenuti in semilibertà che vi coltivano soprattutto zucche violine (quelle che a Ferrara servono per i notissimi cappellacci con la zucca); quella dell’orto comune, distribuito su circa tre ettari e diviso in quattro lotti, dove circa venti detenuti coltivano zucche, pomodori, fragole, cipolle, patate, distribuiti ai detenuti e, per il rimanente, alla Caritas; quella, infine, coltivato dai “collaboratori di giustizia”, ricco di varietà: origano, basilico, girasoli, insalata, peperoncini e pomodori.

Casa circondariale di Ferrara, Foto di Giacomo Brini

Casa circondariale di Ferrara, Foto di Giacomo Brini

Le difficoltà di tale tipo di progetti sono soprattutto logistiche e finanziarie. I mezzi mancano sempre per tutto in Italia, figurarsi per tale tipo di iniziativa. Nel 2017, l’associazione Viale K ha chiuso con grandi sforzi il bilancio di progetto in pareggio, anche grazie al contributo di aziende agricole, come Boarini, che hanno donato le piante.

Parlarne e scriverne deve aiutare tutti a contribuire. Il Natale appena trascorso, ha visto anche il supporto di Avis e Coldiretti Ferrara, che hanno promosso le zucche del carcere con la Settimana del dono. Chi è andato a donare il sangue ha ricevuto una zucca a chilometro zero. L’unione fa la forza.

L’orto è stato anche eccezionalmente aperto al pubblico venerdì 11 maggio 2018, nell’ambito della manifestazione sui giardini organizzata da Interno Verde, per far scoprire ai cittadini la natura che cresce anche all’ombra delle torrette di guardia e del filo spinato.

Anche qui, sempre di più, l’unione fa la forza. Un bell’esempio di circolo virtuoso!

Immagine in evidenza, foto di Silvia Franzoni, per Interno Verde

Per ulteriori approfondimenti

Video la Nuova Ferrara, 14/12/2018

Telestense, 13/12/2018

Ferrara Italia, 16/10/2018

Il Filo Magazine, 13/05/2018



Simonetta Sandri

La volontà di condividere con i lettori la bellezza dell’universo resta per me la vera ragione della ricerca delle parole più adeguate per descrivere una meraviglia spesso indescrivibile. Perché, come il Principe Miškin ne L’idiota di Fedor Dostoevskij, anche io penso che la bellezza salverà il mondo.


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