“Un posto sicuro”, l’intervista al regista e sceneggiatore Francesco Ghiaccio

Parlare di amianto non è mai semplice. Sono ancora troppe le persone che non conoscono l’asbesto, l’altro nome dell’amianto. Sono ancora troppe le persone che non conoscono la furia distruttrice di questo materiale, in apparenza innocuo.

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Provate a chiedere agli abitanti di Casale Monferrato che cos’è l’amianto, cosa provoca, cos’è “la malattia silente”, ne resterete stupiti. Nel suo film d’esordio, Un posto sicuro, di cui è regista e sceneggiatore Francesco Ghiaccio racconta attraverso una storia d’amore il dramma Eternit, prova che si può parlare di tragedie umane anche nel cinema italiano. Protagonista e produttore di “Un posto sicuro” è Marco D’Amore, il Ciro della serie tv “Gomorra”, che interpreta Luca, un trentenne il cui padre si ammala di cancro causato da esposizione ad amianto.

Vi proponiamo di seguito la chiacchierata fatta con Francesco Ghiaccio in cui ci svela alcuni retroscena del girato.

Da casalese, cosa ha significato per lei girare un “Un posto sicuro”?

È stata un’esperienza particolare, perché non dovevo soltanto rispettare i fatti realmente accaduti ma anche le emozioni dei miei concittadini. Senza tutte le testimonianze raccolte da me e da Marco D’Amore, che ha scritto con me la sceneggiatura, questo film non sarebbe stato così forte, così necessario. I giorni di girato, soprattutto, sono stati particolari perché io e la troupe eravamo costantemente sotto lo sguardo di chi quei fatti li aveva vissuti davvero, per fortuna abbiamo sempre tratto forza da questa condizione e mai ne abbiamo avuto paura.

Un libro e un film. Quanto è durata la stesura del testo e quali problemi avete incontrato?

Il percorso di ricerca e scrittura è durato circa due anni ma non si è mai fermato, nemmeno durante le riprese, abbiamo continuato a scrivere sempre, modificando o aggiungendo particolari. Il problema più grande è stato quello di dare forma e spazio a tutti i racconti ascoltati, soltanto quando si è palesato davanti ai nostri occhi il personaggio di Luca abbiamo sentito che potevano riassumere le tante vicende della città di Casale attraverso tre personaggi immaginari: Luca, Eduardo, Raffaella. Quanto accade a loro tre è di finzione ma ci è stato in qualche modo suggerito da persone reali.

Per un “Un posto sicuro” state ricevendo numerosi premi. Secondo lei, quanto avete raggiunto il grande pubblico e quanto solo quello di settore?

Per fortuna la popolarità dei protagonisti del film ci ha permesso di aprirci al grande pubblico. È stata una sorpresa, continuare ad accompagnare il film per mesi, di cineclub in cineclub, di festival in festival. Ormai il cinema si regge su queste occasioni di incontro, perché in Italia ora ci sono due tipi di cinema, quello delle sale che segue logiche strettamente commerciali, quindi o un film fa incassare o viene subito bruciato. E poi c’è un altro tipo di cinema, più sincero, senza regole di mercato, che vuole raccontare storie anche rischiose e difficili, purtroppo questo cinema non trova posto in sala, viene cacciato subito dalle sale del nostro paese perché ha bisogno di un passaparola lento, e quindi non fa vendere i popcorn che sembrano diventanti il vero obiettivo di alcuni esercenti. Confido nei passaggi televisivi del film, su Sky, sulla Rai e sull’uscita del dvd per portare il film veramente a tutti.

A circa un anno dall’uscita del film, che sensazioni avete avuto ? Come la gente percepisce la problematica dell’amianto?

La cosa più sconvolgente è che tanti cittadini ignorano completamente la presenza dell’amianto nelle nostre città. Per contro ci sono tante iniziative di piccole associazioni che stanno scuotendo il nostro Paese, per portare tutti alla consapevolezza del disastro ambientale a cui stiamo andando incontro, da nord a sud, per via dell’amianto o di altri materiali nocivi. Questa voglia di dire “no” deve continuare a crescere, deve esigere un’attenzione particolare da parte della classe politica.

L’amianto, lavorato dalla multinazionale belga-svizzera Eternit dall’inizio del Novecento, fu sinonimo di versatilità e resistenza, e modernità, progresso, benessere. Quanto l’abbiamo pagato questo benessere e quanto lo stiamo ancora pagando?

Il ricatto del posto sicuro a scapito del benessere purtroppo è sempre stata un’arma vincente. Abbiamo perso migliaia di persone e creato disastri ambientali sconcertanti in nome del lavoro, purtroppo anche con la collaborazione di tanti cittadini che hanno fatto finta di non vedere o hanno accettato il ricatto per un tornaconto personale, tragicamente misero. Ora alle nuove generazioni spetta il compito di mettere ordine, facendo luce sul presente per capire cosa è davvero progresso e cosa invece è veleno.



Roberto Malfatti

Roberto Malfatti, sociologo, appassionato di fotografia, rockettaro quanto basta. Da sempre combattente e studioso delle tematiche ambientali. Tra i fondatori della rete Napoli Est Brucia che rivendica il risanamento del territorio di Napoli Est dall'inquinamento selvaggio delle raffinerie.


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