Fidel Castro è stato tante cose: un leader carismatico, un dittatore, un politico, un rivoluzionario. Nel bene e nel male, il leader Maximo è stato tante cose.
Un personaggio con forti chiaroscuri e con la sua morte, Cuba, perde la sua figura predominante. Ma cos’era e cos’è Cuba? Quali sono le condizioni socio economiche del paese? Quella che segue è una lettera aperta che mi ha inviato un ragazzo napoletano, Clemente Massaro, che è stato lì per lavoro per un anno. Una testimonianza di uno spaccato di Cuba che pochi conoscono e pochi vogliono ammettere.
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Sono stato per un anno intero a Cuba, tutto il 2015 per la precisione. Ho visto un paese arretrato culturalmente, economicamente e socialmente. Ciò che mi ha sorpreso di più sono i diritti umani dei cubani, ridotti all’osso.
Tutte le fantomatiche notizie riguardanti l’avanguardia della sanità cubana e della parità di diritti sociali mi si è palesata davanti in maniera netta e spietata fin dai primi giorni.
La realtà cubana è una realtà priva di diritti, scevra di iniziative atte a una leggittima realizzazione personale.
Il popolo è obbligato a lavorare, nella maggior parte dei casi, nel settore turistico. Cuochi, camerieri, autisti, baristi. Tutta gente pagata 20 dollari al mese, con pesanti penali economiche nel caso il lavoro venisse rifiutato o lasciato prima del dovuto.A Cuba tutti devono lavorare e tutti devono farlo per le aziende statali. Sì, perchè a Cuba tutto è dello Stato. Tutto. Alberghi, bar, negozi, taxi, ristoranti, farmacie, macellerie, galline, polli, biciclette. A Cuba, niente è di tutti. Venendo meno il concetto stesso di proprietà privata si è rafforzato nella mente del cubano il paradigma dello straniero, comunemente chiamato “Yuma”, dove quest’ultimo viene visto come portatore di denaro, ma anche di sogni.
Nell’immaginario collettivo occidentale, Cuba è la patria della spensieratezza, della salsa, delle belle donne, dell’allegria.
Da dentro, invece, si vive tanta povertà. Gli ospedali pubblici sono strutture fatiscenti con la totale assenza delle più elementari norme igieniche. Di contro, gli ospedali privati, non accessibili al popolo cubano, sono forniti delle più moderne tecnologie mediche.
Sapete perchè i cubani non reagiscono? Perchè sono mentalmente atrofizzati. Non hanno imput a cui attingere per argomentare e l’opposizione al governo è solo di facciata. A Cuba non esiste una coscienza dell’informazione. Basti pensare che non esistono giornali, riviste, giornalismo di inchiesta. Internet è controllato dal governo che permette l’accesso limitato solo tramite rete governativa non consentendo l’adsl privato.
Esistono poi i “balzeros”, cioè gli esuli cubani, che cercano di scappare dall’isola con imbarcazioni di fortuna. Se riescono a sfuggire alle vedette militari, devono affrontare il tratto di mare più affollato di squali del mondo per approdare in Florida.
Infatti, cinicamente, tra la popolazione si dice che in quel tratto di mare gli squali “masticano” il cubano.
Il cubano mediamente non ama parlare delle condizioni politiche del suo paese, ma è sempre pronto a farti capire che ha bisogno di aiuto, di soldi, di benessere, di consumismo, che ci invidia, che non sta bene.
La storiella da raccontare è quella di una Cuba perfetta, un sistema funzionale che permette di autoprodursi tutto, dalla benzina allo zucchero.
Durante la mia permanenza ho visto un popolo distrutto da una dittatura che reprime ogni iniziativa sociale e privata accentrando tutte le risorse turistiche ed economiche solamente alla famiglia Castro. Basta documentarsi sulle proprietà della famiglia Castro. A Cuba tutto è difficile, niente è accessibile a causa dell’embarco. E quel poco che c’è, costa caro, soprattutto se sei straniero. Paghi e ringrazi il buon governo. E se ti lamenti, foglio di via e addio da Cuba. Alla faccia del Socialismo. Poco importa se i cubani non possono mangiare la carne di manzo, non possono pescare nel loro mare, le donne non possono guidare e nessuno può viaggiare senza aver prima ottenuto un permesso speciale dal governo che te lo rilascia solo se hai un conto in banca di almeno una decina di migliaia di dollari (lo stipendio medio è di appena 20 dollari al mese).
Poco importa se le ragazzine di 14 anni si prostituiscono, poco importa se migliaia di dissidenti vengono arrestati ed internati senza alcun processo. Poco importa se le famiglie si dividono alla ricerca di un sogno, affrontando le insidie di un oceano troppo spesso poco generoso con i naufraghi.
Poco importa tutto ciò se la copertina di un Fidel Castro “comunista” e “rivoluzionario”, se il mito di Che Guevara, rende Cuba una meta turistica radica chic dove i soli a goderne degli enormi benefici economici sono I Castro e I Tour Operator mondiali. Tutto questo poco importa.
Fidel è il padre buono che tu non puoi mettere in discussione e se lo fai sei una mosca bianca.
Ma questo ai cubani poco importa. Loro vogliono poter abbracciare i propri cari fuggiti all’estero, vogliono assaporare senza aver paura di essere denunciati dai vicini una bella bistecca di manzo o un’aragosta. Magari sognare di poter lavorare e guadagnare ciò che meritano, vivendo una vita che ogni essere umano ha diritto a vivere: fatta di sogni e delusioni, dove ognuno ha la propria possibilità di vivere il mondo. Perchè è di questo che siamo cittadini inequivocabili: del Mondo.
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Parole dure che lasciano poco spazio all’immaginazione. Troppe parole si stanno spendendo sulla morte di Fidel Castro e molte altre se ne spenderanno. Quello raccontato in questa lettera è uno spaccato di Cuba che non può mancare nelle disamine del paese. L’immaginario fantastico, infine, lasciamolo agli altri.




