Alaska, devastata dal tifone Halong: oltre 1.500 sfollati e villaggi cancellati dalle mappe

Raffiche di 160 km/h, onde alte oltre due metri e comunità indigene distrutte: la tempesta extratropicale nata nel Pacifico rivela gli effetti sempre più estremi della crisi climatica.

L’Alaska sta affrontando una delle peggiori catastrofi naturali degli ultimi decenni. Il passaggio del tifone Halong — trasformato in una violenta tempesta extratropicale dopo aver attraversato il Pacifico — ha devastato le comunità costiere dello stato, lasciando dietro di sé un bilancio di oltre 1.500 sfollati, una vittima accertata e due dispersi.
Villaggi interi sono stati sommersi dall’acqua e il freddo artico in arrivo minaccia di aggravare ulteriormente la situazione umanitaria.

Dalla formazione del tifone alla furia sulle coste

Originatosi a sud del Giappone, il tifone Halong ha attraversato il Pacifico settentrionale per poi trasformarsi, all’altezza del Mare di Bering, in una tempesta extratropicale di potenza eccezionale. Quando ha raggiunto la costa occidentale dell’Alaska, le raffiche di vento hanno toccato i 160 km/h, mentre le mareggiate hanno sollevato il livello del mare di oltre due metri, generando un’onda di tempesta capace di sommergere interi centri abitati.

Le comunità più colpite sono Kipnuk (715 abitanti) e Kwigillingok (380), due piccoli villaggi indigeni situati nel delta dello Yukon-Kuskokwim, nel sud-ovest dello stato. Le onde hanno travolto abitazioni, scuole e strade, cancellando in poche ore infrastrutture essenziali e linee di comunicazione.

«È catastrofico a Kipnuk. Non dipingiamo un quadro diverso» ha dichiarato Mark Roberts, comandante degli incidenti presso la Divisione statale per la gestione delle emergenze. «Stiamo facendo tutto il possibile per supportare quella comunità, ma la situazione è grave quanto si possa immaginare».

Evacuazioni e soccorsi in condizioni estreme

Le operazioni di evacuazione, coordinate dalla Guardia Nazionale dell’Alaska e dai servizi di emergenza locali, sono rese difficili dall’isolamento geografico delle zone colpite, raggiungibili solo via aerea o via mare.
Centinaia di persone sono state trasferite in aereo nella cittadina di Bethel, dove è stato allestito un rifugio temporaneo all’interno dell’armeria della Guardia Nazionale. Da qui, molti sfollati verranno trasferiti verso Anchorage e Fairbanks.

Le testimonianze dei sopravvissuti raccontano scene di terrore. “Alcune case ci facevano lampeggiare le luci dei telefoni come se chiedessero aiuto, ma non potevamo fare nulla”, ha scritto Brea Paul, residente di Kipnuk, in un messaggio inviato da un centro di accoglienza.
Molte abitazioni sono state trascinate in mare e interi nuclei familiari hanno perso tutto. In alcuni casi, le squadre di soccorso hanno dovuto salvare le persone dai tetti delle case sommerse, mentre le piogge e il vento continuavano a flagellare la regione.

Un disastro amplificato dal cambiamento climatico

Secondo i meteorologi, l’intensità della tempesta è stata amplificata dalle temperature oceaniche insolitamente elevate nel Nord Pacifico e dalla maggiore presenza di vapore acqueo nell’atmosfera, due fattori legati al cambiamento climatico.
“Le acque più calde alimentano la potenza dei cicloni e rendono più probabili fenomeni estremi come questo”, spiegano gli esperti del National Weather Service.
L’Alaska, già tra le regioni che si riscaldano più rapidamente del pianeta, vede così moltiplicarsi gli effetti del global warming: erosione delle coste, scioglimento del permafrost e alluvioni sempre più violente.

Comunità indigene in prima linea

Oltre ai danni materiali, la tempesta ha colpito duramente le comunità indigene, che vivono da secoli in equilibrio con un ambiente oggi reso sempre più fragile dal riscaldamento globale. Questi villaggi, spesso fuori dalle principali reti di trasporto, sono ora isolati e privi di elettricità, acqua potabile e scorte alimentari sufficienti per affrontare l’inverno.
Organizzazioni umanitarie e volontari stanno lavorando per garantire assistenza sanitaria e supporto psicologico, ma la ricostruzione richiederà mesi, forse anni.

Allarme per il futuro

Gli esperti avvertono che, se le temperature marine continueranno a crescere, eventi come il tifone Halong potrebbero diventare più frequenti anche alle alte latitudini. Le autorità statunitensi stanno valutando nuovi sistemi di prevenzione e piani di evacuazione per le comunità costiere più vulnerabili.
Nel frattempo, l’Alaska prova a rialzarsi, contando su una straordinaria rete di solidarietà.
Ma il messaggio che arriva da questo angolo remoto del pianeta è chiaro: la crisi climatica non conosce confini, e i suoi effetti colpiscono anche le aree più fredde della Terra.