La risposta alla domanda “la carne inquina davvero?” è molto più complessa di come spesso venga raccontato nel dibattito pubblico. Questo perché quanto, come e rispetto a cosa la produzione di carne impatti sull’ambiente dipende da molti fattori: metriche utilizzate, sistemi produttivi, approcci scientifici e valore nutrizionale del cibo.
Per capire davvero il tema, occorre uscire dalle semplificazioni e guardare ai dati. Analizziamo allora punto per punto.

Un primo aspetto: le emissioni sono davvero così alte?
Uno degli argomenti più discussi riguarda come vengono calcolate le emissioni, e in particolare quelle legate al metano prodotto dai ruminanti. Tradizionalmente si usa una metrica chiamata GWP100 (Global Warming Potential su 100 anni), che confronta tutti i gas serra con la CO₂, l’anidride carbonica. In questo sistema, il metano risulta molto impattante perché, a parità di massa, ha un potenziale di riscaldamento globale molto più alto della CO₂. Tuttavia, negli ultimi anni è stata proposta una nuova metrica, il GWP*, sviluppata in ambito accademico ad Oxford, che tiene conto di una caratteristica fondamentale: il metano dura in atmosfera molto meno della CO₂ e non si accumula nello stesso modo nel tempo.
La CO₂ prodotta dai combustibili fossili rimane infatti in atmosfera per secoli, accumulandosi costantemente, mentre il metano si degrada in circa 10 anni. Per questo motivo i gas non possono essere considerati nel calcolo allo stesso modo. Applicando questa metrica più precisa, i nuovi studi suggeriscono risultati più rigorosi e sorprendenti. In Italia, ad esempio, si passerebbe da +206 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente a circa -49 milioni, cioè un risultato addirittura negativo.
Questo significa che secondo questo ricalcolo, gli allevamenti in condizioni stabili potrebbero avere non solo un impatto climatico vicino allo zero ma persino negativo.
I super emettitori di metano non sono i ruminanti
Negli ultimi anni il settore zootecnico ha adottato strategie concrete per ridurre le emissioni di metano, soprattutto attraverso la selezione genetica (animali “low methane”) e l’alimentazione: in California ad esempio, sono riusciti a ridurre il metano del 25% grazie a miglioramenti nella gestione del letame, oppure del 40% con l’aggiunta nei mangimi di probiotici e integratori a base di alghe rosse o tannini, che intervengono nel processo digestivo. Le vacche alimentate con questi supplementi hanno mostrato addirittura riduzioni del 92% del metano prodotto nel rumine, aumentando anche il loro benessere e l’efficienza produttiva. Anche una corretta gestione dei reflui contribuisce a catturare il metano e trasformarlo in energia rinnovabile.
È importante poi ricordare che i super emettitori di metano non sono i ruminanti: le discariche e le perdite nell’estrazione di combustibili fossili rappresentano fonti di emissione molto più importanti, su cui spesso l’intervento può avere un impatto più efficace e immediato. Secondo i dati Tropomi, il sistema di satelliti, chiamato Tropospheric Monitoring Instrument, capace di osservare le concentrazioni atmosferiche di metano in tutto il mondo, le emissioni delle città sono da 1,4 a 2,6 volte più alte di quelle riportate finora dalle stime e le discariche contribuiscono fino al 50% di tali emissioni.
Grazie a queste nuove tecnologie, sarà possibile passare dalle stime a misurazioni dirette e altamente precise delle emissioni negli allevamenti, consentendo un monitoraggio continuo e affidabile e una valutazione molto più accurata degli impatti ambientali.
Agricoltura: unica attività umana ad emettere e assorbire carbonio
Un altro elemento spesso trascurato nel dibattito sul clima è che il settore agricolo non è soltanto una fonte di emissioni, ma anche uno dei pochi ambiti produttivi che può assorbire attivamente carbonio dall’atmosfera. A differenza di settori come energia o trasporti, l’agricoltura ha infatti una natura “biologica”: lavora con suoli, piante e cicli naturali che, se gestiti in modo adeguato, possono funzionare anche come veri e propri serbatoi di carbonio. I suoli agricoli e i pascoli svolgono un ruolo centrale in questo processo. Attraverso la fotosintesi, le piante catturano CO₂ e la trasferiscono nel terreno sotto forma di sostanza organica. Parte di questo carbonio può rimanere immagazzinato nel suolo per anni o decenni, contribuendo a ridurre la concentrazione di gas serra in atmosfera. Tecniche come le rotazioni colturali, le colture di copertura, la riduzione delle lavorazioni profonde o una gestione razionale del pascolo possono aumentare significativamente la capacità del suolo di trattenere carbonio.

Quando si tiene conto di questo doppio ruolo, emissioni da un lato, assorbimenti dall’altro, cambia anche la lettura complessiva del settore. A livello europeo, considerando il bilancio tra ciò che viene emesso e ciò che viene sequestrato, l’agricoltura rappresenta circa il 4,6% delle emissioni nette totali. Si tratta di un valore più basso rispetto a quello che emerge quando si considerano solo le emissioni lorde, che si aggirano attorno all’11%.
Il ruolo dell’agricoltura è quindi ben più complesso, più dinamico e meno unidirezionale di quanto spesso venga percepito. Ed è anche su questa consapevolezza che si gioca una parte importante della sfida climatica nei prossimi decenni.





