Economia post-PIL e transizione sostenibile: è il momento giusto?

Molti studiosi ritengono che un ingranaggio fondamentale per portare avanti un processo di transizione sostenibile, debba partire dalla sostituzione di quella che è la statistica più potente mai inventata: il Pil.

di Matteo Spedicato, Neolaureato Magistrale in Management della Sostenibilità e del Turismo presso l’Università di Trento

 

BioEcoGeo_PIL

 

In tempo di pandemia, anche se ora in Fase 2, è periodo di riflessioni e soprattutto (si spera) di proposte e visioni sul futuro.
L’emergenza e la crisi economica che il Covid-19 ha scatenato, ci pone per l’ennesima volta, di fronte all’opportunità di poter cambiare strada rispetto ai modelli di business ed ai paradigmi economici ed istituzionali che ci hanno accompagnato fino ad oggi.
Molti studiosi di radici accademiche trasversali, dal mondo dell’economia all’ingegneria, dalla sociologia all’ecologia, ritengono che un ingranaggio fondamentale per portare avanti un processo di transizione sostenibile, debba partire dalla sostituzione di quella che è la statistica più potente mai inventata: il Pil.

 

Una visione basata ancora sul PIL

Oggi il Pil è la “regola del gioco” della macchina economica e modificarla può certamente attivare il cambiamento dall’alto e dal basso di cui abbiamo bisogno. Infatti, ridefinire il Pil significa riformulare il concetto stesso di crescita economica e di profitto, riconsiderando il ruolo delle imprese e individuando quali sono i veri driver del benessere sostenibile. Attualmente ci troviamo in un contesto economico globale disallineato.

Basti pensare che diciamo di volerci impegnare a promuovere la sostenibilità e combattere i cambiamenti climatici ma il sistema produttivo dei Paesi è ancora per la maggior parte premiato solo per i profitti che generano, con poca o nessuna considerazione per gli impatti sugli ecosistemi. Nonostante la consapevolezza delle comunità, delle famiglie e degli individui nei confronti di modelli di sviluppo equi e sostenibili, le attività delle governance (quasi) a tutti i livelli istituzionali, operano secondo regole vecchie e progettate per aumentare i consumi, lo sfruttamento e l’appropriazione di risorse naturali.
Questi paradossi hanno modo di esistere perché la visione del successo economico è ancora basata sul Pil e quindi sulla massimizzazione della produzione e dei consumi senza alcuna considerazione per i costi sociali ed ambientali.
Il Pil, da quando ha assunto quella connotazione di indicatore unico, globale secondo cui valutare, ad esempio, se un Paese può far parte del G7 o del G20, è lo stesso indicatore che considera tagliare e vendere alberi come indice di espansione di un’economia ma allo stesso tempo non aggiunge nulla ad essa se ci si impegna a farli crescere. È lo stesso indicatore che, ad esempio, considera i costi sanitari, i pagamenti delle assicurazioni per gli incidenti e gli interventi dopo i disastri come aventi valore economico ma NON considera allo stesso modo la prevenzione e la resilienza.

 

Cosa si può fare?

Pensare di sostituire il Pil con un altro indicatore sintetico, globale, unico non pare essere la soluzione più adeguata alle necessità di un “sistema complesso” come l’economia e a cascata la società, le istituzioni e i cittadini.

Gli studiosi e gli attivisti “post-Pil”, stanno cercando di elaborare diversi indicatori alternativi che possano influenzare il discorso pubblico e i processi istituzionali, attivando le coscienze rispetto alle incoerenze e le debolezze del Pil.
Gli indicatori alternativi a cui si fa riferimento sono, per citarne alcuni, quelli discussi all’interno dei Sustainable Development Goals che richiedono ai decisori politici di riconsiderare seriamente i loro investimenti in combustibili fossili, l’Indice di Progresso Sociale che dà rilievo alle attività domestiche ed al capitale sociale.
Per quanto riguarda le azioni intraprese a livello imprenditoriale invece, la diffusione della rendicontazione integrata sociale ed ambientale è un processo di contabilizzazione dei costi fondamentale.

Ciò che è rilevante, però, è che l’obiettivo degli indicatori alternativi e delle altre azioni che sono state e si potranno intraprendere, è quello di smontare la credibilità del Pil come principale parametro di riferimento ed innescare un dibattito politico che conduca a delle importanti riforme nel tempo.

Se rafforzate dai numeri che descrivono un diverso tipo di crescita economica, quella parte di tessuto economico oggi marginale per il Pil, come le piccole imprese, le cooperative e le aziende orientate al sociale, avranno maggiori probabilità di rivendicare un ruolo centrale nella creazione di valore economico improntato al benessere sociale ed ambientale.
Grazie a riforme dall’alto, ad una spinta importante dal basso e alla rivoluzione tecnologica che sta già ridefinendo i tradizionali processi di produzione e consumo, la considerazione sul Pil come unico baluardo di misurazione della bontà economica di uno Stato, potrebbe cedere. Sì, uso il condizionale perché è una visione di futuro complessa da attuare ma molto probabilmente vale la pena provare a guardarla. 



Redazione

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