Le guerre non devastano solo vite umane, territori ed economie: lasciano anche una profonda cicatrice sul clima. È quanto emerso durante la Padova Climate Action Week, che si è appena conclusa, portando al centro del dibattito un tema ancora poco considerato: il costo climatico dei conflitti armati.
I dati presentati da Lennard de Klerk, ricercatore indipendente e fondatore di Initiative on GHG accounting of war, mostrano con chiarezza come guerra e crisi climatica non siano fenomeni separati, ma strettamente interconnessi.
Ucraina: emissioni pari a un intero Paese europeo
A quattro anni dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina, lo studio Climate damage caused by Russia’s war in Ukraine realizzato da Initiative on GHG Accounting of War, ha quantificato le emissioni di gas serra generate dal conflitto: più di 311 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente. Una cifra paragonabile alle emissioni annuali della Francia, che dà la misura dell’impatto ambientale di una guerra moderna.
A questo si aggiunge il fenomeno degli incendi boschivi innescati dai combattimenti, aggravati da condizioni climatiche sempre più calde e secche legate al riscaldamento globale. Un circolo vizioso in cui guerra e cambiamento climatico si alimentano reciprocamente.
Gaza: il peso climatico della distruzione
Anche il conflitto a Gaza presenta un impatto climatico significativo: oltre 31 milioni di tonnellate di CO₂ equivalente.
Secondo uno studio pubblicato su One Earth, le emissioni legate alla distruzione, allo sfollamento e alla ricostruzione superano quelle annuali combinate di Costa Rica ed Estonia.
Un dato che evidenzia come gli effetti climatici dei conflitti proseguano ben oltre la fine delle ostilità.
Un vuoto normativo sulle emissioni militari
Nonostante l’entità di questi numeri, le emissioni militari restano in gran parte escluse dagli obblighi di rendicontazione internazionale. Una lacuna che limita la possibilità di attribuire responsabilità e di integrare questi impatti nelle politiche climatiche globali. Il tema è emerso anche nel dibattito internazionale, ad esempio durante la COP30.
Proprio in questo contesto, l’Ucraina ha avanzato una richiesta di risarcimento per danni ambientali che supera i 57 miliardi di dollari.
La ricerca: rendere visibile l’invisibile
Tra i protagonisti dell’incontro a Padova, il ricercatore Lennard de Klerk, fondatore della Initiative on GHG Accounting of War. Il suo lavoro punta a quantificare le emissioni generate dai conflitti armati, portando alla luce una dimensione finora poco considerata nel dibattito pubblico e politico. La metodologia sviluppata per Gaza è oggi in fase di applicazione anche ad altri scenari, tra cui il conflitto in Iran.
Spese militari e transizione climatica
Un altro nodo emerso riguarda il legame tra difesa e clima. L’ipotesi di un aumento della spesa militare da parte della NATO fino al 5% del PIL potrebbe tradursi in un incremento delle emissioni legate alle attività militari. Un elemento che rischia di entrare in contraddizione con gli obiettivi globali di riduzione dei gas serra.
Un festival per connettere clima, politica e società
La Padova Climate Action Week, pur alla sua prima edizione, si conferma già come uno spazio di confronto innovativo: il primo festival italiano sul clima costruito dal basso, promosso da Aequilibria insieme a istituzioni e università. Con oltre 60 eventi, il festival ha coinvolto cittadini, imprese e mondo accademico, ispirandosi alla London Climate Action Week.
Guerre e crisi climatica: una sfida comune
Il messaggio che emerge è chiaro: le guerre rappresentano un acceleratore della crisi climatica, mentre la crisi climatica può contribuire a generare nuove tensioni e instabilità.
Affrontare queste sfide in modo separato non è più possibile. Servono politiche integrate, capaci di tenere insieme sicurezza, sostenibilità e giustizia climatica.
Perché il costo delle guerre non si misura solo in termini umani ed economici, ma anche – e sempre di più – in termini ambientali.










