Il Perù è una delle mete di viaggio preferite, non solo per la presenza del celebre Machu Picchu, uno dei siti archeologici più visitati al mondo, ma perché è una terra di straordinari contrasti. Il Perù è grande quattro volte l’Italia e si divide in tre aree geografiche parallele: una fascia costiera desertica che costeggia un mare tra i più pescosi del mondo, la zona montuosa delle Ande con cime alte fino a quasi 7.000 metri, la vasta foresta amazzonica.
La stagione migliore per visitarlo è quella secca, che va da giugno a ottobre. Noi abbiamo scelto il mese di luglio per percorrere l’itinerario classico che in due settimane ci ha portato dalla capitale Lima verso sud lungo la costa oceanica, poi all’interno ad Arequipa, da qui verso sud al Lago Titicaca, quindi attraverso la zona andina di nuovo in direzione nord fino a Cusco e Machu Picchu.
Lima, la capitale del Perù
La mattina del primo giorno ci svegliamo a Lima sotto un cielo plumbeo. Dopo una passeggiata mattutina al parco Kennedy nell’elegante quartiere costiero di Miraflores, andiamo alla scoperta del centro della città. Il traffico è intenso, caotico. Non esiste trasporto pubblico a Lima, ci dicono. Già alle 5 del mattino le vie della capitale brulicano di macchine e pulmini collettivi che portano al lavoro milioni di persone. La città è cresciuta in maniera esponenziale negli ultimi anni e conta ora più di 11 milioni di abitanti, un’enormità, e la crescita continua in maniera indisciplinata. Attorno al nucleo centrale della città sono sorti brutti insediamenti periferici. È il prezzo di un’urbanizzazione rapida, tipica anche di altre città del Paese, spinta da un’economia in pieno sviluppo. Il Perù vanta un sistema economico stabile, con inflazione bassa – una rarità nel panorama sudamericano – ed esportazioni in crescita. Trainano l’economia peruviana, oltre al turismo, le risorse minerarie e quelle agricole e ittiche, ma ciò non si traduce in un benessere diffuso e condizioni di vita accettabili per tutti, anche a causa del male endemico della corruzione.
Al centro di Lima sorge Plaza de Armas, dalla struttura tipicamente coloniale, un largo quadrilatero attorno al quale sorgono il Palazzo governativo, la sede del Comune e la grande Cattedrale. Qui nella cappella a destra dell’entrata sono conservate le spoglie di Francisco Pizarro, il condottiero spagnolo che nel 1533 con un pugno di uomini conquistò l’impero Inca, che da un centinaio di anni aveva raggiunto la sua massima espansione.
A pochi metri dalla piazza entriamo in Casa Allaga, un’antica residenza coloniale abitata dalla stessa famiglia sin dal 1535, ricca di sale eleganti adornate di specchi, quadri, mobili in legno e azulejos.
Una tappa irrinunciabile è il Museo Larco, che espone più di 40.000 oggetti di incredibile bellezza e interesse storico risalenti per lo più alle civiltà preincaiche. Visitare questo museo all’inizio del viaggio in Perù è la migliore premessa per comprendere il mondo misterioso delle millenarie civiltà fiorite prima della conquista spagnola.
La costa: biodiversità e i misteri delle civiltà Inca
Da Lima partiamo alla volta del sud imboccando la mitica via Panamericana, una lunga striscia di asfalto che corre parallela alla costa dell’Oceano Pacifico unendo il nord e il sud del Paese. Ai lati della strada, percorsa da centinaia di camion, notiamo appezzamenti di terra sabbiosi accuratamente recintati, evidentemente ricchi di minerali.
A Paracas saliamo su un battello che in trenta minuti ci porta a navigare attorno alle isole Ballestras, in cui vivono pinguini, foche e migliaia di uccelli di specie diverse, che sono così numerosi che il loro guano veniva in passato commercializzato come sostanza fertilizzante.
Navigando verso le isole si scorge su un pendio della penisola di Paracas un’enorme figura a forma di candelabro, una curiosa anticipazione delle misteriose linee di Nasca, che sorgono in una zona poco più a sud di qui.
A Ica scopriamo il piccolo ma interessante museo regionale Adolfo Bermudez Jenkins, collezione di oggetti delle civiltà inca e preincaiche, come mummie (in eccellente stato di conservazione grazie al clima estremamente secco), ceramiche, tessuti, teschi trapanati. In un cortile del museo sorge un modellino in larga scala delle Linee di Nasca, una serie di disegni e figure a forma di animali, piante e forme geometriche, lunghi fino a duecento metri, che si estendono nella vicina Pampa di San Josè. Le linee o geoglifi di Nasca sono perfettamente visibili con un giro in aereo e rappresentano uno dei misteri archeologici più inestricabili del mondo. Diverse teorie li legano a calendari astronomici o messaggi per extraterrestri o anche a percorsi rituali utilizzati in processioni cerimoniali per connettersi con gli dèi. Per chi, a causa della nebbia o di forza maggiore, non riesca a sorvolare le linee, la vista del modellino esposto al museo di Ica può essere una piccola consolazione. Prima di lasciare Ica è piacevole una sosta nell’oasi di Huacachina, circondata da altissime dune dalle quali si scorge l’oceano.
Arequipa e i villaggi dell’interno del Perù
Più a sud, all’interno, a 2.335 metri di altitudine, raggiungiamo Arequipa, la seconda città del Perù, alle pendici del vulcano Misti il cui enorme cono torreggia massiccio all’orizzonte. Il nucleo centrale della città, composto di strade strette e parallele, è ricco di monumenti come l’imponente Cattedrale, all’interno della quale è esposto, tra l’altro, un bellissimo Cristo nero; la chiesa dei Gesuiti, dalla mirabile facciata, che custodisce la cappella di Sant’Ignazio con una cupola variamente dipinta; e soprattutto il Monastero di Santa Caterina, una vera e propria cittadella piena di stanze, viuzze e chiostri dai vivaci colori pastello.

È sabato sera e la città si riempie di giovani e turisti in giro per locali e ristoranti di buon livello (a noi è piaciuto molto Zig Zag). Ad Arequipa, inoltre, si possono acquistare a prezzi convenienti i prodotti tipici di lana di alpaca, di ottima qualità e dai colori più vari. Oltre al popolare Mercato di San Camillo e alla casa museo dello scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa, merita senz’altro una visita il Museo Santuarios Andinos, che espone reperti e mummie, tra cui quella celebre di Juanita, ragazza inca sacrificata agli dei circa cinquecento anni fa e rivenuta sul vulcano Ampato nel 1995, complice lo scioglimento dei ghiacciai. Stessa sorte subirono tante bambine inca ritrovate sulle alte vette dei vulcani del grande impero Inca, ove più breve appariva la distanza tra la terra e gli dei.
Da Arequipa ci mettiamo in marcia verso la vasta area protetta della Riserva de Salinas y Aguada Blanca. La trafficata strada sale fino ai 4.900 metri di altitudine del Mirador delle Ande tra territori desertici, coni vulcanici e praterie di alta quota dove pascolano greggi di lama, alpaca e vigogna. È questa una delle tappe più affascinanti del viaggio per i panorami unici e gli avvistamenti dei camelidi. Qui l’altitudine comincia a farsi sentire: per evitare mal di testa, vertigini, difficoltà di respirazione, qualcuno mastica foglie di coca, altri ispirano acqua Floridia. Una volta raggiunta l’altitudine massima ci si abitua e per il resto del viaggio si sta bene.

Dopo qualche ora di viaggio scendiamo verso la zona del canyon di Colca facendo tappa a Yanque, un villaggio di contadini lontano dal mondo, dove il tempo scorre lento. Nei volti dei suoi abitanti troviamo il Perù più autentico: chi torna dal lavoro su motorette rumorose, chi conduce un lama, chi percorre le stradine deserte del paese con borse piene di prodotti della terra. Alle 6 del pomeriggio fa buio e non resta che cenare e andare a dormire mentre la temperatura scende fino a 0 gradi. L’indomani è domenica e già alle 7 del mattino la piazza del paese è in festa. Gruppi di ragazze e ragazzi ballano in costume accanto agli immancabili venditori di capi di abbigliamento e souvenir. Nella grande chiesa in stile coloniale, tinteggiata di bianco e sostenuta da palizzate dopo i danni di un recente terremoto, si sta celebrando la messa alla presenza di tanti fedeli, mentre alcuni turisti e qualche cane entrano ed escono distrattamente dal tempio.
Da Yanque si attraversa un bel territorio caratterizzato da ampi terrazzamenti agricoli e una natura rigogliosa, fino al canyon di Colca, una fenditura del suolo così profonda da non riuscirne a scorgere il fondo. Migliaia di persone salgono fin quassù per avvistare i condor che nidificano nella zona. Presso il belvedere Cruz del Condor, dove il canyon è profondo circa 1.200 metri, si possono ammirare questi magnifici uccelli, dotati di un’apertura alare di circa 3 metri grazie alla quale si librano nell’aria disegnando silenziosi voli circolari. Al ritorno dal canyon sostiamo nel villaggio tradizionale di Maca per qualche foto e un caffè. Le donne locali ci aspettano e si lasciano volentieri fotografare nei loro abiti tipici coloratissimi in cambio di qualche moneta.
Il Lago Titicaca e le sue isole galleggianti
La tappa successiva è Puno, popolosa città sulle rive del Lago Titicaca, il più grande lago navigabile del mondo, nelle cui acque corre il confine tra Perù e Bolivia. Al primo impatto dall’alto la città non fa un bell’effetto – migliaia di case in mattoni non rifinite rivestono le pendici attorno al centro della città – ma il panorama sul grande Lago Titicaca è impressionante. Prima di cena facciamo una passeggiata nella piazza centrale visitando la chiesa e concedendoci una sosta in un grazioso localino le cui pareti sono tappezzate con vinili degli anni Settanta e Ottanta che avevamo quasi dimenticato. È d’obbligo assaggiare l’aperitivo tipico peruviano, il pisco, una bevanda alcolica che ricorda vagamente la tequila, e la chica, ricavata dal mais, nella versione più leggera o in quella più forte e scura (la chica morada), o l’Inca cola, che ricorda la nostra cedrata, oltre naturalmente al caffè.
Il mattino seguente, dopo aver fatto colazione sulle rive del lago, iniziamo il giro in battello che prevede due soste indimenticabili. La prima tappa è alle isole galleggianti degli Uros, popolazione di sangue quechua e aymara, che vivono qui da centinaia di anni. Scendiamo sul terreno morbido in giunco di un’isola dove il capo del villaggio ci illustra le antiche tecniche di costruzione e manutenzione di queste piattaforme, costruite con blocchi di radici di giunco e terra. Una giovane donna mi conduce nella sua “casa”, mi mostra con orgoglio il generatore di corrente (evidentemente un lusso in questo contesto) e mi racconta che presto sarà mamma. Immagino come dev’essere difficile vivere qui nella stagione delle piogge, quando piove per mesi tutti i giorni. Il futuro di queste isole dipende in gran parte dal turismo e dal commercio di manufatti in tessuto dai colori vivacissimi.

La seconda tappa della navigazione sul lago Titicaca ci porta più lontano, all’isola di Taquile, popolata da circa duemila persone, che vivono della produzione di patate, mais, fagioli e quinoa e dell’allevamento di trote. L’isola è piccola ma verde e con un clima piacevole. Durante una breve passeggiata dalla sponda del lago verso il centro dell’isola vediamo in lontananza le cime innevate dei monti boliviani alti 6.000 metri, mentre vicino al sentiero un colibrì infila il becco nei fiori rossi di un arbusto.
L’indomani riprendiamo il viaggio in bus da Puno verso Cusco attraverso un territorio di grande valore paesaggistico e archeologico. Superata Juliaca, una caotica città centro del contrabbando di merci dal Cile, saliamo verso un altopiano tra ampie distese erbose destinate all’allevamento di bovini, facendo sosta nel piccolo museo di Pucarà. La strada corre parallela alla ferrovia in mezzo a vasti pascoli e fattorie fino ai 4.335 metri del passo a La Raya, spartiacque tra le regioni di Puno e Cusco, e punto d’incontro della cordigliera occidentale con quella orientale. Scendiamo dal bus per ammirare il paesaggio desolato e affascinante: dalle cime innevate delle montagne scende un ruscello che andrà ad alimentare l’immenso Rio della Plata!
Prima di arrivare a Cusco incontriamo due luoghi straordinari. A Raqchi, antico centro religioso inca, camminiamo all’interno di un vasto sito archeologico costellato di resti di edifici e magazzini, opere idrauliche, mura del tempio in onore del dio creatore Viracocha, nonché un tratto della lunghissima strada che congiungeva le terre dell’impero inca. Immaginiamo il movimento che si svolgeva un tempo sulla Strada Reale, che fungeva da via militare e commerciale, percorsa da lama carichi di merci e dalle staffette che portavano correndo messaggi e beni di prima necessità in ogni angolo dell’impero.
Più avanti, Andahuaylillas è un tranquillo villaggio che vanta un vero gioiello artistico, la splendida chiesa di San Pedro, nota come la Cappella Sistina del Perù per le straordinarie pitture in essa conservate.
La cultura andina e il colonialismo

Con il passare dei giorni scopriamo la ricchezza della cultura e delle tradizioni peruviane. Le guide locali che ci accompagnano in questa avventura mostrano l’orgoglio di essere eredi di un patrimonio storico così importante. Ascoltando i loro racconti mi sono chiesto più volte se le ferite del colonialismo siano ancora aperte. Per secoli il territorio peruviano è stato oggetto di intenso sfruttamento per le risorse minerarie e naturali di cui è ricco e le popolazioni andine hanno subìto una continua opera di annientamento delle loro tradizioni religiose e culturali. L’identità peruviana appare oggi come una sintesi originale di elementi di origine coloniale (in primis, la religione cattolica e la lingua spagnola) profondamente radicati e di antiche tradizioni indie sopravvissute alla dominazione spagnola e ancora oggetto di culto.
Nonostante gli sconvolgimenti sociali e l’introduzione di usi giuridici e amministrativi da parte dei conquistatori, la cultura andina si è evoluta costruendo una società assolutamente originale.
Cusco, l’ombelico del mondo
Cusco è indubbiamente la città più bella del Perù. Il toponimo significa “l’ombelico del mondo” e infatti nella vecchia capitale degli Inca si trovava il centro del potere dell’impero che nel Cinquecento, all’epoca della conquista spagnola, comprendeva un vastissimo territorio che si estendeva dal sud dell’attuale Colombia sino al nord dell’odierna Argentina.
Appena giunti in città ci si rende conto dalla sua felice posizione, al centro di un’ampia valle, ben protetta da dolci montagne, e che oggi risulta completamente occupata da un’urbanizzazione galoppante e irregolare.
Attorno alla centrale Piazza Mayor si trovano la bellissima Cattedrale, piena di tesori artistici, la chiesa della Compagnia di Gesù e i portici che ospitano negozi e ristoranti. A pochi passi si raggiunge il complesso di Coricancha, imponente tempio inca, sulle cui mura gli spagnoli hanno edificato il convento di Santo Domingo. Coricancha (letteralmente “recinto d’oro”) sorgeva al centro della valle e ogni solstizio d’estate i raggi del sole illuminavano un tabernacolo in cui sedeva l’imperatore inca.
Nella vicina Piazza Regocijo sorge un bel giardino in cui spicca un grande salice piangente e il Museo Històrico Regional y Casa Garcilaso, un museo composito che ha sede nel palazzo in cui crebbe Garcilaso de la Vega, poeta e uomo d’arme, figlio di uno spagnolo e di una principessa inca, stabilitosi successivamente in Spagna e autore dei celebri Commentari reali degli Inca, preziosa fonte di notizie sulla civiltà inca e sulla conquista spagnola. Una sala del museo è dedicata invece a Josè Gabriel Tupac Amaru che a fine Settecento guidò una rivolta contro i dominatori spagnoli, infine catturato e orribilmente squartato.

Non lontano dalla piazza centrale di Cusco è possibile visitare il Museo Inca, nel quale, oltre a reperti archeologici di vario interesse, si può ammirare un bel plastico di Machu Picchu. Da qui con una piacevole passeggiata raggiungiamo il caratteristico quartiere di San Blas, attorno alla piazza omonima, chiamato il quartiere degli artigiani, pieno di locali, negozi e gallerie d’arte. Dopo aver vagabondato per le strade tinte di bianco e azzurro, entro in un negozietto per comprare gli ultimi souvenir. La ragazza del negozio con cui scambio qualche parola in spagnolo, mi racconta di averlo studiato a scuola, poiché in famiglia si parla solo la lingua quechua.
A proposito di spese, a Cusco non può mancare un giro nel vivace Mercato di San Pedro. Quanto al cibo, la città è piena di ristoranti di buon livello (a noi è piaciuto La Quinta, assolutamente non turistico).
Sulle colline che circondano Cusco sorgono dei veri capolavori archeologici. Sacsayhuamàn era una imponente fortezza, di cui restano oggi le basi delle mura con andamento a zig zag, costituite da blocchi di pietra perfettamente assemblati, in parte utilizzate dai conquistatori spagnoli per la costruzione della Cattedrale. In quest’area il 24 giugno di ogni anno si celebra l’Inti Raymi, la coloratissima festa del Sole, un rito risalente alle antiche civiltà anteriori alla conquista spagnola, basate sul culto della Madre Terra (Pachamama) e del Sole (Inti). Il profondo rispetto per la Terra e la Natura è forse uno degli aspetti di questi riti antichi che l’uomo contemporaneo dovrebbe recuperare. In giornata da Cusco è possibile fare un’escursione alle Montagne Arcobaleno.
Da Cusco ci trasferiamo verso la valle Sacra toccando Chinchero, un’antica cittadella inca contrassegnata da mura possenti e terrazzamenti agricoli. Una discesa verso il fondo della gola di Maras ci permette di visitare le saline attive da oltre 400 anni, godendo di una ampia vista sulla valle.
Ollantaytambo è l’ultima tappa verso Machu Picchu. Saliamo sui massicci gradini che conducono al tempio del Sole e restiamo ancora una volta impressionati dalle possenti architetture inca.
Machu Picchu e la sua unicità
Ma ora è tempo di andare alla stazione ferroviaria dove ci attende il caratteristico trenino che attraversa la stretta valle del fiume Urubamba fino alla località di Aguas Calientes (o Machu Picchu Pueblo), base logistica per l’escursione al sito archeologico. Giungiamo qui nel giorno della festa della Vergine del Carmine e abbiamo la fortuna di assistere ai festeggiamenti popolari con costumi coloratissimi e canti ispirati alla tradizione andina. L’indomani mattina ci svegliamo di buonora per incontrare la guida locale che con un bus ci accompagna, quando ancora è buio, fino all’entrata del sito archeologico, patrimonio Unesco e alta testimonianza della civiltà andina, posto a 2.430 metri di altitudine. L’organizzazione è efficiente e collaudata, tenuto anche conto del massiccio afflusso turistico. Alcuni percorrono a piedi questo ed altri itinerari nel mezzo della vegetazione e delle rovine. Tra volti di tutte le razze e Paesi del mondo, entriamo a Machu Picchu già prima dell’alba e seguiamo uno dei 3 percorsi di visita obbligati.

Restiamo immediatamente affascinati dall’unicità del luogo: i resti della città, i terrazzamenti, la perfezione delle costruzioni, con mura di mattoni enormi di granito tagliati con estrema precisione e in grado di resistere ai frequenti terremoti, lo scenario delle montagne che ci circondano e la vegetazione che ricopre le alture a punta; in fondo si intravede la valle scolpita dal fiume e a ovest spiccano all’orizzonte le cime innevate delle Ande. Percorriamo le stradine e i gradini di questa antica città (Machu Picchu significa vecchia montagna), abbandonata dagli Inca e riscoperta solo nel 1911 da Hiram Bingham, esploratore e archeologo statunitense, che, dopo anni di studi e ricerche, una mattina piovosa di luglio, guidato da gente del luogo, trovò questo luogo completamente coperto dalla vegetazione, consegnandolo definitivamente alla storia e alla conoscenza del mondo. Palazzi, templi e piazze furono costruiti con una tecnica formidabile, probabilmente nel corso del XV secolo, per essere poi abbandonati all’epoca della conquista spagnola e restare intatti per secoli grazie alla posizione isolata.
Sono ormai le 7 del mattino quando assistiamo al lento sorgere del sole dietro il profilo nero delle alte cime a punta. A poco a poco l’aria si riempie della luce tiepida del mattino che ravviva il verde della vegetazione e le pietre che compongono le strutture architettoniche di questo sito spettacolare. È un momento emozionante, che assaporiamo pienamente, in silenzio, e che resterà per sempre nella nostra memoria.










