Moda outdoor: smetteranno di usare inquinanti FCP?

Sostanze chimiche pericolose e persistenti, usate anche nella produzione di abbigliamento outdoor, ritrovate in numerosi luoghi remoti del mondo.
Il recente report di Greenpeace sui PFC, composti poli e per-florurati impiegati in numerosi processi industriali, ha gettato luce su un POP, un agente chimico inquinante persistente poco noto e che ha mandato in fibrillazione l’intero settore outdoor nazionale.

«Abbiamo trovato tracce di PFC nei campioni di neve raccolti in tutte le località oggetto d’indagine», afferma Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia. «Preoccupa che questi inquinanti pericolosi e persistenti si trovino persino nei luoghi più remoti del pianeta».

Anche in Italia: dei diciassette composti riscontrati in tutti i campioni di neve analizzati, ben quattro hanno mostrato le concentrazioni maggiori nei campioni di neve raccolti presso il lago di Pilato, nel parco Nazionale dei Monti Sibillini, tra cui il PFOS (Perfluorottano sulfonato) già incluso nell’ambito della Convenzione di Stoccolma (sugli inquinanti persistenti).

L'outdoor fa bene alla natura?

Alcuni PFC possono causare danni al sistema riproduttivo e ormonale, favorire la crescita di cellule tumorali e sono sospetti agenti mutageni. Non fa dunque piacere scoprire che i PFC sono impiegati in molti processi industriali per la produzione di beni di consumo. E in particolare il settore dell’abbigliamento outdoor li usa nelle finiture impermeabilizzanti e antimacchia.

Ed è proprio tra le grandi case dell’outdoor nazionale e internazionale che il rapporto di Greenpeace è arrivato come una bomba.

Dividendo subito “buoni” e “cattivi”. Da un lato colossi come Puma e Adidas, che hanno già adottato obiettivi ambiziosi per l’eliminazione dei PFC. Insieme ad alcune aziende più piccole ma specializzate nella produzione per l’outdoor, come Fjällräven, Paramo, Pyua, Rotauf e R’ADYS, che producono alcune collezioni di abbigliamento idrorepellente PFC-free. Tra i cattivi, Greenpeace annovera proprio i marchi leader del settore, come The North Face, Columbia, Patagonia, Salewa e Mammut, che secondo l’associazione “mostrano scarso senso di responsabilità quando si tratta di eliminare i PFC”.

BioEcogeo ha voluto verificare le reazioni delle imprese per capire come il report è stato accolto e se è tutto corretto quanto contenuto.

Alcune imprese hanno criticato la forma stessa dell’analisi. Secondo studi effettuati da istituti indipendenti, i capi d’abbigliamento outdoor risultano responsabili soltanto in parte minima della presenza di agenti chimici perfluorurati nell’ambiente (0,5%), ha spiegato Salewa, colosso italiano dell’outdoor, in un testo inviato all’autore.

L’azienda, che ha politiche ambientali esemplari (la sede di Bolzano è un prodigio di eco-efficienza e da tempo ha sostituito gli agenti chimici a catena lunga C8 con agenti C6, a catena più corta, e quindi meno inquinanti, nei trattamenti impermeabilizzanti WR (idrorepellenza).

«Come passo successivo, già dal 2016 saremo in grado di ridurre all’87% i prodotti realizzati con agenti chimici C6», continua il comunicato. Certo solo un 13% dei prodotti sarà PFC-free. Però l’azienda ha mostrato di avere già in atto comportamenti come quelli richiesti dalla campagna Greenpeace.

Patagonia, una benefit corporation americana, ha ribadito il concetto di “soluzione temporanea” di impiego di PFC. Al momento i prodotti C6 sono la migliore opzione per creare prodotti di qualità idrorepellenti. In aprile l’unità di venture capital di Patagonia ha investito un milione di dollari in una start-up svizzera, Beyond Surface Technologies che impiega materiali naturali per rendere idrorepellenti i tessuti, al fine di sostituire completamente prodotti con base petrolchimica.

Il ciclo del PFC

Vien da chiedersi se tenere i piedi asciutti sia una ragione sufficiente per permettere l’uso di queste sostanze inquinanti. Almeno, le compagnie, contrariamente a quanto detto da Greenpeace, hanno mostrato di considerare la questione di lavorare attivamente per migliorare i propri prodotti.

Chi ha cavalcato il report Greenpeace sono le compagnie che, approfittando della buona occasione di PR, hanno ribadito la bontà dei loro prodotti. Fjällräven ha ribadito che la compagnia, considerata tra le “buone”, lavora già da oltre cinque anni nell’eliminazione di queste sostanze pericolose e oggi l’azienda svedese utilizza sui propri prodotti solo ed esclusivamente trattamenti privi di fluorocarburi.

«Siamo lieti che questo argomento sia al centro dell’attenzione pubblica. Abbiamo notato un grande interesse per il lancio della nostra collezione top di gamma Keb Eco-Shell, che utilizza trattamenti privi di fluorocarburi», ha dichiarato Martin Axelhed, CEO di Fjällräven.



Emanuele Bompan

Emanuele Bompan è un giornalista e geografo. Si occupa di cambiamenti climatici, energia, green-economy, politica internazionale. Vive tra Washington DC, Milano e le montagne. Ha vinto per tre volte l’European Journalism Center Grant, il premio Giornalista per la Terra e la Middlebury Environmental Journalism Fellowship. Ha svolto reportage in 60 paesi, sia come giornalista che come consulente.


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