La dacha di Živago

Una trentina di minuti da Mosca e si è avvolti dalla magica atmosfera del villaggio delle dacie letterarie: Peredelkino, il luogo degli scrittori, dove l’odore intenso del bosco avvolge ogni pensiero, in un turbinio di colori ed emozioni. Dove l’immaginazione vola.

BioEcoGeo_dacia di Boris Pasternak

Siamo diretti alla dacia di Boris Pasternak (1890-1960). Il fascino di questo luogo è immutato, la natura parla da sé, gli alberi che un tempo avevano lasciato spazio a grandi distese d’erba oggi svettano dai recenti steccati verdi smeraldo appena ridipinti. Il verde dei prati e delle foglie di piante rigogliose sta lasciando il passo al marrone dell’autunno. Tutto è dorato, come una folta capigliatura che diventa argentina col passare delle stagioni. Il sole brilla e il riflesso dei suoi raggi che accarezzano il tetto della dacia del poeta abbaglia gli occhi già spalancati per lo stupore.
Qui non si è mai stanchi di guardare, di andare a zonzo per le piccole stradine. Nulla disturba la pace di un luogo che pare immutato nel tempo, un tempo che si è fermato, un luogo che vive grazie alla poesia e alle righe di un artista che pensava che, alla fine, nulla muore. E lui, Boris Pasternak, vive ancora qui. La sua casa sembra aspettarlo rientrare a casa ogni sera, vederlo camminare per quel lungo sentiero che attraversa il parco, ora ricoperto da foglie cadute ma che, come un morbido e vellutato tappeto, accolgono i passi leggeri di un uomo che rientra dai suoi quotidiani incontri letterari e intellettuali moscoviti. Sempre su quel treno, quello di ogni giorno. Le strade trafficate non minacciano la quiete di un ritiro che mantiene le sensazioni di allora, quelle della libertà, dello spazio, della serenità. Perché il villaggio delle dacie, voluto da Stalin in quel luogo suggerito da Maxim Gorky di rientro dall’Italia, doveva ospitare “gli ingegneri dell’anima”. Un luogo dove ci fosse aria, perché, poeti e scrittori hanno bisogno di questo. E lì, gli immensi spazi verdi davano proprio quello, respiro.

Oggi i prati sono coperti da alberi e foreste, ma allora lo sguardo si perdeva completamente in un orizzonte libero e ampio. La casa di Pasternak si trova in questi boschi, al numero 3 di via Pavlenko. Sembra una nave di legno, dall’imponente prua che fende le onde di maestosi alberi verdi. Vi accediamo attraverso il vialetto, scostando foglie di rami che impediscono la vista.

BioEcoGeo_il-dottor-zivagoQui è stato scritto “Il dottor Zivago”, dal quale è stato tratto il celeberrimo film con Julie Christie e Omar Sharif, un libro che tanto ha fatto parlare. Le staccionate verdi lasciano intravedere un qualcosa che si rivela magico e unico una volta arrivatici di fronte. L’esterno assomiglia a una casa della favole, con le finestre bianche, i tetti sporgenti e inclinati ad accogliere la neve per poi buttarla giù. La luminosa veranda fiorita accoglie il visitatore: un tavolo apparecchiato con una tovaglia di pizzo ospita tazze e samovar, affacciandosi rispettoso sul giardino che circonda la casa. Aspettiamo il poeta. A breve sarà lì con noi. Gli interni sono sobri, piatti e utensili georgiani sono esposti nella sala da pranzo, a ricordo dei bei tempi trascorsi in Georgia, luogo molto caro a Pasternak.

Dalle finestre si vede il verde del giardino e l’oro delle foglie, si sbircia da quelle finestrelle bianche alla ricerca di una nuvola che non c’è. Si immagina Pasternak affacciarsi da quegli angoli di cielo e pensare alle sue righe, alla storia che presto avrebbe riempito molti fogli.

Al secondo piano, si trova la stanza da letto, spoglia, accanto allo studio dove vi sono ancora i suoi stivali, cappotto e cappello esattamente così come li lasciò lui. Pasternak, definito da Stalin come un “abitante delle nuvole”, qui sognava, qui scriveva. Un’emozione vedere quel tavolo di legno scarno e semplice, libero da ogni foglio, pulito, vergine come le idee che si hanno alla mattina appena alzati, quando ci si appresta a scrivere e a riempire le pagine bianche. Lui voleva così, dopo la colazione e gli esercizi mattutini si sedeva qui, con la luce delle finestre alla sua destra, i riflessi delle foglie sul volto, a scrivere. Oggi è ancora magico passeggiare per le stradine alberate di quel rifugio costruito per scrittori e artisti, sentire i passi scricchiolanti sulle foglie del bosco, vedere gli alberi da frutto che chinano su di sé i propri rami spogliati dall’inverno, esplorare zone che hanno ispirato romanzi e fiabe. Poesia, fiaba e natura si avvolgono, amalgamano e confondono, in un unico abbraccio. Un luogo degno di un pellegrinaggio letterario in mezzo alla natura. Da non perdere.



Simonetta Sandri

La volontà di condividere con i lettori la bellezza dell’universo resta per me la vera ragione della ricerca delle parole più adeguate per descrivere una meraviglia spesso indescrivibile. Perché, come il Principe Miškin ne L’idiota di Fedor Dostoevskij, anche io penso che la bellezza salverà il mondo.


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