Il nuovo rapporto delle Nazioni Unite rivela che tre rifugiati su quattro vivono in aree a rischio climatico estremo. “Senza fondi e azioni concrete, milioni di persone saranno costrette a fuggire ancora”.
Alla vigilia della COP30 di Belém, in Brasile, l’UNHCR lancia un nuovo, drammatico allarme: il mondo sta ignorando le popolazioni più esposte alla crisi climatica — i rifugiati e le comunità già colpite dai conflitti.
Nel rapporto No Escape II: The Way Forward, pubblicato in vista della conferenza ONU sul clima, l’Agenzia per i Rifugiati denuncia un “circolo vizioso” che intreccia guerra, povertà e disastri ambientali, spingendo milioni di persone verso una nuova ondata di migrazioni forzate.
Un mondo in fuga dal clima
A metà 2025, 117 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case a causa di guerre, persecuzioni e violenze. Di queste, tre su quattro vivono in Paesi esposti a rischi climatici da elevati a estremi.
Negli ultimi dieci anni, gli eventi meteorologici estremi hanno provocato 250 milioni di movimenti forzati interni — circa 70.000 al giorno.
Dalle inondazioni in Sud Sudan e Brasile alle ondate di calore in Pakistan e Kenya, fino alla siccità in Ciad ed Etiopia, gli shock climatici stanno distruggendo case, campi e mezzi di sussistenza, lasciando intere comunità senza via di fuga.
“Molti di questi rifugiati hanno già perso tutto una volta, e ora rischiano di perdere di nuovo la vita e la dignità”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati. “Sono tra i più colpiti da siccità, inondazioni e caldo record, ma sono anche quelli che ricevono meno aiuti”.
Campi profughi sempre più inabitabili
Secondo il rapporto, entro il 2050 i campi rifugiati più caldi del mondo — situati tra Gambia, Etiopia, Senegal ed Eritrea — potrebbero affrontare quasi 200 giorni all’anno di stress termico pericoloso, rendendo la sopravvivenza umana sempre più difficile.
Nel Ciad, i rifugiati provenienti dal Sudan devastato dalla guerra dispongono di meno di 10 litri d’acqua al giorno, ben al di sotto degli standard di emergenza umanitaria.
Il 75% del territorio africano mostra segni di degrado ambientale, e oltre la metà degli insediamenti di rifugiati si trova in aree ad alto stress ecologico. In alcune regioni del Sahel, la perdita dei mezzi di sostentamento legata al clima sta persino alimentando l’arruolamento nei gruppi armati.
Finanziamenti insufficienti e disuguaglianze climatiche
Il rapporto dell’UNHCR denuncia anche la profonda iniquità del sistema dei finanziamenti climatici: i Paesi fragili che ospitano la maggior parte dei rifugiati ricevono solo un quarto dei fondi di cui avrebbero bisogno.
“Tagli e ritardi nei finanziamenti stanno limitando gravemente la nostra capacità di proteggere le persone”, ha aggiunto Grandi. “Questa COP deve produrre azioni concrete, non promesse vuote”.
COP30: il banco di prova del decennio
Dal 10 al 21 novembre 2025, la città brasiliana di Belém, nel cuore dell’Amazzonia, ospita la 30ª Conferenza delle Parti sul Clima (COP30).
Un luogo altamente simbolico, scelto per riportare l’attenzione sulla foresta amazzonica, uno dei principali polmoni verdi del pianeta ma sempre più minacciato da deforestazione e incendi.
Quest’anno, la conferenza arriva in un contesto geopolitico difficile: la crisi climatica avanza, i fondi promessi a Baku nel 2024 per il nuovo “Obiettivo finanziario globale” restano in larga parte disattesi, e gli impegni presi con l’Accordo di Parigi sono ancora lontani dal traguardo.

Secondo il nuovo rapporto ONU sulle emissioni, con le politiche attuali la temperatura media globale rischia di aumentare di 2,8 °C entro la fine del secolo, ben oltre la soglia di sicurezza di 1,5 °C.
Alla COP30 si discuterà del Fondo per le perdite e i danni, degli aggiornamenti degli NDC (piani nazionali per la riduzione delle emissioni) e del ruolo della finanza climatica per sostenere i Paesi più vulnerabili.
L’UNHCR chiede che le comunità rifugiate e ospitanti siano finalmente incluse nei piani climatici nazionali e nei meccanismi di adattamento, riconoscendo il loro ruolo come agenti di resilienza e non solo come vittime.
Solo un approccio integrato e giusto — che unisca giustizia climatica e giustizia sociale — potrà impedire che milioni di persone restino intrappolate tra guerra e disastri ambientali.










