Belém non fa da sfondo alla COP30: ne è il cuore pulsante.
Nelle sue strade, tra palafitte fragili, mercati brulicanti e l’umidità che avvolge ogni cosa, prende forma la conferenza sul clima più simbolica degli ultimi anni. Qui, nel Pará brasiliano, la foresta amazzonica si mescola alla geopolitica, alle voci indigene, ai limiti della diplomazia internazionale. E non si può fare finta che siano solo negoziati: a Belém il clima si vive sulla pelle.
I volti dipinti dei leader indigeni che passano accanto ai tailleur dei negoziatori, le piume multicolori che spuntano tra i badge blu dell’ONU, la pioggia tropicale che entra nei padiglioni: tutto contribuisce a trasformare la COP30 in qualcosa che va oltre le consuetudini diplomatiche. È come se la città stessa ricordasse a tutti che la crisi climatica non è un concetto astratto, ma un’esperienza reale.
La COP della verità
Fin dal primo giorno, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva ha chiarito che questa sarebbe stata “la COP della verità”. Una COP che mette al centro la giustizia climatica e una transizione che non lasci indietro nessuno: non i lavoratori, non le comunità indigene, non le economie del Sud globale. Parole che risuonano forti in un Paese che, da un lato, punta ancora su petrolio e grandi opere; dall’altro, custodisce il più importante serbatoio di biodiversità del pianeta.
La scelta di far svolgere qui la conferenza non è casuale. Per la prima volta, una COP attraversa la foresta amazzonica, portando migliaia di delegati e attivisti in un luogo dove deforestazione, temperature estreme, incendi e alluvioni sono questioni quotidiane. In Amazzonia, la crisi climatica non si racconta: si respira.
Ed è forse anche per questo che i negoziati procedono con una velocità sorprendente. Già al terzo giorno è circolata una prima bozza della cover decision, il documento politico che orienterà l’azione globale nei prossimi anni. Un evento quasi inedito. Il testo propone l’uscita graduale dai combustibili fossili entro il prossimo decennio, per la prima volta in modo esplicito, e delinea le tappe operative della transizione. Nulla è ancora deciso, ma la sensazione diffusa è che questa COP potrebbe segnare un punto di svolta.
In parallelo, le delegazioni dei Paesi più vulnerabili fanno sentire la loro voce con forza. L’Alleanza degli Stati Insulari (AOSIS) ribadisce che l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C non è una scelta politica, ma una soglia di sopravvivenza. “Se perdiamo il grado e mezzo, perdiamo anche noi stessi”, dice Anne Rasmussen, portavoce di Samoa. Un appello diretto all’Europa e ai Paesi ricchi, affinché adeguino i loro impegni climatici a ciò che la scienza richiede.
Cambiamento climatico e geopolitica
Ma la COP30 è anche la COP delle tensioni geopolitiche. Da una parte ci sono gli Stati che puntano tutto sulle rinnovabili e sulla green economy, come l’Unione Europea, la Cina, il Canada. Dall’altra, i petrol-Stati — Stati Uniti, Russia, Arabia Saudita — che frenano ogni discussione sul phase-out e temono che una decarbonizzazione troppo rapida eroda il loro potere economico. La Cina, nel frattempo, incarna la transizione nella sua contraddizione più evidente: maggior emettitore mondiale, ma anche leader globale nelle tecnologie verdi.
In un contesto di interessi economici contrapposti, i fondi per l’adattamento, le perdite e i danni e il supporto finanziario al Sud globale rimangono i nodi più difficili da sciogliere. I Paesi vulnerabili non accettano più promesse: chiedono attuazione, trasparenza, controllo. Per alcuni, l’esito della COP è questione di esistenza stessa.
Eppure, tra complessità politiche e negoziati interminabili, la scena più potente dell’intera conferenza arriva dall’acqua. La Amazon Flotilla — una flotta di oltre duecento imbarcazioni cariche di rappresentanti indigeni di tutta l’Amazzonia — approda a Belém dopo giorni di navigazione. Bandiere della pace, canti, maschere di capibara e tartarughe, messaggi di resistenza: un’invasione pacifica che ricorda al mondo che la transizione ecologica non può replicare le stesse logiche estrattive del passato.
“L’acqua è Madre”, racconta Alexis Joel Grefa, del popolo Kichwa. “Ci unisce oltre le frontiere che la politica crea. Noi popoli indigeni siamo un unico fiume.” È un potente manifesto contro petrolio, miniere, deforestazione e tutte le forme di contaminazione che minacciano il cuore del pianeta.
Belém, con le sue contraddizioni — le favelas accanto ai grattacieli, la frutta tropicale che si mescola ai rifiuti sulle strade, il caldo estenuante che scioglie anche la pazienza dei negoziatori — ci mette davanti al fatto compiuto: il tempo dell’attesa è finito.
Più che una conferenza, la COP30 sta diventando un esercizio collettivo di democrazia globale. Nel cuore biologico del pianeta si decide non solo quanto CO₂ emetteremo nei prossimi decenni, ma anche quale modello di società sceglieremo e chi avrà voce per definirlo.
La partita è aperta, e come in casa, il campo dell’Amazzonia potrebbe essere ciò che fa davvero la differenza.











