Coronavirus e cambiamento climatico legati a doppio filo

Già nel 2007 l’Organizzazione Mondiale della Sanità avvertiva attraverso un rapporto che le infezioni virali, batteriche o da parassiti sarebbero state una delle minacce più consistenti in un Pianeta dove il rischio del cambiamento climatico sarebbe diventato sempre più grave. Una minaccia che si è fatta realtà evidente ed è sotto gli occhi del mondo intero con l’epidemia Coronavirus. Possiamo quindi affermare che l’epidemia è un’emergenza, ma il riscaldamento globale lo è ancora di più. Se non faremo qualcosa per fermarlo il futuro potrebbe presentarci malattie peggiori.

«L’uomo abita una Terra che in realtà è abitata da altri organismi. Ma è evidente che se cambiano le temperature, l’aria, la pioggia, il suolo, gli equilibri vengono alterati. Va tenuto conto che ci sono miliardi di virus in circolazione, che hanno origini diverse», afferma Giuseppe Miserotti, medico e membro di Isde (Associazione medici per l’ambiente).

 

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L’infezione da nuovo Coronavirus, la Covid-19, sta provocando in Europa quasi 6mila contagi (di cui 3800 in Italia – dati del 6 marzo 2020) e oltre 150 morti. E questa situazione spaventa perché si tratta di una patologia appena arrivata di cui mancano un vaccino, mancano terapie che permettano di evitare le complicanze più gravi e manca l’individuazione esatta dell’origine e del percorso compiuto per arrivare fino all’uomo. Ma, come in molti affermano, non è un’epidemia piovuta dal cielo, bensì collegata in modo piuttosto stretto, anche al cambiamento climatico di cui l’uomo è sicuramente la causa principale.

La giornalista Giulia Dallagiovanna sul giornale Ohga ha intervistato il dottor Giuseppe Miserotti, medico di Medicina Generale da oltre 40 anni e referente regionale ISDE (Associazione medici per l’ambiente) per la regione Emilia-Romagna per approfondire il collegamento fra il Coronavirus e il cambiamento climatico.

Ecco una parte dell’intervista di cui potrete leggere l’articolo intero sul sito di Ohga .

Dottor Miserotti, secondo lei l’epidemia di Covid-19 è stata influenzata in qualche modo dai cambiamenti climatici?

Sicuramente il nuovo Coronavirus ha risentito in modo indiretto delle nicchie ecologiche che stanno cambiando e che stanno provocando alterazioni molto importanti. Si tratta di un virus nuovo che deve ancora essere studiato e per il quale va comunque premesso che deriva da una zoonosi (malattia infettiva trasferita dagli animali, ndr) e che ha fatto il salto di specie. Ma questo problema è già stato evidenziato per altre emergenze che si sono verificate negli anni scorsi con i virus influenzali.

 

Ci può fare qualche esempio?

Tutto parte dal suolo, una vera e propria cartina tornasole per i cambiamenti climatici, che agisce direttamente sulla biologia di flora e fauna e la modifica. Basti pensare a come sono mutati negli anni gli insetti vettori dei virus, in particolare le zanzare. La tigre, ad esempio, ha subito delle alterazioni biologiche e nel 2017 si è resa responsabile di un focolaio di chikungunya che, dopo quello del ravennate di circa
dieci anni fa, nel 2017 ha colpito oltre 280 persone nel Lazio e nella Calabria. Ma è accaduto anche per la Dengue o per la febbre West Nile, arrivata in Italia dall’Africa e dalla zona del Nilo e che due anni fa ha provocato 18 morti in Emilia-Romagna. E infine la malaria: in Europa e in Asia era stata quasi eliminata, mentre ora, sempre a causa dei cambiamenti climatici, si ripresenta ad altitudini importanti e anche inusuali, come la Nuova Guinea o l’Indonesia.

 

Ci stiamo quindi spaventando per qualcosa che in parte abbiamo contribuito a provocare?

Assolutamente sì. Parlando di alcuni virus, come appunto i coronavirus e altri, si potranno sicuramente allestire dei vaccini specifici, ma il punto è un altro: l’uomo ha approfittato della natura e negli ultimi anni l’azione degli esseri umani è stata così violenta, che si parla di una nuova era geologica: l’Antropocene. Esiste un rapporto direttamente proporzionale tra il livello di inquinamento prodotto dall’uomo e l’aumento dei cambiamenti climatici. In particolare, a partire dalla fine dell’Ottocento, quando abbiamo iniziato a usare le fonti fossili e le emissioni di CO2 sono cresciute in modo esponenziale.
Abbiamo alterato equilibri naturali molto delicati, che la natura era stata in grado di mantenere per migliaia di anni, e tutto questo sta avendo e avrà delle ripercussioni inevitabili sulla salute psicofisica degli uomini. Ormai si parla di sindrome, cioè di una malattia che è codificata da un insieme di sintomi e di cause, tra le quali possono esserci anche inquinamento dell’aria, dell’acqua e del terreno, che poi si traduce in contaminazione del cibo. L’agricoltura intensiva, ad esempio, è un modello di sostenibilità improponibile perché cambia gli ecosistemi e la batteriologia: attraverso pesticidi come il glifosato si altera la nostra flora batterica intestinale, la principale protagonista della nostra immunità.

 

Rischieremo di essere scoperti di fronte a nuove infezioni?

Ad oggi non esistono medicinali efficaci direttamente contro i virus, possiamo guarire quasi solo grazie al nostro sistema immunitario e all’aiuto di eventuali vaccini per prevenire la malattia. I batteri che abbiamo nel nostro intestino rappresentano un centro importante per la maturazione e il mantenimento delle difese, ma rischiano di venire indeboliti. Dovremmo smettere di concentrarci solo sulle singole patologie e prendere in considerazione l’intero sistema. Quello delle ricadute dei cambiamenti climatici su virologia e batteriologia è un campo di studio enorme.

Per continuare a leggere l’intervista, clicca qui.



Redazione

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