Covid-19 e allevamenti intensivi

Tra i numerosi studi, le teorie e le ipotesi legate al Covid-19, ci sono state anche voci su una possibile relazione fra gli allevamenti intensivi e la diffusione del Coronavirus. Teorie smentite da Giuseppe Pulina, Presidente Emerito dell’Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali .

BioEcoGeo_Allevamenti_intensivi_Covid

 

Una di queste teorie è quella ipotizzata da studiosi della Società italiana medicina ambientale che hanno messo in relazione la diffusione del virus con il particolato atmosferico grossolano (PM10).
Analisi peraltro già criticata dall’Associazione italiana di Aerosol che però è stata ripresa da varie trasmissioni di RAI3 a fine marzo (“Sapiens” di Mario Tozzi e “Indovina chi viene a cena”, condotta da Sabrina Giannini) con l’aggiunta dell’attribuzione dell’alta concentrazione di PM10 allo spandimento dei liquami derivanti dagli allevamenti intensivi. Secondo queste ultime trasmissioni, l’alta contagiosità Covid-19 riscontrata in alcune regioni potrebbe esser stata favorita dalla presenza degli allevamenti.

A commento di queste affermazioni, pubblichiamo le affermazioni di Giuseppe Pulina, Presidente Emerito dell’Associazione per la Scienza e le Produzioni Animali, professore Ordinario di Zootecnica Speciale presso il Dipartimento di Agraria dell’Università di Sassari e Presidente dell’Associazione Carni Sostenibili pubblicate attraverso l’Associazione Carni Sostenibili.

 

1 – Il Covid19 si propaga con le polveri sottili (il PM10)?

Un recente, e per ora unico, studio condotto da ricercatori appartenenti alla Società Italiana di Medicina Ambientale  (non ancora pubblicato su rivista con referees), mette in correlazione l’alto numero di contagi verificatisi in alcune provincie dell’Italia del nord con lo sforamento delle soglie di attenzione del PM10. Pur autorevole per gli autori coinvolti (e anche prudente nelle conclusioni: “The rapid COVID-19 infection spread observed in selected regions of Northen Italy is supposed be related to PM10 pollution due to airborne particlesable to serve as carrier of pathogens”.), il lavoro non ha misurato direttamente la trasmissibilità di Covid19 con il PM10 (lo assume in analogia con altri patogeni) e ha correlato i contagi con le emissioni. Ma una correlazione non è una “causa”. Senza un nesso causale certo, entrambe i fenomeni osservati potrebbero dipendere dal fatto che alti tassi di PM10 e di contagi sono favoriti dalla densità della popolazione. In un’area affollata c’è più traffico, più riscaldamento e più attività economica (da cui dipendono i picchi di PM10), ma anche più elevata probabilità di contrarre una patologia ad altissima contagiosità interpersonale come il Covid19.

2 – Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, sono stati responsabili dell’aumento del PM10 nelle aree a maggiore diffusione del contagio Covid19?

Gli allevamenti, come le altre attività umane, producono particolato. Su scala nazionale l’ISPRA certifica che le emissioni di PM10 da allevamenti rappresentano il 12% del totale (quelle di PM2,5 il 3,2%). In una regione ad alta concentrazione di allevamenti intensivi, l’Emilia Romagna, Stortini e Buonafè (2017) dell’ARPA Emilia stimano il loro contributo annuale al particolato grosso pari al 18%, comprese le emissioni indirette da ammoniaca.
Secondo gli studi del prof. Alberto Atzori, l’emissione di ammoniaca allo stato gassoso nelle stalle bovine dipende principalmente dalla decomposizione dell’urea escreta con le urine degli animali. Questo fenomeno è ben noto (poiché l’ureasi è il primo enzima che è stato isolato e se ne consce molto bene l’azione). L’emissione di ammoniaca dalle deiezioni è ai minimi durante l’inverno (<10° C; poiché l’enzima non è attivo) ed è massima nei periodi estivi, nonché superiore nelle regioni del sud rispetto a quelle del Nord per le differenze climatiche.

Quindi le emissioni annuali sono dovute principalmente a emissione primaverile ed estiva e d’estate sono circa 3 volte superiori che in inverno. La volatilizzazione allo stoccaggio è bassa rispetto al totale (10%) ed è inibita dalle piogge, aspetto particolarmente importante quest’anno nel quale abbiamo registrato un inverno molto piovoso fino a fine dicembre.
Molti allevamenti si sono adeguati per prevenire questa volatilizzazione con copertura dei vasconi o con l’uso di biodigestori; in quelli che non hanno coperture artificiali spesso si forma una crosta naturale che limita comunque le emissioni di ammoniaca. La fase di emissione allo spandimento dovrebbe essere molto bassa (molto vicina a zero) se la pratica è eseguita secondo la norma con immediato interramento del refluo.

Infine, le deiezioni suine sono veicolate nella maggior parte degli allevamenti a mezzo liquido e con additivi acidificanti che riducono la volatilizzazione dei composti. Facendo i conti, nel periodo novembre 2019 febbraio 2020 (4 mesi) è stato emesso solo il 21% della ammonica che si produce in un anno in un allevamento (forse meno).
Dunque, il contributo degli allevamenti al PM10, meno del 20% su base annua concentrato in estate; volatilizzazione da vasche e campi, praticamente nulla: gli allevamenti non hanno contribuito agli aumenti osservati di PM10 nei mesi coincidenti con la prima diffusione del Covid19. I picchi invernali osservati nelle serie storiche delle emissioni PM10 di alcune provincie lombarde sono dovuti principalmente a riscaldamento (soprattutto a legna) e all’aumento di traffico veicolare di questo periodo.

 

3 – Gli allevamenti, soprattutto gli intensivi, possono rappresentare un rischio per incubazione e trasmissione del Covid19?

Non esiste nessuna evidenza scientifica che gli animali zootecnici possano rappresentare un pericolo per il contagio di Covid19. Ricerche condotte dal Federal Research Institut for Animal Health della Repubblica Federale Tedesca, escludono che il virus possa svilupparsi in suini e polli, anche dopo la loro infezione sperimentale. Per contro, gli allevamenti, soprattutto quelli intensivi, sono un presidio di biosicurezza per animali e uomini in quanto tutte le precauzioni sono costantemente assunte per evitare che agenti infettivi esogeni possano compromettere la salute degli animali e possano trasmettersi all’uomo.



Redazione

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