Giustizia climatica: storica sentenza per le cause contro le aziende inquinanti

È un verdetto destinato a fare scuola quello pronunciato dalle Sezioni Unite della Corte di Cassazione: da oggi, nel nostro Paese, è possibile ottenere giustizia climatica.
Lo ha stabilito l’Ordinanza n. 13085/2024, accogliendo il ricorso promosso da Greenpeace Italia, ReCommon e 12 cittadine e cittadini italiani contro ENI, Cassa Depositi e Prestiti e il Ministero dell’Economia e delle Finanze.

Per la prima volta, la Corte Suprema italiana riconosce in modo chiaro e inequivocabile che i diritti fondamentali minacciati dalla crisi climatica possono essere tutelati in sede giudiziaria. Le imprese – anche le più potenti – potranno essere citate in giudizio per i loro comportamenti dannosi nei confronti del clima e dell’ambiente.

Il caso che ha cambiato le regole del gioco

La causa – denominata La Giusta Causa – è stata presentata nel 2023 da Greenpeace, ReCommon e 12 cittadini per chiedere che ENI, insieme ai suoi principali azionisti pubblici, rispetti gli obiettivi dell’Accordo di Parigi, e risponda dei danni presenti e futuri causati dalle sue politiche industriali e dalla sua condotta climalterante.

ENI e le altre controparti avevano eccepito l’inammissibilità della causa, sostenendo che il giudice ordinario italiano non avesse giurisdizione. Ma la Suprema Corte ha ribaltato questo impianto difensivo: il diritto a un’azione civile per motivi climatici esiste, è legittimo e deve essere garantito.

Una svolta nella climate litigation italiana

Con questa sentenza, l’Italia si allinea ai Paesi più avanzati sul fronte della climate litigation, come Paesi Bassi, Francia, Germania e Stati Uniti, dove negli ultimi anni i tribunali hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nel riconoscere le responsabilità ambientali di imprese e governi.

Secondo la Cassazione, non si può più invocare la libertà d’impresa come scudo per danneggiare il clima. Le aziende – specialmente quelle attive nel settore fossile – dovranno ora tenere conto di potenziali responsabilità civili legate alle emissioni, alla transizione ecologica e all’impatto ambientale delle loro strategie.

Anche le emissioni prodotte all’estero dalle controllate di un’azienda italiana possono essere sottoposte alla giurisdizione del giudice italiano, se provocano danni in Italia o derivano da decisioni prese dalla casa madre sul nostro territorio. È un punto cruciale, che riconosce la dimensione globale dell’inquinamento ma l’obbligo di rispondere localmente degli effetti prodotti.

Quali saranno le conseguenze?

Le implicazioni della sentenza sono enormi. Ogni impresa – in particolare nei settori energia, costruzioni, trasporti e finanza pubblica – dovrà valutare con attenzione l’impatto climatico delle proprie attività, anche in termini di potenziali contenziosi legali.

Non sarà più sufficiente dichiarare impegni di sostenibilità o pubblicare report ESG. Le aziende potrebbero essere chiamate a rispondere in tribunale delle loro azioni, se queste risultano incoerenti con gli obiettivi climatici internazionali o lesive dei diritti fondamentali delle persone.

Secondo Greenpeace e ReCommon, questa sentenza «apre la strada a tutte le cause climatiche in corso o future nel nostro Paese» e rafforza l’idea che la tutela del clima sia parte integrante della tutela dei diritti umani.

Un passo storico, in attesa del merito

Il giudice a cui è affidato il procedimento dovrà ora esprimersi nel merito della causa promossa contro ENI. Ma una cosa è certa: il diritto di agire esiste, ed è stato riconosciuto al massimo livello della giustizia italiana.

Con questa pronuncia, la giurisprudenza italiana compie un passo avanti decisivo, e si dota di un nuovo strumento per affrontare la crisi climatica: la responsabilità civile delle imprese inquinanti.

Un segnale forte che arriva mentre l’emergenza ambientale si fa sempre più urgente, e che – come sottolineano le organizzazioni ambientaliste – rafforza anche la legittimità delle future azioni legali in difesa del pianeta.