Le tecnologie digitali, dai sensori IoT alla robotica, dall’AI alla blockchain, stanno trasformando zootecnia e agricoltura, migliorando benessere animale, tracciabilità e sostenibilità, riducendo costi e uso di risorse.
L’agricoltura e la zootecnia italiane stanno entrando in una fase di trasformazione che non ha precedenti per velocità e profondità. Le filiere bovina, suina e avicola, che da sole valgono circa 11 miliardi di euro nella fase agricola e oltre 33 miliardi includendo la trasformazione, rappresentano un pilastro economico di un settore agroalimentare che in Italia pesa 248 miliardi di euro, pari al 13% del PIL.
In questo contesto così rilevante, la digitalizzazione non è più un’opzione futuristica, ma uno strumento essenziale per mantenere competitività, sicurezza alimentare e sostenibilità ambientale. L’Italia, quinto produttore europeo di carni con circa 3,7 milioni di tonnellate all’anno, si muove infatti in un quadro globale in cui la domanda di proteine animali è destinata a crescere del 21% entro il 2050, mentre la popolazione mondiale si avvicinerà ai 10 miliardi di individui.

Un divario digitale importante
Il patrimonio zootecnico nazionale conta oggi 5,5 milioni di bovini, 8,4 milioni di suini e 146 milioni di capi avicoli per ciclo produttivo, con una concentrazione al Nord che ospita oltre il 70% dei bovini e l’88% dei suini. Questo squilibrio territoriale rende ancora più evidente il divario digitale del Paese: solo il 15,8% delle aziende agricole utilizza strumenti digitali, ma la percentuale supera il 30% nelle regioni settentrionali e precipita al 6–7% nel Mezzogiorno.
La dimensione aziendale amplifica ulteriormente le differenze: tra gli allevamenti con più di 100 Unità di Bestiame Adulto (UBA) il livello di digitalizzazione raggiunge il 71,6%, mentre tra le micro-aziende si ferma al 13,4%. Anche l’età dei conduttori pesa in modo significativo: le aziende guidate da under-45 presentano un tasso di digitalizzazione superiore al 32%, mentre quelle con titolari oltre i 64 anni scendono sotto l’8%.
Eppure, dove la digitalizzazione si afferma, gli effetti sono tangibili. Intelligenza artificiale e machine learning stanno rivoluzionando la capacità delle imprese di analizzare dati e anticipare criticità. L’uso combinato di droni, immagini multispettrali, modelli predittivi e sensori ambientali consente di riconoscere stress delle colture e segnali precoci di malattia degli animali, ottimizzando i trattamenti e riducendo sprechi di risorse.
Tecnologie digitali in zootecnia
Nella zootecnia, sensori indossabili, piattaforme di telemetria e sistemi avanzati di monitoraggio sono in grado di segnalare in tempo reale alterazioni del comportamento, variazioni di temperatura corporea, cali di ingestione. L’applicazione diffusa di queste tecnologie può ridurre la mortalità animale fino al 20% e l’uso di antibiotici del 15%, con benefici evidenti sia per il benessere animale sia per la sostenibilità sanitaria complessiva delle filiere.
Accanto all’intelligenza artificiale, anche l’Internet of Things (IoT) sta assumendo un ruolo sempre più centrale. La possibilità di collegare stalle, terreni, impianti di ventilazione, robot di alimentazione e sistemi di gestione tramite reti di sensori permette di costruire una visione continua e integrata delle aziende. In un settore caratterizzato da margini ridotti e forte volatilità dei costi, la disponibilità di dati aggiornati in tempo reale diventa un fattore competitivo decisivo. A questa evoluzione si affianca il crescente impiego della blockchain, che introduce nuove forme di tracciabilità e trasparenza, capaci di restituire al consumatore informazioni certe sulla storia di ogni prodotto, dalla nascita dell’animale alla distribuzione finale.
La robotica poi sta cambiando la quotidianità degli allevamenti e dei campi. Non si tratta più di semplici macchine automatizzate, ma di sistemi intelligenti in grado di prendere decisioni autonome e adattarsi alle condizioni operative. Robot diserbanti dotati di visione artificiale, macchine per la distribuzione selettiva dei trattamenti, droni capaci di mappare con precisione centimetri di terreno, fino ai robot di mungitura diffusi negli allevamenti più evoluti: tutto converge verso una gestione sempre più precisa, personalizzata e sostenibile. Questa evoluzione è particolarmente rilevante in un Paese come l’Italia, dove la carenza di manodopera agricola è ormai strutturale e rende indispensabile ridurre l’impiego di lavoro manuale non specialistico.
Anche sul fronte ambientale, la digitalizzazione rappresenta una leva essenziale.
Le emissioni nazionali di gas serra sono diminuite del 20% dal 1990, e il contributo della zootecnia si attesta oggi al 5,8% del totale, con le carni che pesano solo il 3,7%. Numeri inferiori alle medie globali ed europee, ma che possono essere migliorati ulteriormente grazie a una gestione più precisa degli input e a sistemi predittivi capaci di ottimizzare alimentazione, ventilazione ed efficienza energetica. E, se si parla di efficienza, le tecnologie digitali consentono inoltre di valorizzare un tratto spesso trascurato della zootecnia: l’86% dell’alimentazione degli animali è costituito da prodotti non edibili per l’uomo, trasformati grazie agli allevamenti in cibo ad alta densità nutrizionale.

Il Manifesto SMART MEAT 2023
A coordinare questa spinta innovativa in Italia è stato in particolare il Manifesto SMART MEAT 2030, che propone una visione sistemica della digitalizzazione delle filiere animali. Il documento sottolinea la necessità di infrastrutture digitali adeguate nelle aree rurali, di nuove competenze per gli operatori, di una solida cultura della cybersecurity e soprattutto di un cambio di paradigma fondato sui dati.
“Siamo agli albori di una nuova rivoluzione, quella della trasformazione digitale”, osserva il Professor Giuseppe Pulina, Ordinario di Etica e Sostenibilità degli Allevamenti presso l’Università di Sassari e fra gli autori del rapporto La transizione digitale delle filiere italiane della carne, da cui il succitato Manifesto ha avuto origine: “Se precedentemente, a partire dagli anni duemila, gli aumenti produttivi erano generati per due terzi dalle informazioni e per un terzo dagli input di acque, terre e energie, oggi possiamo ambire a una ‘super sostenibilità’, dove gli aumenti produttivi sono generati per oltre il 100% da informazione e dalla riduzione degli input. In termini termodinamici: il sistema produce di più, consumando di meno”.











