L’organizzazione ambientalista BLOOM denuncia l’inconsistenza della terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano ospitata dalla Francia.
La terza Conferenza delle Nazioni Unite sull’oceano (UNOC 3), ospitata dalla Francia a Nizza, si è conclusa con un vuoto diplomatico e l’assenza di impegni concreti per la protezione degli ecosistemi marini globali.
Un summit senza contenuti mentre il pianeta brucia
Mentre il mondo affronta una crisi climatica senza precedenti e la biodiversità marina è a rischio di collasso, i “negoziati” della conferenza si sono rivelati inconsistenti, evitando accuratamente i due temi più cruciali per l’oceano: la pesca industriale e i combustibili fossili.
La Dichiarazione di Nizza, documento finale non vincolante emerso dall’UNOC, è priva di ambizione : il testo ignora completamente il tema della pesca industriale e non affronta i principali strumenti necessari per una transizione verso pratiche di pesca sostenibili, come la riforma dei sussidi pubblici o il divieto di tecniche distruttive nelle aree marine protette. In particolare, nessuna menzione è stata fatto riguardo alla necessità di mettere fine alla pesca a strascico, metodo di pesca dall’impatto devastante per i fondali marini e la biodiversità che essi ospitano, ma nonostante questo ancora permessa nelle aree marine dette, a torto, “protette”.
Ugualmente, riguardo al cambiamento climatico, la dichiarazione si limita a proporre di “minimizzarne” gli impatti senza attaccare la radice del problema, ovvero la produzione e il consumo di combustibili fossili. Un approccio che BLOOM, definisce “criminalmente inadeguato” e indifferente alle richieste della scienza, dell’opinione pubblica e di un fronte crescente di esponenti del mondo politico all’internazionale (145 parlamentari di 39 paesi tra cui l’Italia hanno recentemente chiesto ai leader mondiali di sostenere un trattato di non proliferazione dei combustibili fossili all’occasione di UNOC).
I rari esempi virtuosi di leadership internazionale e il cattivo esempio dell’Italia e della Francia
Durante la conferenza per gli oceani, solo una manciata di paesi ha annunciato delle misure all’altezza di questo appuntamento:
- Regno Unito: Ha annunciato il divieto della pesca a strascico in metà delle sue aree marine protette inglesi, dimostrando un vero impegno per la protezione degli ecosistemi marini.
- Samoa: Ha implementato nove nuove aree marine protette per raggiungere il 30% di protezione delle proprie acque, su una superficie equivalente al Vietnam dove la pesca è completamente vietata.
- Polinesia Francese: Ha annunciato la creazione di una nuova area marina protetta di oltre 5 milioni di km², di cui 900.000 km² completamente protetti da qualsiasi attività di pesca.
Impegno dell’Italia: non pervenuto. Il governo italiano ha partecipato a UNOC con una delegazione ridotta all’osso e senza nessun vero mandato politico. Risultato, l’Italia esce da questa conferenza come un attore di secondo piano, una comparsa su scala globale sulle tematiche della protezione degli oceani e della promozione dell’economia blu sostenibile. Per un paese radicato nel Mediterraneo, che ospita nelle sue acque una biodiversità gigantesca ma minacciata dai cambiamenti climatici e dalla sovrappesca e in cui l’economia blu ha un’importanza capitale, questa indolenza e questo immobilismo sono vergognosi e inammissibili.
Ugualmente, BLOOM denuncia quello che definisce un “inganno ecologico” del governo francese, che avrebbe annunciato la creazione di nuove aree marine “fortemente” protette nelle acque metropolitane dove la pesca a strascico sarebbe stata vietata, salvo poi scoprire che in quelle zone tale pratica è già proibita in conformità alle regolamentazioni europee sulla pesca in acque profonde.
La controversia ha portato BLOOM ad annunciare un’azione legale contro lo Stato francese e a chiedere le dimissioni del ministro della Transizione ecologica Agnès Pannier-Runacher.
Il paradosso del trattato sull’alto mare
La sola vera “vittoria” proclamata di questa conferenza è l’entrata in vigore del trattato sull’alto mare delle Nazioni Unite (BBNJ agreement), che definisce le norme di protezione ambientale per le acque internazionali. Avendo ottenuto in questi giorni l’impegno di più di 60 membri dell’ONU, questo trattato dovrà poter essere attivo a partire dal gennaio 2026. Ciononostante, BLOOM sottolinea come questo strumento abbia limitazioni significative: solo il 10% della pesca mondiale avviene infatti in acque internazionali, percentuale che scende all’1% per i pescherecci a strascico, quelli più impattanti sugli ecosistemi.











