Non toccate quelle polveri

E’ stato presentato il dossier di PeaceLink sulle polveri killer provenienti dall’ILVA che ricadono sulla città di Taranto sfuggendo alle centraline.  bioecogeo_polvere-nera
Dati ancora più inquietanti, rispetto a quelli già noti, sono giunti dal report di PeaceLink sulla natura delle polveri che si depositano sulla città di Taranto.
Secondo l’associazione non sono solo le polveri rosse (provenienti dal parco minerali ILVA e che prendono questo colore dalla presenza di ferro) a ricadere sui tarantini e sulle loro case, ma le ancor più temibili polveri nere che, oltre a ricadere sul vicino Quartiere Tamburi, hanno un raggio d’azione fino a cinque chilometri dallo stabilimento.
Le polveri nere sono una miscela di inquinanti provenienti dal processo produttivo, un vettore di diffusione della contaminazione con una vasta gamma di inquinanti che si formano durante i processi di sinterizzazione del ferro e poi di produzione della ghisa.

Ma perché sono tanto pericolose queste polveri?
Lo abbiamo chiesto a Alessandro Marescotti, Presidente di PeaceLink.

Cosa cambia se le polveri provengono dall’interno del ciclo produttivo e dai processi di combustione?
«La “polvere nera” che si poggia sui balconi è molto, ma molto più tossica di quella del parco minerali. Ecco perché la definiamo polvere “mortale”. Contiene una vasta schiera di sostanze tossiche, dalle diossine ai metalli pesanti, passando per gli IPA. Riassumendo: se pensiamo alle migliaia di tonnellate di polveri dei parchi minerali, possiamo dire che in gran maggioranza non sono visibili dalle centraline in quanto sono più pesanti del PM10.
Solo la frazione più leggere viene misurata, ma quella dei balconi no, idem per il particolato pesante che esce dagli impianti e che veicola una quantità impressionante di veleni. Non sono intercettati dalle centraline».

Perché accade questo? Perché le centraline non vedono oltre il PM10?
«Perché il particolato dei motori moderni non è grossolano, ma arriva fino al PM10. Diverso è il caso di Taranto che subisce la pioggia di un particolato di varie dimensioni, e nello specifico  di un particolato grossolano impregnato di molteplici sostanze tossiche, con cui entriamo in contatto in modi differenti e che contamina l’ambiente, fino alla dimensione indoor del nostro vivere quotidiano. Ma non è finita qua. Le “polveri nere” del processo produttivo dell’area a caldo che, ricordo, contengono non solo il minerale ma anche un’ampia gamma di inquinanti molto tossici, hanno invece un raggio d’azione molto più ampio e impattano sull’intera città, pur rimanendo il quartiere Tamburi la principale vittima della elevata nocività di tali polveri».

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Si possono toccare le “polveri nere”?
Precauzionalmente non andrebbero toccate. Quelle polveri descritte hanno caratteristiche tossiche intrinseche e sono pericolose anche per contatto dermico. Le sostanze organiche in esse miscelate sono a lungo andare nocive per la salute anche perché – oltre al rischio di inalazione – possono essere assorbite dalla pelle. Durante le pulizie andrebbero usati guanti protettivi. Ma non quelli bianchi di lattice perché in certi casi anche quelli di lattice sono penetrabili dalle sostanze tossiche presenti nelle “polveri nere. Bisogna usare “guanti azzurri” di nitrile o di poliuretano ad uso industriale. Chi deve pulire i balconi dovrebbe andare in ferramenta per dotarsi di guanti idonei a proteggere completamente le mani dalla potenziale contaminazione delle polveri tossiche.



Redazione

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