COP30 conclusa. L’eredità lasciata da Belém

Belém ha chiuso i battenti sotto una pioggia tropicale incessante, mentre delegati e giornalisti cercano letteralmente di entrare in plenaria passando da porte secondarie e corridoi improvvisati. È una fotografia che racconta più di tante parole: la COP30 non è stata soltanto negoziati, ma il riflesso di un mondo che fatica a trovare un accordo comune in un momento in cui il tempo, semplicemente, non c’è più.

La Conferenza si conclude con un documento finale chiamato Mutirão – parola brasiliana che evoca comunità, collaborazione, decisione condivisa. Ma la realtà è stata diversa: metà dei Paesi presenti ha espresso frustrazione, quando non aperto dissenso. Il Mutirão, insomma, nasce con un nome che non gli appartiene del tutto. Eppure, paradossalmente, alcuni osservatori invitano a vedere il bicchiere mezzo pieno: “almeno non siamo tornati indietro”, è il commento amaro che circola nelle sale. Nel 2025, mantenere gli impegni esistenti sembra già una conquista.

Nulla sul phase-out dai fossili e deforestazione rinviata

Non arriva alcun passo avanti concreto sull’uscita dai combustibili fossili. La discussione viene rimandata, ancora una volta, a futuri “meccanismi” promessi dal governo brasiliano. Stessa storia per lo stop alla deforestazione, tema centrale per chi, come il Brasile, custodisce la porzione più vasta della foresta amazzonica.

Si salva almeno un impegno: la conferma della promessa di triplicare i fondi per l’adattamento climatico, indispensabili per i Paesi più vulnerabili e in particolare per gli Stati insulari. Una conquista che però arriva con una beffa temporale: il termine slitta dal 2030 deciso a Baku a un più vago 2035.

Per molte piccole nazioni, che vedono letteralmente scomparire le proprie terre dalle mappe, è un rinvio che brucia.

La forza che arriva dal basso: la Cupola dei Popoli e la Flotilla amazzonica

Se i negoziati istituzionali hanno deluso, la COP30 è entrata nella storia per tutto ciò che è accaduto fuori dalle sale ufficiali.

Belém ha visto una mobilitazione senza precedenti:

  • oltre 4.000 leader indigeni,

  • difensori dei diritti umani in prima fila,

  • decine di migliaia di attivisti,

  • paesi come Colombia e Panama – martoriati da estrattivismo, narcotraffico e pressioni internazionali – diventare voce e coscienza di oltre 80 nazioni.

La Amazon Flotilla, una carovana fluviale di comunità indigene provenienti da tutto il Sud America, ha attraversato i fiumi amazzonici issando bandiere della pace, dell’Amazzonia e della Palestina. Una scena potente, simbolica, che ha raccontato molto più dei comunicati ufficiali.

È stata questa società civile a colmare il silenzio di un’Europa stanca, presente nei negoziati ma priva di una vera leadership politica. Ed è stata sempre questa energia a trasformare Belém in qualcosa di più di una semplice conferenza: un laboratorio di resistenza, creatività politica e giustizia climatica.

Oltre il multilateralismo in crisi: ricostruire dalle macerie

La COP30 ha mostrato una verità ormai innegabile: il multilateralismo è fragile. Non si può parlare di decisione condivisa quando metà dei presenti non si riconosce nel documento finale.

Eppure, proprio da questa frattura nasce la possibilità di un nuovo inizio. Non fingere che i problemi non esistano, ma ricostruire pezzo dopo pezzo un nuovo patto internazionale, guidato da chi oggi paga il prezzo più alto.

Forse saranno proprio i “bambini dell’America Latina”, le comunità indigene, le isole del Pacifico e i giovani difensori dei diritti umani a portare quella determinazione e quella lucidità che le grandi potenze non sembrano più avere.

All’apertura della conferenza, il segretario esecutivo dell’UNFCCC Simon Stiell aveva parafrasato Roosevelt: “La storia non ricorderà chi critica dai margini, ma chi resta nell’arena, nonostante fatica, sangue e sudore.”

Alla fine, questa COP30 una scintilla l’ha accesa: piccola, fragile, ma ostinata. Quella della società civile che non si arrende.
Ora lo sguardo si sposta alla prossima tappa: aprile, in Colombia. Dove, forse, quell’energia potrà trasformarsi in un nuovo slancio politico.

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