Domani lo scrittore Erri De Luca sarà processato per istigazione al sabotaggio a favore della protesta No Tav in Val di Susa. Dice con determinazione che “questa incriminazione” è il suo “primo premio letterario italiano”. E “non importa – ironizza – che sia l’unico candidato a ricevere il premio della dichiarazione più pericolosa d’Italia”. Lo fa nel pamphlet a difesa della libertà di opinione ‘La parola contraria’ che esce per Feltrinelli prima che lo scrittore arrivi sul banco degli imputati.
“Per me, da scrittore e da cittadino, la parola contraria è un dovere prima di essere un diritto” sottolinea e ricorda, citando Pasolini, Goethe e Rushdie che “se dalla parola pubblica di uno scrittore seguono azioni, questo è un risultato ingovernabile e fuori del suo controllo”. Prima del processo è arrivata anche la solidarietà spontanea di tanti ed è stata aperta la pagina internet “iostoconerri” che ha dato “prova concreta che l’incriminazione non ha isolato, ma istigato alla reazione opposta” spiega De Luca. Così, “nell’aula di tribunale di Torino il 28 gennaio 2015 non sarà in discussione la libertà di parola. Quella ossequiosa è sempre libera e gradita. Sarà in discussione la libertà di parola contraria, incriminata per questo” sottolinea De Luca che chiede anche sia lo “Stato a costituirsi parte civile” e non la ditta privata francese, Ltf sas, che ha depositato la denuncia contro di lui il 10 settembre 2013 presso la procura di Torino.
“Mi si processa per una dichiarazione contro un’opera solenne e strategica del nostro territorio e in caso di condanna dovrei rimborsare un’azienda francese anziché lo Stato italiano?”, si chiede lo scrittore. La denuncia riguarda “frasi dette e pubblicate – come spiega De Luca in una breve ricostruzione, in apertura del libro – su Huffington Post Italia e Ansa” nel settembre 2013 in cui lui affermava: “Il sabotaggio è l’unica alternativa” (1 settembre 2013 Huffington Post) e “resto convinto che il Tav sia un’opera inutile e continuo a pensare che sia giusto sabotare quest’opera” (5 settembre 2013 Ansa).
La vittima non è lo scrittore quanto piuttosto, sostiene lui stesso, “l’articolo 21 della Costituzione italiana” secondo cui “tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione”. E se la sua opinione è un reato, lui è deciso a continuare a commetterlo, scrive anche contro il parere dei suoi avvocati, Gianluca Vitale e Alessandra Ballerini. “Se dichiarato colpevole delle mie parole, ripeterò lo stesso reato da criminale incallito e recidivo” e “se condannato” (la pena varia da uno a cinque anni) afferma di essere pronto a vedersi negato “il beneficio della sospensione condizionale della pena, che si applica all’ipotesi che il reo non ci ricaschi”. De Luca rivendica anche “il diritto di adoperare il verbo sabotare come pare e piace alla lingua italiana” e fa notare che “il suo impiego non è ristretto al significato di danneggiamento materiale, come pretendono i pubblici ministeri di questo caso”, ma che ha “vasta applicazione in senso figurato e coincide con il significato di ostacolare”. Bastava, dunque, “consultare il vocabolario per archiviare – conclude – la denuncia sballata di una ditta francese”.