La sostenibilità alla prova del Covid19

In un periodo di crisi e incertezza abbiamo deciso di rivolgere alcune domande a Danilo Devigili – consulente che da oltre 20 anni si occupa di analizzare fenomeni complessi e implementare strategie trasformative, applicando il paradigma dello sviluppo sostenibile – per capire come le aziende supereranno Covid19.

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Chi, come te, si occupa di sostenibilità come ha vissuto il periodo di lockdown?

Per noi di Collectibus non posso dire siano stati due mesi di riposo, la maggior parte dei nostri clienti continua ad essere attiva sui progetti di sostenibilità e grazie alla tecnologia riusciamo a portare avanti le attività a distanza. Abbiamo approfittato per scrivere policy e ragionare con alcuni di loro su come aggiornare strategie e piani di sostenibilità, andando inevitabilmente a ripensare o rimodulare alcuni progetti ed interventi in base alle sopraggiunte priorità. Un’occasione unica, visto il rallentamento delle attività ordinarie, che ci ha permesso di fare un’azione di mentoring sui temi più caldi in favore dei manager più giovani, o da poco in azienda, e di approfondire alcuni temi più materiali con i nostri CSR manager, riportando in auge progetti che si rivolgono maggiormente agli stakeholder interni o alla comunità.

Il grande tema della sostenibilità, e della sua implementazione in azienda, è una issue ora messa da parte in seno alle direzioni aziendali?

È presto per dirlo, dal mio punto di osservazione vedo ancora centrale il tema della sostenibilità anche se più focalizzata su impatti che hanno a che fare col benessere delle persone, anche se non vorrei ci perdessimo l’ambiente. Una declinazione della sostenibilità meno legata ai grandi obiettivi degli SDGs – che rimarranno materia più per i policy maker – e più attenta a obiettivi di sviluppo che le aziende forse hanno già “nel loro giardino”, penso ad esempio all’inquinamento da loro prodotto e più in generale a quegli impatti che sono più facili da misurare e sui quali possono agire concretamente. Mi aspetto comportamenti divergenti: tra chi la sostenibilità la vede come un elemento imprescindibile nella costruzione dei propri modelli di business, continuando ad implementarla al suo interno (anche perché la sostenibilità si porta dietro il concetto di resilienza, che è fondamentale in questo momento) e chi ha preso la sostenibilità alla leggera, abbandonandola ora repentinamente e rischiando così di perdere l’orientamento e vedere danneggiata la propria reputazione.

Le aziende che negli scorsi anni hanno investito in tal senso si sono trovate meno impreparate ad affrontare la crisi scatenata da questa pandemia? Saranno facilitate nell’assumere scelte dirimenti per il loro futuro?

Secondo me sì. Le aziende che hanno investito in sostenibilità abbracciano un approccio science based, in altre parole sono più realiste, reattive agli shock e questo certamente le avvantaggia rispetto ad altre. C’è un elemento su cui il movimento della sostenibilità ha lavorato maggiormente e che si può sintetizzare così: vincono le aziende in cui vi sono dei valori autentici condivisi dalle persone. Perché in un momento come questo sono i collaboratori che credono veramente nel progetto aziendale quelli più responsabili, capaci di fare la differenza. Le aziende che hanno investito nello sviluppo sostenibile, saputo creare e condividere una base di valori coi loro dipendenti ma anche coi propri clienti sapranno affrontare meglio questa transizione. Il lavorare per un bene comune ha creato oggi un collante fondamentale, che riscontro in molti miei clienti che stanno facendo dei miracoli proprio perché i collaboratori seguono i manager non per paura di perdere il posto o per la mera remunerazione, ma perché credono profondamente in quello che fanno e lo vogliono preservare. Chi al contrario ha fatto greenwashing non potrà contare su questa riserva “aurea” e si starà chiedendo, con timore, come ripartire.

Una lente sostenibile aiuta forse a capire meglio questo fenomeno planetario, in particolare le sue origini? Che idea ti sei fatto?

Il tema delle pandemie, se guardiamo ai rischi mondiali, era mappato fino a non molto tempo fa, perché c’erano state Sars ed Ebola. Se poi si prestava attenzione agli allarmi lanciati da autorevoli organizzazioni internazionali, possiamo affermare che le avvisaglie c’erano tutte. Certo che la violenza con cui questa emergenza sanitaria ha sconvolto le nostre vite ha sinceramente sorpreso tutti noi. Quello che questa pandemia ci sta insegnando in modo plastico è che dobbiamo interiorizzare, una volta per tutte, il concetto di limite. Tutti quelli che parlano seriamente di sostenibilità hanno bene in mente questo concetto [Devigili qui ricorda che il libro commissionato al MIT dal Club di Roma nel 1972 si intitolava “I limiti dello sviluppo”, ndr], si tratta, ora più che mai, di renderlo familiare a l’intera business community. Dovremmo renderci conto che accettare i limiti è un modo per cercare – paradossalmente – di crescere in modo intelligente, altrimenti ripeteremo in continuazione gli stessi errori. La sostenibilità ci insegna a misurarci con i limiti e a modificare noi stessi e i nostri comportamenti. Naturalmente parlare di limite allo sviluppo con quelle popolazioni che nel mondo stanno già affrontando la scarsità d’acqua o altri sconvolgimenti socio ambientali è più facile. Qualcosa con cui noi europei non abbiamo familiarità, essendo stati finora molto fortunati e lontani da questi rischi sistemici, ma dobbiamo prenderne coscienza e agire prima che sia davvero troppo tardi.

Nel 2019 e ancora ad inizio anno si parlava molto del tema plasticfree. Come è cambiata e cambierà l’agenda setting sostenibile trascorsa l’emergenza sanitaria?

Io il tema plastic free non lo dimenticherei. Dobbiamo pensare alle conseguenze che avrebbe un mondo NO plastic free. Non va demonizzata la plastica, ma le tematiche della sostenibilità vanno lette in termini di impatto sulla salute, quindi la domanda è: ma la plastica oggi che bilancio ci fornisce rispetto alla salute delle persone? Ci sono alcune cose a favore ma molte negative come le microplastiche disperse nell’ambiente o il rilascio di sostanze tossiche durate il loro processo di incenerimento. Bisognerebbe rivedere le priorità dell’agenda setting comprendendo qual è l’impatto in termini di benessere dell’uomo e dell’ambiente. Personalmente sono contro le posizioni estremiste che dicono “bandiamo la plastica!”; va utilizzata dove serve, ma laddove non è necessaria o addirittura uno spreco cerchiamo di farne a meno o utilizzare materiale di riciclo. Sicuramente l’agenda setting subirà un cambiamento perché è stata molto influenzata dagli aspetti emotivi, ma mi auguro che l’eredità positiva della pandemia sia anche quella di un recupero e riscoperta del valore della competenza.

In questo senso le aziende cosa faranno?

L’impresa potrebbe ricoprire per sé un ruolo illuminato. Basti vedere come le fabbriche abbiano continuato ad operare in questi due mesi: ci sono quelle che hanno messo in pratica le misure più opportune per la salute delle proprie persone, ma ci sono pure quelle non si sono poi tanto preoccupate di ciò. Non lo so come finirà, mi auguro prevalga il modello responsabile e sostenibile. Certamente la contrapposizione salute-lavoro è un falso ideologico non più accettabile nel 2020, quando è dimostrato che si possa lavorare in condizioni di sicurezza, quindi bene un serio confronto tra le parti e se serve una regolamentazione reciproca, consapevoli che questo era auspicabile anche prima dell’avvento di Covid19.

Cosa, invece, dovrebbero fare?

Auspico possa attecchire una visione umanistica della sostenibilità, intesa come via per creare un comune destino in cui il concetto di valore condiviso sia tangibile e non sono una bella teoria. Decenni di consulenza mi portano a dire che bisogna mettere in discussione i modelli di business. Perché se pensi che bisogna procedere come si è sempre fatto, continuando a spendere le risorse in un certo modo e vedere la sostenibilità come un di più, si alimenterà la convinzione che le risorse per attuare un new deal aziendale non ci siano. Ci troveremo così a constatare, di anno in anno, il depauperamento della parola progresso. Fare sostenibilità non vuol dire spendere di più, ma investire i budget aziendali in maniera diversa e auspicabilmente più efficace. Non è un caso che quando sono riuscito a convincere un’azienda ad abbracciare veramente la sostenibilità le risorse si sono sempre trovate, andando a mettere in discussione scelte del passato che il tempo aveva messo “fuorigioco”. In ultima analisi, mi permetto di suggerire alle aziende di essere anticonformiste, perché se gli standard sono importanti per avere delle metriche e alcuni benchmark, poi bisogna sapere tracciare nuove vie, trovare la propria strada, il proprio approccio – in poche lo hanno fatto finora – e dare vita a progettualità e partnership davvero generative.



Andrea De Bortoli

Si prende cura della reputazione delle imprese e di tutte le forme organizzative, spronandole ad adottare il paradigma dello sviluppo sostenibile e a comunicare il loro impegno.


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