Perché la filiera della carne non è così insostenibile come la si dipinge

La produzione di carne ha indubbiamente un impatto ambientale, e questo può essere più elevato di quello per la produzione di altri alimenti. Detto questo, c’è da considerare da una parte che molti di questi impatti sono minori di quanto si dica, dall’altra che la filiera zootecnica europea ed italiana in particolare ha metodi di produzione molto meno impattanti sull’ambiente e sull’uso di risorse.

Questo, per quanto possa sembrare strano, proprio perché spesso gli animali sono allevati in stalla, invece che su pascoli molto estesi. L’allevamento estensivo è infatti bello da vedere e ci fa pensare che gli animali stiano sempre meglio, anche se sono più esposti a intemperie, predatori e malattie, ma è l’allevamento in stalla che comporta un minor uso di acqua e ridotte emissioni, oltre che una maggiore efficienza nell’uso di risorse, e di mangimi.

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Consumo d’acqua

Facciamo un esempio, quello del consumo di acqua. Non è vero che ne servono 15mila litri per produrre un chilogrammo di manzo: in Italia ce ne vogliono 790. Questo perché l’impronta idrica, o Water Footprint, la stima che ha reso noto l’eclatante dato dei 15mila litri, non fa distinzione tra i diversi tipi di acqua: verde (ossia piovana, che torna per evo-traspirazione nel suo ciclo naturale, usata per i foraggi), grigia (quella di scarico, da trattare o depurare) e blu (quella effettivamente prelevata da falde o corpi idrici superficiali). L’acqua verde, quella che torna nel ciclo dell’acqua, nella produzione di carne è oltre il 90% di quella usata.

 

Emissioni

Vogliamo parlare di emissioni? Se si considerano quelle dei ruminanti, ha più senso calcolare quelle di metano, gas che ha un effetto serra molto più potente di quello della CO2, ma che a differenza di questa resta in atmosfera una decina di anni, non per secoli. È uno dei principali motivi per cui non ha senso calcolare tutto in CO2 equivalente. Le maggiori emissioni di anidride carbonica sono legate al settore energetico e soprattutto dei trasporti. Basti pensare che un singolo volo a/r Roma-Bruxelles genera più CO2 del consumo medio (moderato) di carne e salumi di un italiano per un intero anno.

C’è chi si illude di fare il bene del clima scegliendo l’opzione “veg” del menu sul suo ennesimo aereo, ma purtroppo non è così semplice. Anche perché mentre le emissioni dovute agli allevamenti sono in costante calo da anni, per le emissioni legate a traffico, industrie ed energia nel mondo è esattamente il contrario: sono in costante crescita.

 

Gli sprechi

Un altro aspetto importante in questo senso è che la filiera della carne è virtualmente senza sprechi. La carne è infatti solo uno delle migliaia di prodotti che si ottengono dagli animali da reddito. È famoso il detto del maiale, di cui non si butta via niente. Che dire del bovino, che con un solo capo offre oltre tremila prodotti che vanno dalla pelle al cuoio, dai fertilizzanti (bio, come il letame) alle vernici, dalle valvole cardiache ai tessuti per le ricostruzioni gengivali, passando dai cosmetici e arrivando ai pet toy.

Non dimentichiamo poi che gli allevamenti più avanzati producono energia grazie al metano e al biogas che ricavano da deiezioni (letame, pollina, liquami) e scarti di macellazione. Ci sono molte aziende ormai autosufficienti (se non in credito) nella produzione di energia termica ed elettrica, grazie alla valorizzazione di scarti che invece non solo vengono utilizzati riducendo l’uso di combustibili fossili (o di elettricità da fonte nucleare), ma che sarebbero molto costosi da smaltire, in ogni senso.

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Insomma, ci sono tante cose che non si sanno del settore zootecnico e dei suoi effettivi impatti, spesso positivi in termini di sostenibilità non solo economica e sociale (il valore culturale, le tradizioni, l’occupazione, l’innovazione legati a questo settore sono sempre ignorati), ma anche appunto ambientale. Laddove non ci sono più stalle, pascoli, allevatori o pastori i danni si vedono. Ne sono un triste esempio molte zone appenniniche o insulari interne d’Italia, molto esposte a fenomeni di dissesto idrogeologico e soprattutto agli incendi, dato che non ci sono più gli animali che, aprendo la macchia, non preservano più la biodiversità (diffondendo semi con le loro feci) e non possono più portare avanti quella “manutenzione” naturale dei nostri boschi e foreste, ora invasi dalla boscaglia.

Vogliamo parlare di desertificazione? Andate a vedere il lavoro pluridecennale di Allan Savory, che ha dimostrato come l’allevamento sia il metodo più efficace per preservare interi territori (in Africa ma non solo) dall’avanzata del deserto.

Insomma, gli impatti positivi o negativi della produzione di carne andrebbero approfonditi, prima di diffondere allarmismi e informazioni non corrette che possono portare alcune persone a fare scelte alimentari irrazionali o estreme, per sé o, peggio, per i propri figli.



Andrea Bertaglio

Giornalista specializzato in sostenibilità, cambiamento climatico e temi ambientali, scrive per diversi giornali, riviste e siti Web. Ha lavorato nel 2007 presso il Centre on Sustainable Consumption and Production nato dalla collaborazione tra UNEP e Wuppertal Institut. Laureato in sociologia, da alcuni anni sta focalizzando il suo lavoro su rinnovabili, mobilità elettrica, green economy, smart city e innovazione. E sugli impatti della produzione di cibo, a partire da quelli legati alla zootecnia ed alle produzioni animali. A fine 2018 ha pubblicato il libro “In difesa della carne”, edito da Lindau.


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